Vendere su Etsy in Italia. Tasse, partita IVA e guadagni

Pasquale Conte

22 Settembre 2026 - 11:49

Vuoi iniziare a vendere su Etsy in Italia? Ecco quando serve la Partita IVA, quale regime fiscale conviene e quanto si guadagna con quest’attività.

Vendere su Etsy in Italia. Tasse, partita IVA e guadagni

Aprire un negozio su Etsy è diventato negli anni uno dei modi più semplici per trasformare una passione, come la ceramica, i gioielli, le illustrazioni o i prodotti digitali, in una piccola attività online. La piattaforma non richiede infatti requisiti particolari per potersi iscrivere. In pochi minuti, si può pubblicare la prima inserzione.

Il problema sorge quando l’attività smette di essere un hobby e diventa un’attività d’impresa vera e propria agli occhi del Fisco. La linea di confine non dipende tanto da quanto si guadagna, ma dalla frequenza e dall’organizzazione con cui si vende. Capendo questo aspetto, potrai sapere se ti serve o meno la partita IVA, quale regime fiscale adottare e quanto ti resta in tasca dopo le commissioni di Etsy, le tasse e i contributi.

Vuoi saperne di più? In questa guida, vediamo passo dopo passo come aprire un negozio su Etsy, quando scatta l’obbligo della Partita IVA, la differenza tra regime forfettario e vendita occasionale e infine una stima del guadagno al netto di tutti i costi.

Come aprire un negozio Etsy

Aprire uno shop su Etsy è gratuito e non richiede Partita IVA sin da subito. Ti basta andare sul sito ufficiale della piattaforma e registrarsi con un profilo.

Dopo aver scelto il nome del tuo negozio, potrai impostare i metodi di pagamento preferiti e poi potrai pubblicare le prime inserzioni. Ricorda di inserire foto di alta qualità, descrizioni e di consultare i prezzi della concorrenza per non esagerare.

Con il passo successivo, ossia quando inizierai a vendere in modo continuativo, scattano i primi obblighi fiscali a cui attenersi per non rischiare.

Quando serve la Partita IVA

Il criterio che l’Agenzia delle Entrate usa per distinguere un venditore per hobby da un vero e proprio imprenditore è l’abitualità. Se le vendite sono sporadiche, non organizzate e senza finalità di avere un profitto stabile, si può operare come venditore occasionale senza Partita IVA.

In questo caso, i proventi vanno dichiarati come “redditi diversi” nella dichiarazione dei redditi. Quando invece la vendita online diventa regolare e assume i tratti di un’attività imprenditoriale, la Partita IVA è obbligatoria.

Per chi vende su un marketplace come Etsy, la soglia di tolleranza è più bassa rispetto ai mercatini fisici. Un e-commerce o un marketplace online è infatti per sua natura un’attività organizzata e ripetuta, quindi tende a essere considerata attività d’impresa sin da subito, con la richiesta della Partita IVA e della SCIA per il commercio elettronico.

Anche produrre pochi pezzi al mese, se venduti con costanza attraverso un negozio online, può essere interpretato dal Fisco come attività abituale. Un punto spesso frainteso è quello riguardante i 5.000 euro annui. Si tratta di una soglia che esiste, ma riguarda il profilo previdenziale delle prestazioni di lavoro autonomo occasionale.

Per la vendita di beni, superarla fa scattare l’iscrizione alla Gestione Separata INPS sulla parte eccedente, ma non comporta automaticamente l’obbligo di Partita IVA. Per chi vende oggetti fatti a mano, la valutazione rimane la stessa. Se le vendite sono frequenti e organizzate, l’Agenzia delle Entrate può chiedere l’apertura della Partita IVA indipendentemente dall’importo incassato.

Cosa conviene tra regime forfettario e vendita occasionale

Se l’attività su Etsy resta saltuaria, non serve alcun regime fiscale. Basta dichiarare i guadagni come redditi diversi, senza IVA né contributi INPS. Nel momento in cui si decide di trasformare Etsy in un’attività vera, il regime forfettario è quasi sempre la scelta più conveniente per chi parte da zero.

Il regime forfettario prevede un limite di ricavi annui fissato a 85.000 euro, con una flat tax del 5% per le nuove attività nei primi cinque anni, che poi sale al 15%. Chi supera gli 85.000 euro ma resta sotto i 100.000, esce dal regime solo l’anno successivo. Chi supera i 100.000 euro nello stesso anno, deve applicare l’IVA fin dall’operazione che ha provocato lo sforamento.

Un dettaglio spesso sottovalutato riguarda il coefficiente di redditività, cioè la percentuale del fatturato su cui si pagano davvero le tasse. Questo dipende dal codice ATECO scelto in fase di apertura della Partita IVA. Chi produce e vende manufatti rientra generalmente nel gruppo con coefficiente del 67%, mentre chi acquista prodotti per rivenderli applica un coefficiente del 40%.

Cosa vuol dire? Che a parità d’incasso un artigiano che produce ciò che vende paga le tasse su una base imponibile più alta rispetto a un rivenditore, perché il sistema presume meno costi deducibili.

Cosa sono i contributi INPS

Aprendo la Partita IVA con attività artigianale o commerciale, oltre alle tasse ci sono i contributi previdenziali della Gestione Artigiani o Commercianti, dovuti anche se il negozio Etsy non genera utili.

Per il 2026, il reddito minimale su cui calcolare i contributi fissi è di 18.808 euro, con un contributo annuo di circa 4.521 euro per gli artigiani e 4.612 euro per i commercianti, da versare in quattro rate trimestrali indipendentemente dal fatturato.

Chi aderisce al regime forfettario può richiedere una riduzione del 35% su questi contributi, un’agevolazione che incide molto sulla sostenibilità di un negozio Etsy appena avviato.

Quali sono le commissioni di Etsy

Prima ancora di calcolare il guadagno netto, va considerato quanto trattiene la piattaforma. Etsy addebita 0,20 dollari per ogni inserzione pubblicata, valida quattro mesi, più una commissione di transazione del 6,5% sull’intero importo dell’ordine, spedizione inclusa.

A questo si aggiunge la commissione di elaborazione dei pagamenti, che per i venditori europei si aggira intorno al 4% più una quota fissa per ordine. Da giugno 2026 c’è anche una Regulatory Operating Fee specifica per i venditori italiani, salita dallo 0,32% allo 0,80% sul totale della vendita.

Tra tutte le commissioni obbligatorie, dunque, un venditore italiano cede in media tra l’11% e il 13% di ogni vendita, percentuale che sale se si utilizzano anche gli Offsite Ads.

Quanto si guadagna davvero su Etsy

Per capire quanto si può guadagnare su Etsy, facciamo un esempio concreto con un negozio che fattura 1.500 euro al mese in vendite di prodotti artigianali. Circa 180-195 euro se ne vanno in commissioni Etsy, dunque restano circa 1.300 euro di incasso netto dalla piattaforma.

Bisogna poi tenere conto di materiali e costi di produzione che, ipotizzando siano del 30%, portano il margine lordo a circa 900 euro. Con la Partita IVA forfettaria, la base imponibile per tasse e contributi si aggira sui 1.005 euro mensili sul fatturato lordo, a cui si sommano i contributi fissi INPS di circa 4.500 euro l’anno.

Il risultato è che, almeno nei primi mesi, i contributi fissi possono pesare più delle tasse stesse. È per questo che molti iniziano come venditori occasionali, finché il fatturato non giustifica l’apertura della Partita IVA.

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