Con l’OPS di Icop partita martedì e il via libera della Consob all’OPS cash concorrente di Webuild arrivato ieri, la partita per il controllo di Trevi resta apertissima.
Trevi - Finanziaria Industriale, gruppo di Cesena leader mondiale nell’ingegneria delle fondazioni speciali, è al centro di una contesa che in Italia non si vedeva da tempo. Due offerte pubbliche concorrenti per il suo controllo, entrambe attive nello stesso momento. Da un lato l’offerta pubblica di scambio (OPS) lanciata dalla concorrente friulana Icop, partita martedì, con pagamento del corrispettivo fissato al 23 ottobre. Dall’altro l’offerta pubblica di acquisto (OPA) tutta in contanti di Webuild, il cui iter istruttorio davanti alla Consob si è concluso il 15 settembre, aprendo la strada alla pubblicazione del documento d’offerta. Nel mezzo, il 10 settembre il consiglio di amministrazione di Trevi ha bocciato all’unanimità la proposta di Icop, giudicando il corrispettivo «finanziariamente non congruo» e l’offerta «non conveniente» per i soci.
L’offerta di Icop: carta contro carta
Icop, controllata dalla famiglia Petrucco, propone uno scambio di 0,133 nuove azioni Icop per ogni azione Trevi, un rapporto che al lancio del 28 giugno incorporava una valorizzazione di circa 4,163 euro per azione. L’operazione prevede anche il passaggio di Icop da Euronext Growth Milan a Euronext Milan.
Il 20 agosto il cda di Icop ha deliberato un aumento di capitale a servizio dell’offerta (circa 8,7 milioni di euro) e ridotto al 66,67% dei diritti di voto la soglia minima di efficacia, rendendo l’operazione più facilmente raggiungibile rispetto alla soglia iniziale del 90%. L’amministratore delegato Petrucco ha descritto l’operazione come «molto robusta», con l’ambizione di creare «un campione nazionale nell’ingegneria del sottosuolo».
La controfferta di Webuild: contanti e sinergie industriali
Webuild, colosso italiano delle costruzioni guidato da Pietro Salini, ha risposto il 29 luglio con un’opa interamente in contanti da 4,50 euro per azione, per un controvalore massimo di circa 295 milioni, un premio del 29,8% sulla chiusura del 26 giugno e del 14,4% sulla valorizzazione implicita dell’offerta Icop.
Anche qui la soglia di successo è al 66,7% dei diritti di voto; il finanziamento è garantito da Goldman Sachs, Intesa Sanpaolo e Natixis. Salini ha parlato di una logica di integrazione verticale, con sinergie stimate in 80-90 milioni di euro di ebitda annuo.
Il fronte dei soci, tra chi dice no e chi vuole di più
Il primo azionista di Trevi è Cdp Equity con il 21,3% del capitale (confermato anche dal comunicato ufficiale Cdp del 30 marzo scorso). Un dettaglio da tenere presente: Cdp Equity è anche socia di Webuild, con una quota superiore al 15% del capitale a seconda della fonte e della data di rilevazione, legata alla famiglia Salini da un patto parasociale rinnovato fino al 2027 - un intreccio segnalato dalla stampa come un possibile motivo di attenzione per la nuova Consob guidata dal presidente Guido Stazi, alla sua prima grande operazione di vigilanza.
Tra gli altri soci, l’americana Polaris Capital Management (6,6%, azionista dal 2008) ha bocciato entrambe le logiche di aggregazione ritenendo Trevi più solida da indipendente, mentre l’italiana AcomeA ha indicato una preferenza per la soluzione Icop pur chiedendo un rilancio del corrispettivo.