Il rendimento del Treasury Usa a dieci anni è intorno al 5,1% dopo la settimana di maggior calo da oltre un anno, ma il mercato resta diviso su dove andranno i tassi. La Fed decide il 28 ottobre; il Btp decennale rende il 4,58%, a circa 115 punti base dal Bund.
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Il rendimento del Treasury americano a dieci anni è tornato intorno al 5,13% nella seduta di martedì, dopo una settimana in cui aveva oscillato di quasi 30 punti base: il massimo intraday di 5,329% mercoledì 14 ottobre, il minimo di 5,037% giovedì 15, la chiusura di venerdì 16 a 5,09%. È il maggior calo settimanale dalla settimana terminata il 1° agosto 2025. Non è però un ritorno alla normalità poiché il livello resta oltre un punto percentuale sopra quello di un anno fa e la domanda che il mercato si pone è se la discesa sia una pausa o l’inizio di un’inversione. La risposta, in larga parte, arriva dalla Federal Reserve, che decide il 28 ottobre.
Che cosa ha fatto scendere i rendimenti dei Treasury
Secondo la ricostruzione di Reuters, il calo ha avuto due motori: la ricerca di titoli rifugio in una fase di volatilità azionaria, legata ai timori sulle società molto indebitate che finanziano gli investimenti nell’intelligenza artificiale, e l’ingresso di chi cercava opportunità sui bond dopo che i rendimenti avevano toccato i massimi degli ultimi decenni.
Sul fronte monetario, il presidente della Fed Kevin Warsh, intervenuto a Bangkok alle assemblee annuali di Fmi e Banca Mondiale, ha detto di non voler anticipare le decisioni sui tassi; il mercato ne ha tratto un segnale meno aggressivo per la riunione di fine mese. I dati Lseg citati da Reuters indicano una probabilità di circa l’83% che la Fed lasci i tassi invariati il 28 ottobre e dell’88% circa di un rialzo a dicembre.
La Fed arriva a questo appuntamento dopo aver alzato i tassi il 16 settembre: nel comunicato, approvato con un voto di 12 a 0, il Comitato ha deciso di «alzare l’intervallo obiettivo dei fondi federali di un quarto di punto percentuale, a 3,75-4 per cento». I dati usciti nel frattempo non hanno cambiato il quadro di fondo: nel resoconto Reuters, i prezzi all’export di settembre sono saliti del 2,2% contro l’1% atteso e la produzione industriale dello 0,7% contro lo 0,4% previsto.
Che cosa dice la curva dei rendimenti
I dati della Federal Reserve mostrano che il calo ha riguardato tutte le scadenze. Fra il 13 e il 16 ottobre il rendimento del titolo a due anni è sceso da 4,79% a 4,74%, quello a dieci anni da 5,21% a 5,09% e quello a trenta anni da 5,56% a 5,43%. Il risultato è una curva ancora inclinata verso l’alto: il decennale rende circa 35 punti base più del biennale e circa 83 più del titolo a tre mesi (4,26%), calcoli di questa redazione sui valori pubblicati.
C’è anche un dato che spiega l’attesa sul prossimo rialzo: il biennale, a 4,74%, resta circa 75 punti base sopra il limite superiore dei tassi ufficiali (4%), segno che il mercato continua a prezzare ulteriori strette.
Due letture opposte dagli analisti
Dan Ivascyn, chief investment officer di Pimco, ha detto a Reuters il 13 ottobre che il picco dei rendimenti potrebbe non essere ancora stato raggiunto: «Probabilmente vedremo ora una Fed in pausa, e probabilmente un altro rialzo quest’anno», ha spiegato, aggiungendo che la visione di Pimco è di uno o due rialzi, considerato l’attuale scenario.
Michael Reynolds, vice president of investment strategy di Glenmede, ha invece descritto a Reuters «una quantità di correnti contrastanti» sotto la superficie del mercato dei Treasury, con la parte lunga della curva spinta in direzioni diverse nel corso della stessa giornata.
Una lettura più cauta sul rialzo dei rendimenti arriva da Invezz, che riprende commenti riportati da Dow Jones Newswires: gli strategist di Jpmorgan segnalerebbero che i Treasury stanno diventando «tirati» e in territorio di ipervenduto, mentre Jussi Hiljanen di Seb osserva che i livelli elevati potrebbero ormai pesare sul sentiment di rischio.
Articolo revisionato da Flavia Provenzani il
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