Senza Governo niente pensione in anticipo: Ape Sociale ed Opzione Donna a rischio

Lo stallo politico e istituzionale mette a rischio la conferma dell’Ape Sociale nel 2019. In calo le quotazioni della proroga dell’Opzione Donna.

La crisi politica, istituzionale e finanziaria di questi giorni rischia di comportare diverse conseguenze negative per l’intero sistema previdenziale italiano.

Non solo perché con il fallimento del Governo Conte è venuta meno la possibilità di una riforma delle pensioni e di una conseguente cancellazione della Legge Fornero, ma anche per alcune scadenze importanti che dovrebbero essere affrontate nelle prossime settimane.

Ad esempio, bisogna decidere cosa ne sarà dell’anticipo pensionistico a costo zero, l’Ape Sociale, in scadenza il 31 dicembre di quest’anno. Allo stesso tempo molte lavoratrici sperano di avere buone notizie dal Quirinale così che il nuovo Governo possa mettersi in moto per una proroga dell’Opzione Donna.

Senza Governo, quindi, ci saranno meno strumenti per andare in pensione in anticipo, con i soli Ape Volontario e Quota 41 per i lavoratori precoci come alternativa alla pensione anticipata. Senza dimenticare poi che quest’ultima subirà una variazione a partire dal prossimo anno quando - a causa dell’adeguamento con le aspettative di vita Istat - per la pensione anticipata saranno necessari 43 anni e 3 mesi di contributi (uomini) e 42 anni e 3 mesi per le donne.

Quindi i primi ad essere penalizzati dallo stallo politico sono i cittadini italiani, i quali tra l’altro rischiano di “pagare” quanto sta succedendo in queste ore con l’aumento dell’IVA dal 2019.

Ape Sociale a rischio

L’Ape Sociale è quello strumento con cui ad alcune categorie di lavoratori viene consentito di smettere di lavorare in anticipo percependo un’indennità sostitutiva della pensione. A differenza di quanto succede con l’Ape Volontario (in scadenza il 31 dicembre del 2019), però, smettere di lavorare con l’Ape Sociale non comporta penalizzazioni sulla pensione futura.

Si tratta quindi di un anticipo pensionistico a costo zero usufruibile da disoccupati, invalidi civili al 75% e da lavoratori che assistono parenti affetti da grave disabilità, purché abbiano compiuto i 63 anni e abbiano anzianità contributiva di 30 anni.

Possono ricorrere a questo strumento anche i lavoratori impiegati in attività gravose, ma per loro il requisito contributivo è pari a 36 anni.

Il problema è che questo strumento è in scadenza il 31 dicembre del 2018 e se non verranno stanziate le risorse necessarie nella Legge di Bilancio 2019 non sarà possibile prorogarlo.

Ecco perché è fondamentale che un nuovo Governo venga incaricato prima della manovra finanziaria, affinché questo abbia il tempo per individuare le risorse per una conferma dell’Ape Sociale o - eventualmente - per introdurre uno strumento alternativo che consenta ad alcune categorie di lavoratori di smettere di lavorare anticipatamente e senza penalizzazioni sull’assegno previdenziale.

Niente proroga dell’Opzione Donna

Discorso differente per l’Opzione Donna, lo strumento con cui le lavoratrici possono andare in pensione in anticipo accettando una penalizzazione sull’assegno previdenziale. Con l’Opzione Donna, infatti, l’importo della pensione viene calcolato interamente con il sistema contributivo.

Chi accetta, però, può andare in pensione all’età di 57 anni se contemporaneamente ha maturato un’anzianità contributiva di 35 anni. Per le lavoratrici autonome, invece, per accedere all’Opzione Donna sono richiesti 58 anni di età.

La fase sperimentale dell’Opzione Donna è stata interrotta per il 2018, nonostante le risorse già stanziate nella Legge di Bilancio 2016. Quindi le coperture finanziare per prorogare l’Opzione Donna nel 2018 ci sono, quello che manca è un Governo disposto a farlo.

Insomma, ad oggi l’Italia ha bisogna assolutamente di un Governo per risolvere questi nodi legati al sistema previdenziale e non solo; non bisogna dimenticare, infatti, che se non si troveranno le risorse per sterilizzare le clausole di salvaguardia dal 1° gennaio 2019 scatterà l’aumento dell’IVA (dal 22% al 24,2%, fino ad arrivare al 25% nel 2021).

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