Barricate in piazza Duomo, saccheggi nel centro di Parigi, blocchi dei Tir in Puglia, Calabria e Sicilia. Il fine settimana del 17 e 18 ottobre ha mostrato quanto il caro vita stia diventando un problema di ordine pubblico in due delle maggiori economie dell’Eurozona. Chi ha capitali investiti in Europa si chiede, legittimamente, quanto di quel disagio stia già passando dalle piazze ai mercati.
La risposta di lunedì 19 ottobre è che il conto c’è, ma va letto con attenzione: le proteste hanno amplificato tensioni che sui mercati obbligazionari erano già in corso da settimane.
Cosa è successo nel weekend
In Francia la mobilitazione nazionale di sabato contro il carovita, guidata da studenti e gilet gialli, è degenerata in scontri, incendi e saccheggi a margine dei cortei. Il bilancio è di circa 1.200 fermi in tutto il Paese.
A Milano la manifestazione contro il caro vita, il prezzo della benzina e la pressione fiscale si è trasformata in guerriglia urbana intorno a piazza Duomo, con tensioni anche a Torino e Bologna. Le persone accompagnate in questura per i disordini sono state 271, di cui 220 minorenni.
In parallelo, nel Mezzogiorno, la protesta degli autotrasportatori contro il caro gasolio ha prodotto blocchi in Puglia e fermi regionali in Calabria e Sicilia dal 16 ottobre.
La Francia paga più dell’Italia
Il segnale più netto, lunedì, è arrivato da Parigi. Lo spread tra Oat e Bund si è allargato fino a 143-145 punti base. A metà pomeriggio il rendimento del decennale francese era al 4,88%, contro il 4,55% del BTP e il 3,43% del Bund.
Che la Francia paghi più dell’Italia per finanziarsi non è una novità di questi giorni: il sorpasso degli Oat sui BTP è in corso da settimane. Già il 7 ottobre il decennale francese aveva toccato il 4,92%, sopra i titoli italiani. La piazza ha però peggiorato un quadro già fragile.
Pesano soprattutto i conti pubblici. Il governo di Sébastien Lecornu stima un deficit al 5,4% del Pil nel 2026 e punta a riportarlo al 5% nel 2027 con una manovra da circa 54 miliardi di euro. Senza correzioni, secondo lo stesso premier, il disavanzo si avvicinerebbe al 6,5%. Il debito pubblico è intorno al 119% del Pil. Sullo sfondo ci sono un governo senza una maggioranza chiara in Parlamento e le presidenziali della primavera 2027.
Italia: la pressione c’è, ma la spinta principale è il petrolio
L’Italia non è immune. Il BTP decennale è salito di 8 punti base al 4,55%, vicino ai massimi degli ultimi tre anni. Lo spread con il Bund è salito intorno ai 110-112 punti base.
Va detto però che il movimento è generalizzato. I rendimenti salgono in tutta Europa per i timori sull’inflazione, le attese di tassi più alti e le preoccupazioni sul debito pubblico. Sui BTP pesa in particolare il prezzo del petrolio, mentre le tensioni tra Russia e Ucraina e in Medio Oriente restano sullo sfondo. Le proteste italiane sono un fattore in più, non la causa principale.
La risalita dei rendimenti coincide con l’apertura del collocamento dei nuovi BTP Valore, in corso fino al 23 ottobre. Il Tesoro offre due titoli quinquennali: uno con cedole trimestrali crescenti (3,70% nei primi due anni, 4,10% nel terzo e quarto, 4,70% nel quinto) e uno con cedola unica minima del 22,25% a scadenza. I tassi annunciati sono minimi garantiti: a fine collocamento possono essere confermati o rivisti solo al rialzo.
Piazza Affari: vendite su banche e Stellantis
In Borsa la seduta è stata pesante. Alle 13:30 il FTSE MIB cedeva l’1,48% a 49.121 punti, in linea con Parigi (-1,51%) e Madrid (-1,55%).
Le banche sono tra i titoli più venduti, e non è un caso. Gli istituti italiani detengono in portafoglio grandi quantità di titoli di Stato: quando i rendimenti salgono e i prezzi dei BTP scendono, il valore di quei portafogli si riduce. Il mercato tende ad anticipare l’effetto vendendo le azioni bancarie. È il meccanismo che gli economisti chiamano doom loop tra rischio sovrano e rischio bancario.
Non tutto, però, si spiega con lo spread. Banco BPM ha perso il 3,37% anche dopo che Jefferies ne ha tagliato il prezzo obiettivo. UniCredit ha ceduto il 2,51%, mentre Bper e Intesa Sanpaolo sono arretrate di circa il 2%. Il titolo peggiore del listino è stato Stellantis (-4,18%), penalizzato dalla revisione al ribasso delle stime di Equita per il 2026.
Le date da segnare
Nei prossimi dieci giorni il calendario è fitto.
- 20 ottobre: le Sezioni Unite della Cassazione esaminano i ricorsi contro la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, che la Corte d’Appello di Milano ha ordinato di fermare entro fine mese.
- 23 ottobre: Moody’s aggiorna il giudizio sulla Francia, oggi a Aa3 con outlook negativo.
- 27 ottobre: alle 16 il Ministero dei Trasporti riceve le associazioni dell’autotrasporto, che chiedono lo sblocco del credito d’imposta sul gasolio da circa 434 milioni di euro e minacciano un fermo nazionale. Alle 17, a Palazzo Chigi, il governo incontra i sindacati dell’ex Ilva.
- 29 ottobre: riunione della BCE, dopo il rialzo dei tassi di settembre.
Cosa significa per chi investe
La lezione di questi giorni è che il rischio Paese non dipende solo dai numeri di bilancio. Conta anche la coesione sociale che permette ai governi di perseguire quei numeri. Quando inflazione, caro energia e scelte fiscali impopolari si sommano, la piazza diventa un fattore di prezzo.
Per chi detiene titoli di Stato dell’area euro, obbligazioni bancarie o fondi azionari europei, l’instabilità sociale non è quindi solo cronaca. Può alzare in modo duraturo i premi al rischio sovrano e comprimere le valutazioni dei settori più sensibili al ciclo, a partire dalle banche. Per ora, però, il mercato distingue: il conto più salato lo sta pagando Parigi.
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