A giugno Dalio vedeva una bolla AI ancora agli inizi. Oggi dice che il punto di rottura si avvicina: i Treasury ai massimi dal 2002 rendono più caro il debito di data center e Big Tech.
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A giugno Ray Dalio descriveva la corsa all’intelligenza artificiale come una bolla ancora nelle fasi iniziali, senza inneschi in vista. Quattro mesi dopo il fondatore di Bridgewater Associates ha cambiato tono. Intervenendo oggi alla Forbes Global CEO Conference di Singapore, ha definito quella sull’AI una «bolla classica» e ha spostato in avanti le lancette: «Non siamo ancora a quel punto, ma ci stiamo avvicinando».
A cambiare, nel frattempo, è stato soprattutto il contesto. Il fattore che Dalio indica come possibile innesco dello scoppio, il rialzo dei rendimenti obbligazionari, nelle ultime settimane si è materializzato.
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Il ragionamento di Dalio parte dal modo in cui viene finanziato il boom. Secondo quanto riportato dall’emittente sudcoreana SBS, il finanziere ha osservato che «si sta raccogliendo un’enorme quantità di debito per finanziare l’AI» e che, se i tassi continueranno a salire, si arriverà al punto in cui la bolla scoppia. Data center, chip, reti elettriche: una parte crescente degli investimenti necessari all’infrastruttura dell’intelligenza artificiale viene finanziata attraverso il debito, comprese le emissioni obbligazionarie. Ogni punto di rendimento in più sul mercato dei titoli di Stato si trasferisce quindi sul costo di quel debito.
Morgan Stanley stima che nel 2026 le emissioni obbligazionarie legate all’AI arriveranno a quasi 570 miliardi di dollari, al 31 maggio ne erano già state collocate per 236 miliardi, a un ritmo quattro volte superiore a quello del 2025. Secondo la banca d’affari, la spesa in conto capitale dei grandi hyperscaler (Amazon, Alphabet, Meta, Microsoft e Oracle) assorbe ormai circa il 100% dei flussi di cassa operativi, contro una media decennale intorno al 40%.
Su questo fronte il mercato obbligazionario si è mosso in modo netto. Oggi, 7 ottobre, il rendimento del Treasury decennale viaggia al 5,31% e quello del trentennale al 5,66%. In un mese il decennale ha guadagnato oltre mezzo punto e ha toccato il 5,33%, il livello più alto dal 2002. Tra i fattori di pressione gli operatori citano l’inflazione persistente, i timori sui conti pubblici americani e, non a caso, la crescente offerta di debito legato all’AI.
Si crea così un circolo potenzialmente vizioso, con le aziende che si indebitano per costruire l’infrastruttura dell’AI, l’abbondanza di emissioni che contribuisce a spingere in alto i rendimenti e rendimenti più alti che rendono più caro il debito necessario a proseguire gli investimenti. A questo si aggiunge l’effetto sulle valutazioni. Quando i tassi considerati privi di rischio superano il 5%, i flussi di cassa attesi tra molti anni, su cui si reggono i multipli dei titoli legati all’AI, valgono meno oggi.
La sfida di trasformare la ricchezza in denaro
Il secondo innesco indicato da Dalio è un tema che il gestore ripete da mesi: la differenza tra ricchezza sulla carta e denaro spendibile. «Tutti dicono «ho un miliardo di dollari di patrimonio», ma provate a spenderli», ha detto. «Per spenderli bisogna vendere asset e trasformarli in contanti, ed è di solito lì che la bolla comincia a scoppiare».
Le occasioni in cui questa conversione diventa obbligata, secondo Dalio, possono arrivare dalle tasse patrimoniali e, più in generale, dalla necessità di monetizzare plusvalenze non ancora realizzate. Il meccanismo è lo stesso di ogni bolla: finché nessuno ha bisogno di vendere i prezzi reggono, ma quando molti detentori devono fare cassa nello stesso momento la domanda non basta più ad assorbire l’offerta.
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