Quando torna il nucleare in Italia e dove sorgeranno le centrali? Quali sono i tempi ipotizzati e come saranno i nuovi reattori.
“In Italia ritorna il nucleare”. È questo il titolo che accompagna l’approvazione definitiva, da parte del Senato, della legge delega sul nucleare sostenibile, già votata dalla Camera. Un passaggio molto importante in quanto riapre la strada alla produzione di energia atomica nel nostro Paese, a quasi 40 anni dal referendum del 1987.
Ma quando torneremo a produrre energia nucleare in Italia? Va precisato che il voto del Parlamento rappresenta solamente il primo passo: il provvedimento, infatti, non autorizza immediatamente la costruzione di nuove centrali, ma affida al Governo il compito di stabilire le regole per realizzarle.
La distanza tra l’approvazione della legge e l’accensione del primo reattore resta quindi ampia, dal momento che alla definizione delle norme dovranno seguire i progetti, con i relativi finanziamenti. Sui tempi per il ritorno del nucleare in Italia peserà poi anche lo sviluppo delle tecnologie considerate, alcune delle quali devono ancora raggiungere la maturità commerciale.
Per capire la portata di questa decisione bisogna dunque distinguere ciò che il Parlamento ha approvato da quanto resta da fare. Partendo dalle domande che interessano maggiormente cittadini e imprese: quando arriveranno i nuovi impianti e dove saranno costruiti?
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Quando ritorna il nucleare in Italia
L’Italia ha smesso di produrre energia elettrica nelle proprie centrali nucleari nel 1990, al termine del percorso di uscita avviato dopo il referendum del 1987.
Per il ritorno alla produzione, invece, non c’è ancora una data certa. Il primo termine da considerare riguarda il Governo, che adesso avrà 12 mesi dall’entrata in vigore della legge per adottare i decreti legislativi. Si punta però a fare in fretta, in quanto - come confermato dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin - l’obiettivo è di completarli entro fine anno.
Da questi provvedimenti dipenderanno le procedure per autorizzare gli impianti e scegliere dove costruirli, oltre poi alla definizione degli obblighi di sicurezza, compresa la gestione dei rifiuti radioattivi.
Definite le regole, i singoli progetti dovranno ottenere le autorizzazioni e i finanziamenti necessari, dopodiché andranno considerati anche i tempi di costruzione, che dipenderanno dalla tecnologia scelta e dall’esperienza maturata sui primi impianti.
Secondo quanto dichiarato da Pichetto Fratin, l’obiettivo è avere i primi reattori tra il 2033 e il 2034, mentre il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima colloca invece l’eventuale ingresso del nuovo nucleare intorno al 2035.
Dove ritorna il nucleare in Italia
L’altra domanda riguarda la posizione dei futuri impianti. D’altronde, chi guarda con scetticismo al ritorno del nucleare vuole sapere soprattutto se una centrale potrebbe sorgere vicino al luogo in cui vive.
Su questo punto, la risposta è che non sono ancora stati individuati i siti, in quanto la legge delega non indica Comuni o Regioni destinati a ospitare i reattori rimandando ai successivi decreti l’onere di stabilire come selezionare le aree idonee.
La scelta dovrà partire dalle condizioni di sicurezza del territorio, valutando in particolare la sismicità e il rischio idrogeologico. Avranno un peso anche le infrastrutture disponibili e la possibilità di collegare gli impianti alla rete elettrica.
Il percorso prevede inoltre forme di consultazione delle comunità interessate, secondo modalità che dovranno essere definite nel nuovo quadro normativo.
A oggi, quindi, non esiste una mappa dei siti scelti per le nuove centrali. Il Parlamento ha avviato il percorso per definire le regole della localizzazione, mentre l’individuazione delle aree arriverà in una fase successiva.
Come saranno le nuove centrali nucleari
Il ritorno al nucleare in Italia guarda soprattutto a impianti più piccoli rispetto alle grandi centrali tradizionali per quanto vada comunque chiarito che la legge delega non sceglie neppure una tecnologia specifica, rimandando ai successivi provvedimenti a stabilire quali soluzioni potranno essere utilizzate.
Tra le opzioni considerate ci sono gli Small modular reactors, conosciuti come Smr, ossia piccoli reattori modulari che, secondo la definizione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, hanno una potenza elettrica fino a 300 megawatt per unità.
Un impianto può ospitare più moduli, aumentando così la capacità complessiva. La differenza riguarda anche il metodo di costruzione: l’obiettivo è produrre in fabbrica componenti e moduli da assemblare sul sito, riducendo il lavoro da svolgere in cantiere con la conseguenza di accorciare i tempi e contenere i costi.
Sul fronte della sicurezza, molti progetti prevedono sistemi passivi, che sfruttano fenomeni fisici come la circolazione naturale dell’acqua per raffreddare il reattore, riducendo la dipendenza dall’alimentazione elettrica esterna e dall’intervento degli operatori. Le caratteristiche, tuttavia, cambiano a seconda del modello.
Va precisato che nonostante le dimensioni ridotte non viene eliminata la necessità di gestire i rifiuti radioattivi e il combustibile esaurito. Anche per questi impianti serviranno soluzioni adeguate, da considerare fin dalla progettazione insieme agli obblighi per lo smantellamento finale.