Come funziona e come evitare il pignoramento dello stipendio, con i limiti (e minimo vitale) aggiornati al 2026 e tutte le cose da sapere per sbloccarlo
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Quando in busta paga spunta una trattenuta mai vista prima, nella maggior parte dei casi c’entra un creditore che ha deciso di passare alle maniere forti. Il pignoramento dello stipendio è infatti uno degli strumenti più usati per recuperare un debito, perché va a colpire un’entrata sicura che arriva ogni mese, ma non per questo chi avanza i soldi può prendersi tutto quello che vuole. Le percentuali sono fissate dalla legge e variano in base a chi chiede indietro il denaro (un privato, il Fisco o l’ex coniuge) e alle altre trattenute che pesano già sulla retribuzione.
Per il 2026 la regola generale continua a essere quella del quinto dello stipendio netto, con quote più leggere quando il creditore è l’Agenzia delle Entrate-Riscossione e lo stipendio non supera i 5.000 euro. Cambiano invece, come ogni anno a gennaio, le soglie legate all’importo dell’assegno sociale, che nel 2026 è arrivato a 546,24 euro al mese e che conta parecchio soprattutto se il creditore decide di bussare alla banca.
Ma quanto si può perdere, concretamente, ogni mese? Ecco le regole aggiornate.
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Pignoramento stipendio 2026: limiti e percentuali
L’articolo 545 del Codice di procedura civile stabilisce che stipendi, salari e altre indennità legate al lavoro, comprese quelle che spettano alla fine del rapporto, possono essere pignorati. Se il debito è con un privato, oppure riguarda tributi di Stato, province e comuni, il tetto è di un quinto dell’importo netto, quindi al netto di tasse e contributi (su 1.500 euro netti, per fare un esempio, si arriva a un massimo di 300 euro al mese). Per i crediti alimentari è il giudice a decidere la quota, mentre se si sommano crediti di natura diversa non si può comunque andare oltre la metà dello stipendio.
Con il Fisco la musica cambia. Se a pignorare è l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, l’ente che nel luglio 2017 ha preso il posto di Equitalia, le percentuali sono quelle dell’articolo 72-ter del DPR 602/1973 e crescono man mano che sale lo stipendio:
- un decimo per stipendi fino a 2.500 euro;
- un settimo per stipendi oltre 2.500 e fino a 5.000 euro;
- un quinto per stipendi superiori a 5.000 euro.
Chi ha letto in giro che dal 2026 queste soglie dipendono dal nuovo Testo unico in materia di versamenti e di riscossione (d.lgs. 33/2025) non è del tutto fuori strada, visto che il testo le riprende e sarebbe dovuto partire proprio a gennaio. Il decreto Milleproroghe (DL 200/2025) ha però fatto slittare tutto al 1° gennaio 2027, per cui quest’anno si continua ad applicare il DPR 602/1973 (e le percentuali, comunque, sono le stesse).
Numeri alla mano, sui redditi medio-bassi l’erario si accontenta della metà di quello che potrebbe chiedere una finanziaria, mentre oltre i 5.000 euro le cifre si allineano. Qualche esempio, senza altre trattenute o cessioni in corso:
| Stipendio netto mensile | Creditore privato (1/5) | Agenzia delle Entrate-Riscossione |
|---|---|---|
| 1.200 euro | 240 euro | 120 euro (1/10) |
| 1.800 euro | 360 euro | 180 euro (1/10) |
| 2.500 euro | 500 euro | 250 euro (1/10) |
| 3.500 euro | 700 euro | 500 euro (1/7) |
| 6.000 euro | 1.200 euro | 1.200 euro (1/5) |
Se lo stipendio è basso può essere pignorato? La questione del minimo vitale
Sì, e senza un vero paracadute. Per gli stipendi non c’è una soglia minima impignorabile, quindi anche chi guadagna 600 euro netti al mese può vedersene togliere 120 da un creditore privato (o 60, se il debito è con il Fisco). Il tema è finito davanti alla Corte costituzionale, che con la sentenza n. 248 del 2015 ha respinto l’idea di dover proteggere del tutto le retribuzioni più basse, ritenendo sufficiente la tutela offerta dal limite proporzionale e dai quattro quinti che restano in ogni caso al lavoratore.
Diverso il discorso per le pensioni, le uniche ad avere un minimo vitale vero e proprio. In questo caso l’articolo 545 mette al riparo il doppio dell’assegno sociale (mai meno di 1.000 euro), cioè 1.092,48 euro al mese nel 2026. Chi prende una pensione da 1.400 euro, per esempio, rischia di vedersi pignorare al massimo un quinto dei 307,52 euro in eccesso, circa 61,50 euro.
Pignoramento stipendio e conto corrente: cosa cambia
Se invece il creditore va a colpire il conto corrente, dove lo stipendio è già arrivato, bisogna guardare la data dell’accredito. I soldi entrati prima della notifica del pignoramento sono aggredibili soltanto per la parte oltre il triplo dell’assegno sociale, che quest’anno vuol dire 1.638,72 euro contro i 1.616,07 euro del 2025. Con 2.000 euro sul conto il creditore può prendere 361,28 euro, mentre per gli accrediti arrivati dopo la notifica valgono i limiti ordinari visti sopra (il quinto o le percentuali del Fisco).
In più, quando procede l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, la banca non deve toccare l’ultimo stipendio accreditato, come prevede il comma 2-bis dell’articolo 72-ter del DPR 602/1973. E se il pignoramento va oltre questi paletti è in parte inefficace, cosa che il giudice può rilevare anche senza che sia il debitore a sollevarla.
Quando avviene il pignoramento dello stipendio e come funziona
Per un creditore privato il primo passo è avere in mano un titolo esecutivo (una sentenza, un decreto ingiuntivo esecutivo, ma anche una cambiale o un assegno) e notificare l’atto di precetto, che lascia al debitore almeno 10 giorni per saldare. Passato questo termine senza pagamento, ci sono 90 giorni per avviare il pignoramento presso terzi, altrimenti il precetto perde efficacia.
L’atto arriva al lavoratore e al datore di lavoro, che nel linguaggio tecnico è il terzo pignorato e che da quel giorno non può più girare al dipendente la parte di stipendio bloccata. Entro 10 giorni deve anche dichiarare, via Pec o raccomandata con ricevuta di ritorno, quanto deve al lavoratore. Il creditore, dal canto suo, ha 30 giorni per iscrivere la procedura a ruolo in tribunale, dove il giudice dell’esecuzione emette l’ordinanza di assegnazione che obbliga il datore a versargli ogni mese la trattenuta fino all’estinzione del debito.
Per il Fisco i tempi sono decisamente più stretti, anche perché l’Agenzia delle Entrate-Riscossione non ha bisogno di passare dal giudice. L’articolo 72-bis del DPR 602/1973 le consente di ordinare direttamente al datore di lavoro il pagamento, entro 60 giorni per le somme già maturate e poi mese per mese. Serve però una cartella notificata da almeno 60 giorni e, se ne è trascorso più di un anno, un’intimazione ad adempiere che concede altri 5 giorni.
Nel 2026 c’è poi una novità che riguarda chi lavora nella pubblica amministrazione. Con la legge di Bilancio 2025 (legge 207/2024) la verifica dell’articolo 48-bis del DPR 602/1973, finora riservata ai pagamenti sopra i 5.000 euro, si applica anche agli stipendi più bassi: prima di pagare emolumenti oltre i 2.500 euro, amministrazioni e società a prevalente partecipazione pubblica controllano se il dipendente ha debiti iscritti a ruolo per almeno 5.000 euro e, in caso positivo, bloccano la quota pignorabile (nei limiti dell’articolo 72-ter) per girarla alla riscossione.
Pignoramento stipendio già pignorato, cessione del quinto e mantenimento
Se lo stipendio è già sotto pignoramento e arriva un secondo creditore della stessa natura, di regola il quinto non raddoppia e chi arriva dopo si mette in coda o interviene nella procedura già aperta. Quando invece i crediti sono di natura diversa, come un prestito non restituito e un mantenimento arretrato, le trattenute possono superare il quinto ma non la metà dello stipendio netto. Proprio sul mantenimento, gli arretrati passano da un pignoramento per crediti alimentari nella misura fissata dal giudice, mentre per le somme periodiche esiste l’ordine di pagamento diretto al datore di lavoro previsto dall’articolo 156 del Codice civile, che con il quinto non ha nulla a che vedere.
E la cessione del quinto? Qui entra in gioco il DPR 180/1950, che oggi vale anche per i dipendenti privati. L’articolo 68 prevede che, se la cessione è stata perfezionata e notificata prima del pignoramento, il creditore possa prendere al massimo la differenza tra la metà dello stipendio netto e la quota ceduta, senza superare il quinto previsto per ogni singolo pignoramento. Tradotto: con 2.000 euro netti e una cessione da 400 euro, lo spazio complessivo è di 600 euro, ma il pignoramento non può andare oltre i 400. Se invece il pignoramento c’era già, la cessione si può fare solo entro la differenza tra due quinti dello stipendio e la quota pignorata.
Pignoramento dello stipendio e TFR: cosa succede in caso di dimissioni
Chi pensa di chiudere la partita con le dimissioni rischia una brutta sorpresa. Certo, una volta finito il rapporto non ci sono più stipendi da pignorare presso quel datore, ma l’articolo 545 tira in ballo espressamente anche le indennità di fine rapporto, quindi il TFR resta aggredibile nei limiti previsti per il tipo di credito. E con un nuovo lavoro al creditore basta notificare un nuovo atto alla nuova azienda, visto che il pignoramento si chiude davvero solo con il saldo completo (interessi e spese compresi) o con un provvedimento del giudice che lo sospende o lo estingue.
Come evitare, togliere o sbloccare il pignoramento dello stipendio
Prima che il pignoramento parta conviene provare a trovare un accordo con il creditore, magari con un piano di rientro. Con il Fisco la carta da giocare è la rateizzazione, perché dopo l’accoglimento l’Agenzia delle Entrate-Riscossione non può avviare nuove procedure esecutive. Per chi ha accumulato più debiti di quanti riesca a gestirne ci sono anche le procedure di sovraindebitamento del Codice della crisi d’impresa, tra cui la ristrutturazione dei debiti del consumatore, durante le quali il giudice può sospendere le esecuzioni già avviate.
Quando la trattenuta è già in busta paga si può chiedere la conversione del pignoramento (articolo 495 del Codice di procedura civile), versando una somma pari a debito e spese anche a rate, fino a 48 mesi, dopo aver depositato almeno un sesto dell’importo. Se il problema è il debito in sé, perché già pagato o prescritto, la strada è l’opposizione all’esecuzione, mentre per gli errori formali negli atti c’è l’opposizione agli atti esecutivi, da presentare entro 20 giorni. Nessuna delle due ferma da sola la trattenuta, però, e serve una richiesta di sospensione al giudice, che la concede solo per gravi motivi.
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Dove vedere il pignoramento dello stipendio (e quanto costa)
Nel cedolino la trattenuta compare con una voce a sé, mentre per sapere chi sta pignorando e per quale cifra bisogna guardare gli atti notificati. Chi ha debiti con il Fisco può controllare la propria situazione anche nell’area riservata del sito dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione.
Sul fronte dei costi, il creditore deve anticipare un contributo unificato di 43 euro se il valore della procedura è sotto i 2.500 euro e di 139 euro sopra questa soglia, più 27 euro di anticipazioni forfettarie e le spese dell’avvocato. Spese che di solito finiscono a carico del debitore e si aggiungono al debito, facendo durare più a lungo le trattenute.
In soldoni, prima di fare qualsiasi conto bisogna partire dallo stipendio netto e da chi è il creditore, senza perdere di vista a che punto è arrivata la procedura. È da qui che passa ogni tentativo di evitare (o gestire, ahinoi) il pignoramento.
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