Perché rischiamo una carestia mondiale: l’allarme dell’Onu spiegato

Chiara Esposito

8 Maggio 2022 - 21:49

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Il rischio è la carestia globale e la risposta è la riapertura dei porti della zona di Odessa. I motivi dell’Onu, spiegati in breve.

Perché rischiamo una carestia mondiale: l'allarme dell'Onu spiegato

Il conflitto tra Russia e Ucraina può causare la carestia globale e l’ONU chiede a gran voce la riapertura dei porti ucraini; in gioco c’è la sicurezza alimentare dell’intero Pianeta.

L’appello arriva in seno all’attività del «Programma alimentare mondiale» (Pam) e si concentra sulla riapertura degli attracchi della zona di Odessa. Stando le dichiarazioni della FAO, che ha effettuato delle stime quanto più possibili accurate sul tema, ci sarebbero ben 25 milioni di tonnellate di grano bloccate da settimane negli impianti di stoccaggio del Paese a causa dell’invasione russa.

Questa denuncia, avanzata del funzionario delle Nazioni Unite Martin Frick, mira all’ottenimento di una ripresa delle forniture alimentari verso altre nazioni. Il problema principale è che lo stesso territorio che detiene queste preziose risorse è sotto attacco e, come da tempo segnalano gli analisti internazionali, un punto di forte interesse strategico per Vladimir Putin.

La geopolitica del grano è infatti il cuore pulsante dei dibattiti attuali, un valido strumento per comprende in che direzione l’UE e il resto degli Stati coinvolti in questa deprivazione delle materie prime si dovranno muovere per evitare il collasso delle proprie catene di approvvigionamento.

Quanto siamo dipendenti dal grano ucraino?

In un comunicato recente si stima che 44 milioni di persone nel mondo si avviano verso la carestia e l’appello lanciato dal direttore esecutivo del Wfp David Beasley in tal senso parla chiaro:

«I porti sul Mar Nero sono bloccati, e milioni di tonnellate di grano sono intrappolati in silos a terra o su navi che non possono muoversi».

Porre l’accento sulle dimensioni effettive di questo problema ci aiuta infatti non a razionalizzarlo, ma almeno a comprenderne la portata.

Secondo il viceministro ucraino della Politica agraria e dell’alimentazione Taras Vysotsky il blocco da parte delle navi da guerra russe dei principali porti marittimi ucraini di Odessa e Mykolayiv ha portato a un calo delle esportazioni di prodotti agricoli dall’Ucraina al 15-20%. A valanga questo comporta carenze fisiche in tutto il mondo.

L’Italia, come riportato dal Sole24Ore risente solo per il 5% del suo fabbisogno da questa crisi ma in Medio Oriente e Nord Africa il divario è sensibile. Se la situazione di stallo perdurerà fino a sei mesi, dice ancora Vysotsky, "i Paesi di queste regioni saranno in uno stato di oggettiva carestia”.

Le prospettive di risoluzione

Il grado di concentrazione dell’offerta mondiale di grano grava sui Paesi del Mar Nero, quali Kazakistan, Russia e Ucraina. La guerra sta quindi ponendo un problema non da poco; un problema però potrebbe non risolversi né in tempi brevi, né in maniera agevole.

Ancora Beasley, memore della questione demografica sopracitata, cerca di far pressione sui governi:

“Centinaia di milioni di persone dipendono da questi approvvigionamenti pertanto chiedo a tutte le parti interessate di permettere a questi alimenti di lasciare l’Ucraina per essere avviati là dove sono disperatamente necessari."

Dichiarazioni di questo tipo però si scontrano dolorosamente con la realtà dei fatti: intraprendere la via diversificazione delle fonti di rifornimento come nel caso del gas non è semplice, anzi, è una sfida ancor più ardua da superare.

A testimoniarlo è lo stesso Vysotsky intervenuto in diretta sul canale televisivo Ukraine24:

«Abbiamo fornito il 10% delle esportazioni mondiali di grano, oltre il 15-20% di orzo, oltre il 50% di olio di girasole. L’Ucraina ha esportato in media 50 milioni di tonnellate di prodotti agricoli. In anni record, questa cifra ha raggiunto anche 65 milioni tonnellate. Trovare un’alternativa a tali volumi e sostituire i nostri prodotti non è concretamente possibile nemmeno nei prossimi tre-cinque anni».

In poche parole, qualsiasi sforzo differente dallo sblocco degli attracchi è insufficiente e in ballo c’è il sostentamento di milioni di persone.

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