Venerdì 9 ottobre, sul cartello di un distributore self, la benzina segna 2,04 euro al litro. Il 27 febbraio, alla vigilia della guerra con l’Iran, lo stesso cartello segnava 1,67. Sono 37 centesimi in più, il 22%.
Ai pozzi le cose vanno meglio. Nell’ultima settimana di settembre le esportazioni di greggio dal Medio Oriente hanno superato i livelli di prima della guerra per quattro giorni su sette, con punte fino a 22,5 milioni di barili al giorno contro una media prebellica di 18 (dati provvisori). Il greggio c’è.
Il prezzo no. Il Brent resta sopra i 100 dollari, circa il 40% oltre i livelli di prima della guerra. Il 1° ottobre una superpetroliera è stata colpita da un proiettile non identificato: incendio a bordo, equipaggio evacuato, tutti salvi. Dal 2 ottobre si segnala almeno un attacco al giorno tra Hormuz e il Golfo di Aden.
Il prezzo del barile riflette più il rischio del viaggio che la scarsità di greggio.
Un Golfo senza regia
Nel Golfo, intanto, il cartello si è incrinato. Il 1° maggio gli Emirati Arabi hanno lasciato l’OPEC e l’OPEC+: secondo una stima di analisti, l’organizzazione ha perso circa il 15% della capacità produttiva.
Senza una regia comune, ogni produttore ha fretta di riprendersi i clienti persi in sette mesi di esportazioni strozzate.
Di solito una corsa del genere fa crollare i prezzi. Qui il rischio di passaggio fa da pavimento: finché ogni carico può diventare un incendio, vendere sotto un certo livello non conviene a nessuno.
Chi ne approfitta
Chi ne approfitta? Gli Stati Uniti sono il primo produttore mondiale di greggio, con 13,8 milioni di barili al giorno attesi nel 2026, e in primavera le esportazioni hanno toccato un massimo storico.
Un Golfo in difficoltà e un OPEC più debole lasciano spazio ai barili americani.
Se il rischio di transito calasse, i produttori del Golfo potrebbero farsi concorrenza a colpi di sconti. Il greggio scenderebbe e i costi di estrazione più alti graverebbero sui profitti degli estrattori americani.
Perché alla pompa il calo si vede poco
C’è poi la pompa italiana. L’accisa ordinaria sulla benzina è di circa 67 centesimi al litro e l’IVA al 22% si calcola anche su quella. Su 2,043 euro, 1,04 vanno allo Stato: il 51%. Resta un euro per greggio, raffinazione, trasporto e margini. Se quell’euro calasse del 10%, la benzina costerebbe 12 centesimi in meno, il 6% del prezzo alla pompa.
Un ribasso, in realtà, c’è già stato. Tra il 26 settembre e il 6 ottobre la benzina self è scesa da 2,158 a 2,043 euro, per i tetti di prezzo volontari delle compagnie, a partire dall’1,99 euro di Eni dal 28 settembre, e per quotazioni all’ingrosso più basse di circa sette centesimi. Un tetto, però, non è un ribasso: la media nazionale resta sopra 1,99, e quello di Eni vale trenta giorni, prorogabili.
Dall’energia alle obbligazioni
Il prezzo dell’energia non si ferma alla pompa. In Italia l’inflazione di settembre è stimata al 4,2%, contro il 3,3% di agosto, con i beni energetici a +22,3% in un anno.
Chi presta denaro a lungo termine chiede un interesse più alto per proteggersi, e le obbligazioni già in circolazione perdono valore: negli Stati Uniti il rendimento del titolo decennale ha superato il 5% il 23 settembre, il livello più alto dal 2007. Il rischio maggiore è quello delle obbligazioni a lunga scadenza e a tasso fisso.
Se il prezzo alla pompa dipende più da quanto è pericoloso il viaggio che da quanto costa il greggio al pozzo, la domanda non è solo quando scenderà la benzina. Chi, tra gli estrattori, gli obbligazionisti e chi deve riempire il serbatoio, sta già pagando il conto?
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