Perché il prezzo del rame è tornato a un passo dal massimo storico?

Ufficio Studi Money.it

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Una frana mortale a El Teniente, uno sciopero in corso a Centinela e una mediazione appesa a un filo a Escondida: in meno di una settimana il primo produttore mondiale ha messo in dubbio tre delle sue miniere principali. Il prezzo è tornato vicino al massimo storico, ma il segnale più serio arriva dalle tariffe per il trattamento del concentrato, oggi a meno 240 dollari per tonnellata.

Perché il prezzo del rame è tornato a un passo dal massimo storico?

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Domenica pomeriggio, poco prima delle 14 ora locale, una frana ha investito il settore sud della miniera a cielo aperto di El Teniente, la miniera di punta della statale Codelco, a 75 chilometri da Santiago del Cile. Tre lavoratori della contrattista Aura Ingeniería stavano ispezionando un’area le cui operazioni erano già sospese per il maltempo; uno è stato soccorso, gli altri due sono stati trovati senza vita. Il Sernageomin, l’autorità mineraria cilena, ha disposto che «le operazioni nel settore del rajo sud dell’attività mineraria saranno sospese», e procura e polizia investigativa hanno aperto un’indagine.

È il terzo fronte aperto in sei giorni sul rame cileno e la somma dei tre spiega perché il metallo sia tornato a ridosso del suo massimo storico.

Tre fronti, una settimana

Il primo si è aperto mercoledì 7 ottobre alle otto del mattino, quando 709 lavoratori della miniera di Centinela, del gruppo Antofagasta, hanno incrociato le braccia dopo il fallimento della mediazione dell’Ispettorato del lavoro cileno. Sono il 22% della forza lavoro diretta dell’impianto, che l’anno scorso ha prodotto 240.400 tonnellate di rame, circa il 37% di tutto il rame del gruppo. L’azienda si è detta «disponibile a proseguire le discussioni con i loro rappresentanti» e non ha toccato la guidance 2026, ferma a 625.000-655.000 tonnellate. Ma trasporto e sviluppo minerario sono già rallentati e l’impianto di trattamento lavora sulle scorte accumulate: l’effetto sul metallo si vedrà fra circa due settimane, in modo più marcato a novembre.

Il secondo fronte è Escondida, la più grande miniera di rame del mondo, sempre in Cile e controllata da BHP. Il 30 settembre il sindacato numero 2, che rappresenta i supervisori, ha votato lo sciopero con 955 voti su 1.007 espressi, il 94,8%. BHP ha chiesto la mediazione obbligatoria, che per legge congela lo sciopero per cinque giorni lavorativi prorogabili di altri cinque, difendendo la propria offerta come un accordo «responsabile verso la sostenibilità e il futuro di Escondida». La finestra si chiude in queste ore: secondo le ricostruzioni di settore lo sciopero potrebbe scattare già domani. La miniera ha chiuso l’esercizio 2026 a 1,26 milioni di tonnellate, in calo del 3%, e per il 2027 indica 1,0-1,1 milioni.

Il Cile scava meno rame di vent’anni fa

Nei primi sette mesi del 2026 il Cile ha prodotto circa 2,9 milioni di tonnellate di rame, il 7,1% in meno dello stesso periodo del 2025: il peggior gennaio-luglio dal 2003. A luglio l’istituto di statistica cileno ha contato 403.424 tonnellate (-9,4%), attribuendo il calo a una violenta tempesta andina; ad agosto si è scesi a 369.500 tonnellate (-12,8%), il peggior mese dal febbraio 2011.

Sui singoli impianti il quadro è più netto poiché nei sette mesi El Teniente ha prodotto 148.900 tonnellate contro le 202.600 di un anno prima (-26,5%): è l’eredità del crollo del 31 luglio 2025 nel settore Andesita, che costò la vita a sei persone, 33.000 tonnellate di produzione e, secondo la stima dell’allora amministratore delegato di Codelco, 340 milioni di dollari. Escondida, nello stesso arco, ha ceduto il 9,3%. Fra Codelco, Escondida e la vicina Spence si concentra il 91% delle tonnellate perse dal Cile nel primo semestre.

Ad agosto la Cochilco, la commissione pubblica cilena che segue il rame, aveva già tagliato la stima 2026 a 5,27 milioni di tonnellate (-2,6%), attribuendo la revisione a «una prima metà dell’anno particolarmente debole» e contando su un recupero del secondo semestre trainato, fra gli altri, proprio da El Teniente. Quel recupero, oggi, è meno probabile di due mesi fa.

Il numero che spiega davvero la tensione

C’è però un indicatore che racconta la scarsità meglio del prezzo: la tariffa che le miniere pagano alle fonderie per trasformare il concentrato in metallo, uno sconto sul valore del concentrato che in condizioni normali è positivo.

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, il benchmark annuale negoziato tra Antofagasta e le grandi fonderie cinesi si è chiuso a zero dollari per tonnellata nel gennaio 2026, il livello più basso mai concordato, contro i circa 21 dollari del 2025; le tariffe spot sono negative dal 2024. Nelle contrattazioni di ottobre il mercato fisico viaggia intorno a meno 240 dollari per tonnellata secca sui contratti a prezzo fisso, con gare aggiudicate anche a meno 300-310 dollari e un caso a meno 320. Tradotto: sono le fonderie a pagare per avere la materia prima da lavorare.

La ragione è strutturale e riguarda poco il Cile. Dal 2005 la Cina ha rappresentato oltre il 90% della crescita mondiale della capacità di fusione, salendo da circa il 15% a metà dell’offerta globale di rame raffinato nel 2025: troppi forni a fronte di un concentrato che non cresce. I tenori medi dei giacimenti sono scesi del 40% dal 1991 e fra la scoperta di un deposito e la sua messa in produzione passano in media diciassette anni. Di qui la conclusione dell’Agenzia: «il mercato del rame potrebbe fronteggiare un deficit di offerta del 30% entro il 2035».

Il prezzo e la distorsione americana

Sul London Metal Exchange il rame a tre mesi tratta oggi intorno ai 14.635 dollari per tonnellata, circa l’1,6% sotto il record di 14.875 dollari toccato il 10 settembre. A New York il contratto Comex viaggia a 6,72 dollari per libbra, in rialzo dell’1,11% sulla seduta, del 6,1% sul mese e del 31,5% sull’anno, poco sotto il massimo storico di 6,85 dollari, anch’esso di settembre.

Il divario fra le due piazze non è un dettaglio. L’ipotesi, mai confermata, di dazi statunitensi sul rame raffinato ha spinto gli operatori a spostare metallo verso i magazzini americani: le scorte Comex hanno toccato il record di 711.609 tonnellate, mentre quelle del London Metal Exchange sono scese a 233.025, minimo da sei settimane. Il metallo esiste, ma è sempre più nel posto sbagliato rispetto a chi lo consuma.

Perché le previsioni di un anno fa hanno sbagliato

L’11 dicembre 2025 Goldman Sachs, in una nota firmata da Eoin Dinsmore, prevedeva per il 2026 un rame tra 10.000 e 11.000 dollari la tonnellata, sulla base di un surplus globale stimato in 160.000 tonnellate; pochi giorni prima JP Morgan indicava una media 2026 di 12.075 dollari. Money.it aveva raccolto quelle stime a fine dicembre, quando il metallo valeva circa 12.560 dollari.

Il prezzo di oggi supera di oltre il 30% il tetto dell’intervallo indicato da Goldman. L’errore non è stato sulla domanda, cresciuta più o meno come previsto tra reti elettriche, data center e veicoli elettrici: è stato sull’offerta. Il surplus atteso non si è mai materializzato, perché i modelli incorporano la capacità installata e non la probabilità che tre delle principali miniere del primo produttore mondiale si fermino, in parte o del tutto, nella stessa settimana.

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