Cambiano le pensioni nel 2027: ecco tutte le novità tra conferme e ipotesi di riforma.
Le pensioni cambieranno nel 2027: su questo ci sono già alcune certezze.
Dall’aumento dei requisiti per lasciare il lavoro all’aggiornamento degli importi, passando per le possibili novità della prossima legge di Bilancio, il nuovo anno porterà cambiamenti sia per chi deve ancora andare in pensione che per chi già percepisce un assegno.
La prima certezza riguarda l’adeguamento dei requisiti alla speranza di vita: dal 1° gennaio 2027, secondo quanto già previsto dalla normativa, servirà un mese in più per accedere alle principali forme di pensionamento. L’aumento interesserà la pensione di vecchiaia, quella anticipata e anche Quota 41 per una parte dei lavoratori precoci, ferme restando le esclusioni previste per alcune categorie.
Accanto alle novità già definite ci sono poi le ipotesi di riforma sulle quali si concentra il confronto in vista della manovra. Tra queste, l’estensione della pensione a 64 anni a chi ha contributi versati prima del 1996, a condizione di accettare il calcolo interamente contributivo dell’assegno.
Una possibilità alla quale il Governo sta lavorando, ma per la quale restano da definire le condizioni di accesso. A questa si aggiunge l’ipotesi di un fondo pensione per i nuovi nati, anch’essa da distinguere dalle misure già approvate.
Resta aperta anche la questione delle pensioni minime. Bisognerà capire se verrà confermato l’incremento straordinario dell’1,3%, in scadenza a fine anno, mentre appare decisamente più ambizioso l’obiettivo degli 850 euro indicato da Antonio Tajani.
Altre novità riguarderanno gli importi. Gli assegni saranno aggiornati attraverso la rivalutazione annuale, il meccanismo che li adegua all’andamento dei prezzi, ma per conoscere l’entità degli aumenti bisognerà attendere la definizione del tasso da applicare.
Per chi andrà in pensione dal prossimo anno entrerà invece in gioco la revisione biennale dei coefficienti di trasformazione, i parametri utilizzati per convertire il montante contributivo nell’importo della pensione. L’aggiornamento per il 2027-2028 potrebbe rendere meno favorevole il calcolo della quota contributiva, a parità di età e contributi accumulati: per valutarne gli effetti effettivi, però, occorrerà attendere i nuovi valori ufficiali.
Infine, sul netto percepito potrebbero incidere eventuali interventi sull’Irpef, come l’ipotizzata estensione del secondo scaglione fino a 60.000 euro. Anche in questo caso, i benefici dipenderanno dalle scelte definitive della legge di Bilancio e dal reddito del pensionato.
Il 2027 si presenta quindi come un anno di cambiamenti su più fronti: quando si potrà lasciare il lavoro, come verrà calcolata la pensione e quanto si incasserà ogni mese.
Aumento dei requisiti, con l’eccezione dei lavori gravosi
La prima novità è già prevista dalla normativa: dal 1° gennaio 2027 l’adeguamento alla speranza di vita farà aumentare di un mese i requisiti per andare in pensione.
Per la vecchiaia serviranno 67 anni e 1 mese, mentre per la pensione anticipata occorreranno 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini, 41 anni e 11 mesi per le donne. Anche Quota 41, riservata ai lavoratori precoci appartenenti alle categorie tutelate, salirà a 41 anni e 1 mese.
L’aumento, però, non interesserà indistintamente tutti. Per gli addetti alle attività gravose o usuranti sono previste specifiche esclusioni, subordinate alla durata dell’attività svolta e agli altri requisiti richiesti.
Per la vecchiaia, con almeno 30 anni di contributi, resterà possibile l’accesso a 66 anni e 7 mesi oppure a 67 anni, a seconda delle condizioni soddisfatte. I precoci impegnati nelle mansioni tutelate manterranno invece il requisito dei 41 anni di contributi.
Va detto che quello del 2027 sarà soltanto il primo passaggio: nel 2028 scatteranno altri 2 mesi, portando l’aumento complessivo a tre mesi rispetto a oggi.
Pensione a 64 anni per tutti, ma con quali condizioni?
La proposta più rilevante sul fronte della flessibilità riguarda l’estensione della pensione a 64 anni anche a chi ha versato contributi prima del 1996.
Il Governo, infatti, sta lavorando a una sperimentazione per il 2027-2029, che consentirebbe anche a questi lavoratori di scegliere un’uscita anticipata accettando il calcolo interamente contributivo dell’assegno.
È proprio questo il primo aspetto da considerare: rinunciare alla quota retributiva potrebbe comportare una riduzione della pensione, da valutare sulla base della propria carriera.
Oltre all’età, resterebbero da soddisfare un requisito contributivo e una soglia minima dell’assegno. Gli anni di versamenti richiesti potrebbero arrivare a 25, mentre sul requisito economico Durigon ha aperto alla possibilità di condizioni più favorevoli per disoccupati e categorie fragili.
Restano quindi diversi punti da chiarire, compreso il coordinamento con l’adeguamento alla speranza di vita: secondo le regole già approvate, nel 2027 l’attuale pensione anticipata contributiva richiederà 64 anni e 1 mese. La nuova possibilità di uscita, invece, dovrà ancora trovare conferma nella manovra.
Fondo pensione per i nuovi nati
Guardando alle generazioni future, la ministra Calderone ha anticipato l’ipotesi di un fondo pensione intestato ai nuovi nati, alimentato da un contributo iniziale dello Stato e da successivi versamenti dei familiari.
L’obiettivo sarebbe iniziare ad accumulare risorse fin dalla nascita per costruire una pensione integrativa. Importi e funzionamento restano da definire: i 10 euro mensili citati nel dibattito richiamano il modello tedesco e non sono una somma già riconosciuta in Italia.
Pensioni minime, il nodo è la conferma dell’1,3%
Prima ancora di discutere dell’aumento a 850 euro annunciato da Antonio Tajani, il Governo dovrà decidere se prorogare l’incremento straordinario dell’1,3%, in scadenza a dicembre.
Oggi questa maggiorazione vale fino a circa 8 euro al mese e contribuisce a portare la pensione minima a 619,80 euro. Per mantenerla nel 2027 serviranno nuove risorse, mentre l’adeguamento ordinario all’inflazione seguirà il meccanismo della rivalutazione.
Gli 850 euro restano invece un obiettivo politico da raggiungere gradualmente. Non c’è, al momento, un aumento di questa entità già approvato per il prossimo anno: prima di capire quanto potrebbe spettare bisognerà conoscere coperture, destinatari e tempi di attuazione.
Rivalutazione pensioni, quanto aumentano gli assegni?
Per chi è già in pensione, l’appuntamento più atteso è quello con la rivalutazione di gennaio, che adegua gli assegni all’andamento dei prezzi, ma il tasso per il 2027 deve ancora essere stabilito sulla base dell’indice Istat Foi al netto dei tabacchi.
Se resteranno le regole attuali, il recupero dell’inflazione verrà riconosciuto interamente sulla quota di pensione fino a quattro volte il trattamento minimo. Sulla fascia tra quattro e cinque volte sarà applicato il 90% del tasso, mentre sulla parte superiore il 75%.
Il calcolo avviene quindi per fasce: avere una pensione elevata non significa perdere la rivalutazione piena anche sulla parte iniziale dell’assegno.
Quanto agli importi, uno degli scenari illustrati ipotizza un tasso del 2,8%. In questo caso, una pensione di 1.000 euro lordi salirebbe a 1.028 euro, mentre una da 1.500 euro arriverebbe a 1.542 euro. Sono però esempi indicativi, che andranno aggiornati quando sarà ufficializzata la percentuale da applicare.
Nuovi coefficienti di trasformazione
Per chi andrà in pensione dal 2027 cambieranno anche i coefficienti di trasformazione, utilizzati per convertire il montante contributivo nell’importo annuo dell’assegno.
La revisione per il biennio 2027-2028 potrebbe portare a valori meno favorevoli: a parità di età e contributi accumulati, la quota contributiva della pensione risulterebbe quindi più bassa. Per quantificare l’effetto bisognerà attendere la nuova tabella.
Si tratta di una novità che riguarda il calcolo dei nuovi pensionamenti, senza comportare un taglio delle pensioni già liquidate.
Taglio Irpef, benefici per i redditi oltre 50.000 euro
L’eventuale estensione del secondo scaglione Irpef fino a 60.000 euro farebbe scendere dal 43% al 33% il prelievo sulla quota di imponibile compresa tra 50.000 e 60.000 euro.
Il risparmio arriverebbe a 1.000 euro annui, salvo limiti nel testo definitivo. La sola estensione non produrrebbe invece vantaggi per chi ha un reddito imponibile entro 50.000 euro. Anche questa proposta dovrà trovare finanziamento e conferma nella legge di Bilancio.