Oro ai massimi da due settimane dopo le midterm USA: calano dollaro e rendimenti, ma il rialzo Fed resta in pista

Dopo la vittoria dei democratici al voto di metà mandato l'oro allunga il rimbalzo per la seconda seduta, con un guadagno di circa il 5% in due giorni. Il mercato però sconta ancora un rialzo dei tassi Fed a dicembre, e venerdì 6 novembre arrivano i dati sull'occupazione USA.

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di Ufficio Studi Money.it 0 Commenta

L’oro sale per la seconda seduta di fila e, sommando il +3,34% di mercoledì, mette insieme circa il 5% in due giorni. Alle 12:22 di giovedì 5 novembre la quotazione di Money.it segnava 4.147,00 dollari l’oncia, in rialzo dell’1,82%, dopo aver oscillato tra 4.067,00 e 4.155,80.

Quel prezzo è il future COMEX con consegna a dicembre, cioè un contratto che fissa oggi il prezzo di una consegna futura.

Reuters, invece, segue il prezzo spot, quello per la consegna immediata, e per questo i numeri non coincidono al centesimo. Nelle prime ore di contrattazione lo spot guadagnava l’1,9% a 4.134,83 dollari, il livello più alto dal 22 ottobre. Il rialzo di mercoledì, ricorda l’agenzia, era stato il più ampio in una sola giornata dal 19 agosto.

Cosa ha cambiato il voto

All’origine ci sono le elezioni di metà mandato del 3 novembre, con i democratici che hanno conquistato Camera e Senato. Un risultato così netto, scrive Reuters, ha tolto ai mercati una grossa fonte d’incertezza. C’è poi chi, tra gli operatori, ne fa una questione di conti pubblici: con un Congresso democratico diventano meno probabili nuovi tagli delle tasse, e quindi servirebbe meno debito da collocare sul mercato, con minore pressione sui rendimenti.

Lo si è visto subito sui Treasury, i titoli di Stato americani. Secondo i dati ufficiali del Tesoro USA, il rendimento del decennale, cioè l’interesse annuo che Washington paga per finanziarsi a dieci anni, è passato dal 4,95% del 3 novembre al 4,90% del giorno dopo. Cinque centesimi di punto possono sembrare pochi, ma su quel mercato contano. Stamattina, riferisce Reuters, il decennale era sceso ancora al 4,87%, e il dollaro cedeva un po’ di terreno.

Per l’oro sono due buone notizie. Non pagando cedole, il metallo diventa relativamente più attraente quando i rendimenti calano: si riduce il costo opportunità, cioè il guadagno a cui si rinuncia tenendolo. E un dollaro più debole lo rende più conveniente per chi compra con altre valute.

Il nodo dei tassi

Il mercato, però, continua a dare per probabile un nuovo rialzo dei tassi della Federal Reserve: secondo il CME FedWatch, citato da Reuters, le probabilità di una stretta a dicembre sono all’82%. Lo strumento le ricava dai prezzi dei future sui tassi Fed.

Le ultime mosse della banca centrale spiegano perché. A settembre la Fed ha alzato i tassi di 25 punti base (un quarto di punto), al 3,75%-4%. A fine ottobre si è fermata, ma senza unanimità: il voto è finito 10 a 2, con Lisa Cook e Beth Hammack che avrebbero voluto un altro aumento. Nel comunicato l’inflazione viene ancora descritta come elevata. Se ne riparlerà l’8 e il 9 dicembre, con le nuove proiezioni economiche.

Perché allora l’oro sale? Una stretta data all’82% è in buona parte già scontata: se arriva davvero, sposta poco, perché gli investitori si sono già posizionati. In queste due sedute hanno contato di più il calo dei rendimenti a lunga scadenza e la debolezza del dollaro. Movimenti che però possono rientrare in fretta, e qui sta la fragilità del rimbalzo.

Il prossimo banco di prova è venerdì 6 novembre alle 14:30 ora italiana, quando il Bureau of Labor Statistics pubblicherà il rapporto sull’occupazione di ottobre, con i posti creati fuori dall’agricoltura (i payroll). Se i numeri uscissero robusti, darebbero argomenti a chi spinge per il rialzo dei tassi, e l’oro potrebbe risentirne.

Un recupero dentro un trend debole

Il rialzo parte da lontano. Il 30 ottobre l’oro era sceso sotto i 3.900 dollari, ai minimi di un anno, per le vendite forzate seguite al crollo dei titoli tech legati all’intelligenza artificiale. Dal minimo a 52 settimane del future, 3.879,30, il recupero è di circa il 6,9%. Altra storia è il record di fine gennaio 2026, intorno a 5.590-5.600 dollari: rispetto al massimo a 52 settimane del future, 5.586,20, il prezzo resta ancora quasi il 26% più in basso.

Sullo sfondo, non come causa della seduta, ci sono le banche centrali. Secondo il World Gold Council, l’organizzazione che rappresenta l’industria aurifera, a settembre gli istituti hanno comprato 61 tonnellate nette, il totale mensile più alto del 2026. Da gennaio il conto è di 228 tonnellate, il 7% in meno sullo stesso periodo del 2025, con Polonia e Cina in testa.

Guardando avanti, gli analisti citati da Reuters fissano qualche paletto. Per Linh Tran la soglia da difendere è quella dei 4.000 dollari, con possibili tappe successive a 4.200 e 4.400. Citi punta a 4.500 dollari a 0-3 mesi, a due condizioni che giudica probabili entro fine anno: la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’allentamento del conflitto tra Yemen e Arabia Saudita.

I livelli da seguire

I livelli tecnici di Money.it sono calcolati sulla chiusura del 4 novembre, a 4.072,20 dollari. Il prezzo ha già superato la prima resistenza (una soglia dove di solito si addensano le vendite), a 4.126,20; la seconda è a 4.180,20. Più su c’è il ritracciamento di Fibonacci del 38,2% a 4.213,82, cioè il recupero di poco più di un terzo della discesa da 4.755,00 a 3.879,30. Se tornassero le vendite, il primo supporto è a 3.973,20, appena sotto i 4.000 dollari.

Il prezzo resta invece sotto tutte le medie mobili a 50, 100 e 200 sedute, cioè i prezzi medi di quei periodi: quella a 200 sedute passa a 4.493,42. Finché le quotazioni non le avranno riconquistate, si parla di rimbalzo e non di inversione. Quanto sia solido lo dirà già il rapporto sul lavoro di venerdì.

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