Mi scuserete se non sarò tra i tanti che ha visto ieri sera la finale del Six Kings Slam ma ci sono cose che non andrebbero nemmeno concepite in un mondo civilmente orientato.
Per chi non lo sapesse, il Six Kings Slam è un torneo di esibizione, in cui quindi non si guadagneranno punti per la classifica ATP, ma al quale i tennisti hanno accettato di partecipare soprattutto per l’altissimo montepremi messo in palio.
Già solo per la partecipazione ciascuno di loro riceve circa 1,4 milioni di euro, mentre il vincitore guadagnerà 5,5 milioni di euro, il più alto premio in denaro mai assegnato da un torneo di tennis, superiore anche a quelli assegnati dai quattro tornei del Grande Slam, i più importanti. Per fare un confronto, vincendo gli Australian Open a gennaio Sinner ha ottenuto circa 2 milioni di euro, mentre con la vittoria agli US Open lo scorso settembre ha guadagnato circa 3 milioni e mezzo.
Voi direte “e che male c’è?”
Beh, ce n’è più di uno. Anzitutto, c’è un mondo con quasi 700 milioni di persone vivono con meno di 2,5 dollari al giorno e il 44% della popolazione mondiale con meno di 6,85 dollari, limite definito come soglia di povertà nei Paesi emergenti. La Banca Mondiale auspica che questa soglia possa scendere al 7,3% entro il 2030.
E voi direte “E questo che c’entra col tennis?”. C’entra come c’entra con il calcio, la F1, il moto GP, e tutte quelle professioni che non producono valore aggiunto reale per la società ma solo sperequati guadagni individuali che continuano ad alimentare un sistema corrotto in cui tutti si dimostrano corruttibili.
E questo dovrebbe indignare imprenditori, professionisti, e tutti i lavoratori che (con guadagni spesso ben inferiori agli sforzi e agli impegni profusi) vedono quattro giovanotti privilegiati guadagnare circa 20 mila dollari al minuto (avete capito bene) per lanciare una pallina oltre una rete.
Se qualcuno può dirmi cosa c’è non dico di morale ma anche solo di ragionevole in tutto ciò, si faccia pure avanti (evitando la storia degli sponsor perché appunto anche quelli acchiappano chi è nella ruota del criceto e si presta a guardare queste arene moderne, ma fortunatamente non siamo tutti così)
Sì, perché presentandosi a giocare a tennis in un paese che non riconosce i diritti umani e ancora meno quelli delle donne (voi mi direte che non è l’unico, c’è anche la Cina e molti altri…vero, stasera si parla di questo ma il discorso è estendibile a tutti) anche i giocatori moralmente più elevati tipo Djokovic dimostrano di essere poco più che scimmie da circo, che fanno tanti più salti quante più sono le noccioline in palio.
Andy Murray è uno dei pochi ad aver esplicitamente dichiarato che non giocherà mai in Arabia Saudita. A lui, e ai pochi altri come lui, va la mia stima.
“Oh mamma mia Lorenza, ma stiamo solo guardando il tennis!” No, non state solo guardando il tennis, siete conniventi con un sistema.
Un sistema dove chi ha i soldi può comprare tutto e tutti. Voi compresi.
Il pensiero va direttamente a diritti umani e sportwashing (l’uso dello sport da parte di organizzazioni o Stati per migliorare la propria immagine), più che altro per via di quella sigla, PIF, che sta per Public Investment Fund, lo strumento di investimento sovrano dell’Arabia Saudita.
Stanno investendo somme di denaro colossali in eventi sportivi e di intrattenimento per ripulire la propria immagine e presentarsi come uno Stato ‘riformista’ e ‘ progressista’. Queste dispendiose strategie di relazioni pubbliche aiutano spostano l’attenzione dalle spaventose violazioni dei diritti umani.
Pensate forse che anche per chi fa il mio lavoro non sarebbe più opportuno plaudere a questo tipo di evento anziché criticarlo? Vedi mai che un giorno salti fuori un’azienda che vuole investire lì? Perché c’è anche chi non è in vendita.
La Carta Olimpica recita che “la pratica dello sport è un diritto umano. Ogni individuo deve avere la possibilità di praticare sport, senza discriminazioni di alcun tipo”. E pure la Convenzione sui Diritti del Fanciullo, peraltro sottoscritta anche dall’Arabia Saudita, riconosce ai bambini e alle bambine il diritto di praticare l’educazione fisica e partecipare ad attività sportive. Ma la politica saudita rispetto al divieto di fare sport per le donne è solo un aspetto della visione dominante nel paese, in fatto di diritti umani al femminile. Nell’ottica di un conservatorismo estremo lasciare che le donne pratichino un qualsiasi sport equivale a minarne la moralità.
La povertà continuerà a crescere in tutto il mondo finché non si raggiungerà una pace globale, una democrazia economica e non ci sarà una Patria per l’Umanità. E quel luogo non sarà certo l’Arabia Saudita.