Leonardo Maria Del Vecchio, 3 errori di finanza personale che possono costare caro anche a te

Flavia Provenzani

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Ha una quota da 5 miliardi ma fatica a pagare i debiti. La vicenda di Leonardo Maria Del Vecchio mostra tre errori che fanno anche le famiglie comuni, dal mutuo al compromesso, fino all’eredità.

Leonardo Maria Del Vecchio, 3 errori di finanza personale che possono costare caro anche a te

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Leonardo Maria Del Vecchio ha parlato a lungo a Pulp Podcast, il podcast di Fedez e Mr. Marra. Ha difeso le volontà del padre, ha attaccato i fratelli e ha detto che Francesco Milleri, con EssilorLuxottica dimezzata in Borsa, «dovrebbe essere un attimo più teso». Oggi si aggiunge un nuovo capitolo: Delfin, la holding di famiglia, starebbe studiando un finanziamento con almeno quattro banche per comprare fino a due delle otto quote degli eredi. Fra queste potrebbe esserci proprio quella di Leonardo Maria, che però dovrebbe essere d’accordo e al momento nulla fa pensare che lo sia.

Al di là delle tensioni familiari e delle controversie legali, la vicenda è un caso di scuola di finanza personale. Il protagonista è uno degli uomini più ricchi d’Italia, con la sua quota di Delfin che vale circa 5 miliardi di euro. Ma da mesi deve fare i conti con un problema di liquidità. Le scelte che lo hanno portato fin qui sono le stesse che, in scala molto più piccola, mettono in difficoltà famiglie con una casa, un mutuo e qualche fratello. Sono tre e conviene guardarle una per una.

Un patrimonio che vale miliardi e non paga gli interessi

Delfin, la holding lussemburghese fondata da Leonardo Del Vecchio, controlla circa il 32% di EssilorLuxottica e possiede partecipazioni importanti in Mps, Generali e UniCredit. Dopo la morte del fondatore, nel giugno 2022, il capitale è stato diviso fra otto eredi con il 12,5% ciascuno: la vedova, i sei figli e Rocco Basilico, figlio della vedova. Per statuto quelle quote non si possono dare in pegno alle banche senza il consenso di tutti i soci.

Negli ultimi anni Leonardo Maria ha investito molto, lui stesso parla di circa 500 milioni, quasi tutti in Italia, fra editoria, ristorazione, acqua minerale e altre attività, e lo ha fatto in larga parte a debito. Secondo la sua società, Lmdv Capital, l’esposizione complessiva è di 950 milioni, metà personale e metà delle società. Alcune ricostruzioni di stampa parlano invece di oltre 1,3 miliardi. Secondo quanto riportato da Adnkronos a luglio, una parte del debito sarebbe stata rifinanziata dal fondo americano Apollo con un prestito da circa 1,1 miliardi all’8% e una durata di 18 mesi.

Il problema sta nel rapporto fra quel debito e le entrate. Nel 2025 l’assemblea di Delfin ha bocciato una cedola da 500 milioni e ha distribuito appena 150 milioni. Il 12,5% di quella cifra fa circa 18,75 milioni per ciascun erede. Anche con un costo medio del debito del 5%, molto più basso di quello attribuito al prestito Apollo, 950 milioni generano circa 47,5 milioni di interessi l’anno, più del doppio. Il patrimonio è enorme, ma la quota di dividendi, da sola, non basterebbe a coprire gli interessi ipotizzati sull’intera esposizione. In più non si può vendere né dare in garanzia senza l’accordo dei fratelli, cioè proprio delle persone con cui si è in lite.

Lmdv Capital sostiene che non ci sia «alcuna posizione scaduta e non onorata» e che quei prestiti siano «patrimonio reso liquido, non un debito da ripagare con redditi futuri», una distinzione comprensibile dal punto di vista del debitore, però un prestito va rimborsato comunque e, se il bene che lo dovrebbe ripagare non distribuisce utili e non si può vendere, prima o poi bisogna trovare il denaro altrove. Nel frattempo anche il valore di quel bene si è ridotto: alle 12:40 di giovedì 15 ottobre le azioni EssilorLuxottica passano di mano a 148,45 euro, circa il 54% in meno rispetto al massimo storico di 323,80 euro toccato il 13 novembre 2025.

Lo stesso errore, con molti zeri in meno, lo fa chi si indebita contro un bene che non rende. Succede a chi accende un mutuo per una seconda casa che resta sfitta per mesi, o che rende meno degli interessi pagati. È la leva negativa: con un mutuo al 3,5% e un affitto che rende il 2% netto, l’affitto stesso contribuisce a pagare la rata, ma l’investimento genera comunque una perdita. Succede anche a chi prende un prestito garantito dal proprio portafoglio titoli. Se i mercati scendono, la banca può chiedere nuove garanzie proprio nel momento peggiore.

Prima di indebitarsi la domanda da farsi è semplice. Se il bene che sto comprando non mi desse un euro per due anni, con quali entrate pagherei le rate? Se la risposta è «lo venderei», bisogna essere sicuri di poterlo vendere davvero, in fretta e senza chiedere il permesso a nessuno.

Firmare un acquisto senza sapere se arriveranno i soldi

Il secondo errore ha un costo potenziale preciso, 500 milioni di euro. All’inizio del 2026 Leonardo Maria si era impegnato a comprare le quote dei fratelli Luca e Paola, il 25% di Delfin, per circa 10 miliardi. Per farlo aveva bisogno delle banche, che però chiedevano una garanzia della holding, una lettera di patronage, che il consiglio di Delfin ha rifiutato. Senza finanziamento l’operazione è saltata.

Il contratto prevedeva una penale di 500 milioni in caso di mancata esecuzione e non conteneva nessuna clausola che subordinasse l’acquisto all’ottenimento dei fondi. Per questo, Luca e Paola chiedono a Leonardo Maria 250 milioni ciascuno. Dagli ambienti vicini al protagonista si parla della possibilità di un arbitrato per trovare un accordo.

Per una famiglia, l’equivalente può essere la proposta d’acquisto o il compromesso per una casa, firmati prima di avere la delibera del mutuo. Con il preliminare di solito si versa una caparra confirmatoria, spesso intorno al 10% del prezzo. Se poi la banca nega il finanziamento e si rinuncia all’acquisto, il venditore può tenersi la caparra e, se lo ritiene, chiedere il risarcimento dei danni. Su una casa da 250.000 euro si possono perdere 25.000 euro senza aver mai messo piede nell’appartamento.

Una tutela possibile è inserire nel contratto una condizione sospensiva legata alla concessione del mutuo, da formulare con attenzione insieme al notaio. Se la banca non approva il finanziamento entro una data stabilita, il contratto perde efficacia e la caparra viene restituita. Perché la clausola funzioni, deve indicare l’importo del mutuo, un tasso massimo accettabile e una scadenza realistica e conviene chiederla anche quando la banca ha già dato un parere positivo informale. La regola vale anche al di fuori della casa: non conviene mai promettere un pagamento che dipende dal consenso di qualcun altro, che sia una banca o, come in questo caso, un consiglio di amministrazione in cui siedono le persone con cui si sta trattando.

Un’eredità divisa in parti uguali che nessuno riesce a governare

Il terzo errore non è suo, ma ne subisce le conseguenze. Leonardo Del Vecchio ha diviso Delfin in otto parti uguali e ha lasciato con il testamento alcuni legati, fra cui azioni EssilorLuxottica a Milleri, per un valore che il figlio stima in circa 300 milioni. Per cambiare le regole del gioco servono maggioranze che, con otto soci al 12,5%, si traducono di fatto nell’unanimità. Così da oltre quattro anni la successione non si chiude.

Uno dei nodi è il beneficio d’inventario, con cui Luca, Clemente e Paola hanno accettato l’eredità, uno strumento previsto dall’articolo 484 del Codice civile che tiene separato il patrimonio del defunto da quello dell’erede e che risponde degli eventuali debiti solo nei limiti di quanto riceve. Il beneficio d’inventario tutela l’erede tenendo separato il patrimonio del defunto da quello personale, ma comporta adempimenti e vincoli. In particolare, per determinati atti di straordinaria amministrazione, come la vendita di beni ereditari nei casi previsti dalla legge, può essere necessaria l’autorizzazione del giudice. Una tutela utile, quindi, che può anche rendere più complessa e lenta la gestione del patrimonio.

Ora gli eredi stanno trasferendo le proprie quote in società personali e Delfin valuta di ricomprarne fino a due. Resterebbero sei soci con circa il 16,7% ciascuno e una governance più semplice come tentativo di risolvere a posteriori un problema che si sarebbe potuto affrontare quando il fondatore era ancora in vita.

Nelle famiglie comuni la situazione tipica è quella di tre fratelli che ereditano una casa e che diventano comproprietari in comunione ereditaria. Per affittarla basta la maggioranza delle quote, ma per venderla serve il consenso di tutti. Se uno dei tre non vuole, gli altri possono chiedere al tribunale la divisione, un percorso che spesso si conclude con una vendita all’asta a un prezzo più basso e con anni di spese legali da sostenere.

Gli strumenti per evitarlo ci sono e quasi tutti richiedono di pensarci per tempo. Con il testamento si possono assegnare beni precisi a ciascun erede invece di lasciare tutto in quote indivise, rispettando le quote che la legge riserva ai legittimari. Per un’azienda o per partecipazioni societarie esiste il patto di famiglia, regolato dagli articoli 768-bis e seguenti del Codice civile, che consente di trasferire l’impresa a uno o più figli liquidando gli altri, con un atto notarile a cui partecipano il coniuge e tutti gli eredi che avrebbero diritto alla legittima. Infine, per le società di famiglia, contano le regole scritte nello statuto che regolano diritti di prelazione, criteri per valutare le quote, meccanismi che consentano a chi vuole uscire di farlo senza bloccare gli altri.

Chi ha molto meno di Leonardo Maria Del Vecchio può comunque portarsi a casa qualcosa da questa storia. Quando si pensa a un prestito, vale la pena guardare con onestà a quanti soldi entrano davvero ogni mese e chiedersi se basterebbero a pagare la rata anche in un anno storto, con l’inquilino che non paga o un lavoro che salta. Quando invece si trova la casa giusta e si ha fretta di firmare, è il momento di rallentare e chiedere al notaio o all’agenzia di inserire nel contratto la clausola che ci lascia liberi se la banca dice di no. E a chi ha qualcosa da lasciare, fosse anche solo l’appartamento in cui vive, conviene pensarci finché può decidere lui stesso in vita. Sedersi a un tavolo con i figli per affrontare certi temi oggi è scomodo, ma lo è molto meno che lasciarli un domani a litigare su una casa che nessuno di loro può vendere senza il permesso degli altri.

Questo articolo ha finalità esclusivamente informative e non costituisce consulenza finanziaria, legale o fiscale. Per la propria situazione è opportuno rivolgersi a un professionista.

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