Per mesi il copione è sembrato già scritto: banche sotto pressione, BTP in affanno e investitori con il dito sul tasto “vendi”. Con il conflitto ancora aperto e le piazze che protestano contro il caro vita, gli ingredienti per un nuovo affondo del settore c’erano tutti, eppure qualcosa nel listino ha iniziato a muoversi nella direzione opposta. Che cosa sta vedendo il mercato che a molti risparmiatori, forse, sta ancora sfuggendo?
Perché le banche sono scese nell’ultimo mese: lo shock d’inflazione e la trappola del debito sovrano
In teoria, tassi d’interesse elevati sono una benedizione per i bilanci bancari, perché allargano la forbice tra quanto l’istituto incassa sui prestiti e quanto paga sulla raccolta. Il problema è che questo equilibrio regge solo finché l’inflazione si raffredda in modo ordinato. Quando invece torna a correre, lo scenario si ribalta.
A settembre, i prezzi al consumo dell’Eurozona sono saliti al 3,8% su base annua. Una risposta della BCE era quasi obbligata: altri 25 punti base di rialzo, con il tasso sui depositi portato al 2,50% e quello di rifinanziamento al 2,65%. E i mercati hanno iniziato ad assegnare una probabilità vicina al 70% a una terza stretta già a dicembre.
È qui che si è materializzato il timore del cosiddetto higher for longer, cioè tassi alti per un periodo prolungato. Una prospettiva che porta con sé lo spettro della stagflazione: raccolta più costosa per le banche, consumi in frenata e meno richieste di nuovi finanziamenti da parte di famiglie e imprese.
A peggiorare il quadro si è aggiunto il fronte del debito pubblico. Il rendimento del BTP a 10 anni è balzato al 4,71%, con lo spread sul Bund tedesco salito a 118 punti base, livelli che non si vedevano dalla fine del 2023.
Perché questo conta così tanto per le banche italiane? Perché nei loro portafogli di liquidità custodiscono quantità rilevanti di titoli di Stato. Quando il prezzo dei bond scende, entra in gioco la logica del mark to market: le obbligazioni vengono valutate ai prezzi correnti di mercato, generando minusvalenze latenti. Perdite non ancora realizzate, ma che possono erodere le riserve e comprimere il CET1, l’indicatore che misura la solidità patrimoniale di un istituto rispetto ai rischi che ha in pancia.
Perché sono risalite: la seduta di svolta del 21 ottobre
La seduta di mercoledì ha chiuso la fase delle vendite indiscriminate, lasciando spazio a un rimbalzo deciso, sostenuto da elementi tecnici e macroeconomici.
Il primo fattore arriva dal contesto globale. Le trimestrali solide delle big tech hanno acceso il rally dei semiconduttori, mentre la tenuta del Brent, tra $105 e $109 al barile, ha spinto gli energetici: Eni si è mossa tra l’1,1% e l’1,4% al rialzo. Un clima che ha migliorato la propensione al rischio dell’intero mercato.
Il secondo fattore riguarda le valutazioni. Dopo la discesa, i multipli del settore sono arrivati a livelli che molti considerano d’occasione: un rapporto prezzo/utili compreso tra 8 e 9 volte e rendimenti da dividendo oltre il 6%. In questo contesto sono scattate rapide ricoperture, cioè chiusure di posizioni ribassiste da parte di chi aveva scommesso sul calo, affiancate da acquisti selettivi.
Dividendi e buyback: il cuscinetto che il mercato non dimentica
In uno scenario di rischi crescenti, l’investitore difficilmente perde di vista le cedole. Intesa Sanpaolo offre un dividend yield stimato tra il 6,3% e il 6,5%, sostenuto da una politica di remunerazione che prevede il 75% degli utili distribuito in dividendi cash.
Una logica simile si ritrova in UniCredit, che continua a portare avanti corposi piani di riacquisto di azioni proprie e di restituzione del capitale in eccesso agli azionisti. Per chi vive di flussi, questo rappresenta un argomento difficile da ignorare.
Il piano B delle banche quando i tassi smetteranno di aiutare
C’è però un aspetto che i più attenti stanno osservando. Il margine di interesse netto, il vero motore dei profitti degli ultimi anni, non resterà su questi livelli all’infinito ed è destinato a normalizzarsi.
Per questo le banche stanno cercando di blindare i ricavi puntando sulle commissioni: wealth management, risparmio gestito e bancassurance.
Un rimbalzo da leggere con prudenza
Un rimbalzo non è necessariamente un’inversione di tendenza, e una singola seduta positiva non cancella i rischi che hanno pesato sul settore. Inflazione, nuove strette della BCE e tensioni sullo spread restano sul tavolo e possono tornare a farsi sentire in qualsiasi momento.
Chi detiene titoli bancari o sta valutando di entrare si trova davanti a un equilibrio delicato: da un lato dividendi generosi e valutazioni contenute, dall’altro un contesto macro che può ancora riservare sorprese. Forse, più che inseguire il rialzo, la domanda da porsi è quanto rischio il proprio portafoglio sia davvero in grado di sopportare.
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