La crisi di Kasanova, spiegata. Chi è il vero colpevole?

Flavia Provenzani

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Ricavi record, oltre ottocento punti vendita, un marchio che conoscono tutti. Ma in tre anni la catena brianzola è passata dall’utile alla composizione negoziata, ha visto l’accordo con OVS sfumare a un passo dal traguardo ed è stata rilevata da una holding napoletana.

La crisi di Kasanova, spiegata. Chi è il vero colpevole?

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Il 4 febbraio 2026, a Venezia Mestre, il consiglio di amministrazione di OVS lascia scadere senza rinnovarla l’offerta vincolante con cui avrebbe dovuto prendersi Kasanova, e cinque giorni più tardi la catena brianzola dei casalinghi affida al verbale del proprio consiglio una parola sola, «inopinatamente», che racchiude tutto lo sconcerto di chi si è visto sfilare il salvagente quando ormai sembrava a portata di mano. Quell’operazione, a guardarla bene, raccontava già da sola la gravità della situazione. Il primo gruppo italiano dell’abbigliamento si era impegnato a rilevare il 100% della società con un aumento di capitale da 15 milioni di euro, ma quella somma non sarebbe andata alla famiglia Fontana, che l’aveva fondata e la controllava, bensì direttamente nelle casse dell’azienda dopo l’azzeramento del capitale per coprire le perdite, mentre banche e fornitori avrebbero dovuto rinunciare a circa 40 milioni di crediti. Per i vecchi soci, in sostanza, il valore delle quote era già sceso a zero.

È il punto d’arrivo di una parabola che pochi avrebbero pronosticato per un’insegna che nel 2024 ha fatturato 339,7 milioni di euro, che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy censisce in oltre 800 punti vendita e che per milioni di italiani coincide con l’idea stessa del negozio di casalinghi. Le spiegazioni di comodo non mancano, dall’avanzata del commercio online alla crisi dei matrimoni, ma riaprendo il fascicolo carta per carta, dai bilanci depositati ai verbali del consiglio fino alle istruttorie dell’Antitrust, emerge un quadro in cui le responsabilità più pesanti stanno dentro l’azienda e non fuori.

Puoi consultare la scheda ufficiale della società su Money Aziende, con i dati anagrafici aggiornati dal Registro Imprese e l’accesso alle informazioni complete su Kasanova Spa.

La perizia sui bilanci

La prima prova da esaminare è la più fredda, quella dei numeri depositati, e racconta una storia che il fatturato da solo non lascia intuire. Nel 2021 Kasanova incassa 325,3 milioni di euro e chiude con un utile di 3,3 milioni, mentre dodici mesi più tardi tocca il record storico di 362,8 milioni di ricavi e ciononostante finisce in rosso per 1,5 milioni, con il margine operativo lordo assottigliato a 2,7 milioni e il debito finanziario netto salito a 27,5 milioni, come se ogni euro di vendite in più costasse più di quanto riusciva a rendere.

Nel 2023 la temperatura sale ancora, perché il valore della produzione arretra di circa il 5% a 343,6 milioni, il margine lordo lascia sul terreno 160 punti base e si ferma al 44,6% secondo le stime di Banca Akros, mentre la società si trova a pagare fra i 15 e i 20mila dollari per ogni container, a sostenere 8,8 milioni di costi operativi in più e affitti cresciuti dell’11%. Il risultato è un margine operativo lordo pro forma negativo dello 0,8%, un dato che pesa più di qualsiasi perdita contabile perché misura la salute dell’attività prima di ammortamenti, interessi e svalutazioni. Quando quel numero scende sotto zero vuol dire che vendere pentole, piatti e bicchieri, cioè il mestiere stesso dell’impresa, non ripaga più le spese necessarie per farlo, almeno se si somma l’andamento di tutta la rete.

Il 2024 completa il referto, perché secondo il Registro delle Imprese i ricavi si fermano a 339.736.054 euro e la perdita d’esercizio raggiunge 20.167.785 euro, con 1.751 dipendenti in organico, mentre l’indebitamento netto, stando alle ricostruzioni riprese dagli analisti, si attesta intorno ai 50 milioni. È una zavorra che un’azienda in buona salute potrebbe trascinare senza troppa fatica, ma che diventa un macigno quando nessuna banca vede all’orizzonte i flussi di cassa con cui ripagarla.

Cinquecento negozi in cinque anni

Per trovare il momento in cui la traiettoria devia bisogna tornare agli anni della pandemia, quando l’allora amministratore delegato Maurizio Ghidelli presenta un piano dal nome eloquente, Negozi&Futuro, che punta ad aprire 500 nuovi punti vendita entro il 2025, al ritmo di un centinaio l’anno, con circa 50 milioni di investimenti in cinque anni. L’obiettivo viene inseguito con determinazione e nell’ottobre del 2023 la rete arriva a 806 negozi, 569 dei quali in franchising, con 66 inaugurazioni dall’inizio dell’anno. In quello stesso autunno la società rileva dal gruppo Percassi le insegne Dmail, promettendo altre cento aperture, 50 milioni di fatturato aggiuntivo e cinque milioni di margine in più, benché il ramo acquistato avesse chiuso il 2022 con 20,7 milioni di ricavi, un margine operativo negativo per 6,7 milioni e una perdita di 12,8 milioni.

Il conto di quella rincorsa lo presenta la stessa Kasanova nel febbraio del 2026, quando il consiglio di amministrazione mette per iscritto le cause della crisi e riconosce che la rete in affiliazione si è allargata troppo velocemente, con circa 300 nuovi punti vendita tra il 2020 e il 2023 che hanno assorbito una quota rilevante di capitale circolante senza produrre la redditività sperata. Nello stesso documento la società ammette di aver condotto, tra il 2021 e il 2022, una politica di acquisti per il magazzino troppo espansiva. Tradotto dal linguaggio dei verbali, significa che una parte crescente del denaro restava immobilizzata nei depositi sotto forma di merce da smaltire, mentre l’espansione richiedeva risorse per scorte, logistica e rapporti con gli affiliati che il documento non quantifica voce per voce. A irrigidire ulteriormente il quadro c’era la rete dei negozi gestiti in proprio, legati a contratti di locazione pluriennali che non si alleggeriscono quando gli incassi calano.

Il prezzo barrato finito sotto la lente

C’è poi un capitolo che riguarda il modo in cui Kasanova vendeva, prima ancora di quanto vendeva. Negli ultimi mesi del 2021 il Nucleo Antitrust della Guardia di Finanza passa al setaccio il suo negozio online e mette in discussione il calcolo degli sconti esposti accanto ai prezzi barrati. Difendendosi davanti all’Autorità, l’azienda spiega che il prezzo di riferimento era quello pagato dai clienti fuori dalle promozioni e rivela che in quel periodo il 42% dei prodotti in assortimento era stato venduto in promozione, un dato che fotografa meglio di qualsiasi slogan quanto l’offerta speciale fosse diventata la regola.

Di lì a poco le regole cambiano per tutti, perché la direttiva europea Omnibus, recepita in Italia nel 2023 e applicata da Kasanova già entro marzo di quell’anno, impone di calcolare ogni riduzione sul prezzo più basso praticato nei trenta giorni precedenti, e per un’insegna che vive di promozioni quasi continue questo significa veder evaporare buona parte dell’effetto vetrina dei propri sconti. Nel verbale del 2026 il consiglio inserisce l’adeguamento alla Omnibus tra le cause dell’erosione dei margini, accanto a fattori esterni come il grave attacco informatico ai server del novembre 2023, il blocco del Canale di Suez e le tensioni sugli approvvigionamenti, senza tuttavia indicare quanto abbia pesato ciascuno.

Un mercato che ha cambiato indirizzo

Il contesto in cui tutto questo avviene non ha certo aiutato un’insegna nata attorno a un’idea ben precisa di famiglia e di casa. Kasanova prende forma nel 1994, quando Giannina Fontana, che da ragazza nel dopoguerra girava la Brianza sul camion del padre vendendo stoviglie porta a porta, trasforma l’attività all’ingrosso di famiglia in una catena con un marchio proprio e la fa crescere attraverso il franchising, puntando molto sulla lista nozze, che rivendicava di aver inventato per risparmiare agli sposi i doppioni tra i regali.

Quel mondo, nel frattempo, si è assottigliato. Nel 2024, secondo l’Istat, in Italia sono stati celebrati 173.272 matrimoni, il 5,9% in meno dell’anno precedente, e l’età media alle prime nozze è salita a 34,8 anni per gli uomini e a 32,8 per le donne, spesso dopo anni di convivenza in una casa già arredata, tanto che la stessa fondatrice, in un’intervista del 2018, ammetteva che la lista nozze non si usava quasi più.

A rendere più affollato il campo è arrivata poi una concorrenza che gioca con regole diverse. Il discount non alimentare Action, sbarcato in Italia nell’aprile del 2021 con i primi negozi di Torino e Vanzaghello, ha superato quota 260 punti vendita in poco più di cinque anni e appartiene a un gruppo che a metà 2026 contava 3.423 negozi in quindici Paesi e 8,3 miliardi di euro di ricavi netti nel solo primo semestre, numeri che gli permettono di trattare con i fornitori da una posizione irraggiungibile per una catena nazionale. A questo si sommano i supermercati, che hanno allargato le corsie dedicate alla casa, i grandi gruppi dell’arredamento disposti a comprimere i margini pur di tenere bassi i listini e le piattaforme online, dove il confronto dei prezzi richiede pochi secondi. Per un negozio specializzato la vicinanza e la competenza del personale restano un vantaggio, ma diventano un vantaggio sempre più costoso da difendere quando tutto intorno spinge i prezzi verso il basso.

Le trattative al tavolo dei creditori

Nell’ottobre del 2024 Kasanova chiede l’accesso alla composizione negoziata della crisi, lo strumento che consente a un’impresa in difficoltà di trattare con banche e fornitori sotto la supervisione di un esperto indipendente, continuando a operare e tenendosi lontana dal fallimento, ma le conseguenze arrivano presto anche nei negozi. A Palermo, nel dicembre del 2024, l’azienda annuncia per la fine dell’anno la chiusura del punto vendita del centro commerciale La Torre, già scampato a una chiusura due anni prima, e propone ai quattro dipendenti il trasferimento in altre regioni come unica alternativa al licenziamento. La Uiltucs Sicilia, che dice di aver saputo della chiusura dai lavoratori e non dall’azienda, ricorda che in provincia i negozi Kasanova sono altri cinque, giudica le proposte improponibili e chiama in causa l’Ispettorato del lavoro, sostenendo che l’obiettivo sia spingere i dipendenti a rinunciare al posto in pieno periodo natalizio.

Al tavolo della trattativa, intanto, si siede OVS, forte di un esercizio 2025, chiuso il 31 gennaio 2026, con 1.746 milioni di euro di vendite nette in crescita del 7%, un margine operativo lordo rettificato di 218,2 milioni, pari al 12,5% dei ricavi, e una leva finanziaria di appena 0,7 volte quel margine. Il gruppo veneziano, che nel comparto casa era già presente con Upim e Croff, presenta il 10 novembre 2025 un’offerta vincolante subordinata all’intesa con i creditori finanziari, all’azzeramento del capitale per perdite e a un aumento di capitale riservato, e nel comunicato descrive una rete Kasanova di circa 700 punti vendita, di cui 220 diretti, 280 in franchising e 200 corner nei negozi di bricolage.

I tempi però si allungano, perché la scadenza fissata al 31 dicembre slitta al 4 febbraio 2026 per consentire alle banche di completare le proprie valutazioni, e il 13 gennaio, secondo la ricostruzione di MF Milano Finanza basata sul verbale di Kasanova, OVS segnala che il peggioramento dei conti della società complica l’operazione e chiede ai creditori un ulteriore saldo e stralcio di 5,9 milioni. Gli analisti di Intesa Sanpaolo, commentando la vicenda, osservano che la lunghezza dei negoziati e il deterioramento dei risultati hanno fatto lievitare il rischio dell’operazione. Quando il 4 febbraio OVS lascia decadere l’offerta, la motivazione ufficiale è che la procedura deliberativa delle banche non si è chiusa nei tempi previsti, una versione che Kasanova contesta ma che, senza poter leggere gli accordi, nessuno è in grado di verificare fino in fondo.

Il pretendente arrivato da Napoli

Il nome destinato a cambiare il finale della storia circolava già prima del passo indietro di OVS. Il 22 dicembre 2025 Pamaf, holding napoletana guidata da Antonio Bernardo e attiva soprattutto nel commercio all’ingrosso di infissi in pvc per il mercato europeo, aveva manifestato interesse per Kasanova, e il 6 febbraio, a due giorni dalla rinuncia del gruppo veneziano, torna a farsi avanti in modo formale. Dietro il profilo da grossista c’è un imprenditore che il commercio al dettaglio lo conosce dall’interno, perché insieme al fratello Luigi ha costruito Piazza Italia, e che nel novembre del 2025 aveva ceduto alla LB Holding di Luigi la propria quota del 37% in Alma, la società che controlla la catena di abbigliamento.

Il 16 marzo 2026 il consiglio di Kasanova accetta l’offerta di Pamaf per il 100% delle azioni e al tavolo convocato al ministero il 3 giugno, alla presenza di Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, la nuova proprietà illustra un piano da 18 milioni di euro, di cui secondo ItaliaOggi 17 destinati a chiudere debiti pregressi e uno al capitale sociale, con l’obiettivo di tutelare circa 1.700 posti di lavoro, consolidare una rete di circa 200 punti vendita e tornare alla redditività entro la fine del 2026. Antonio Bernardo assume la guida dell’azienda, il format Kasanova+ diventa il perno dello sviluppo e si parla di una decina di aperture nette ogni anno.

Poche settimane dopo, a inizio luglio, la holding allarga il proprio perimetro rilevando attraverso Pamaf Retail anche Original Marines, marchio di abbigliamento per bambini con oltre 500 negozi e circa 1.700 addetti, affidato ad Aldo Bernardo, figlio di Antonio e già consigliere e general manager di Kasanova. Che cosa abbia convinto Pamaf là dove OVS si era fermata resta in parte un mistero, perché le condizioni economiche dell’accordo non sono state rese note, anche se una holding a proprietà concentrata può concedersi tempi e criteri di valutazione che un gruppo quotato, chiamato a rendere conto ai propri azionisti, difficilmente può permettersi.

Il conto aperto con gli affiliati

Il fascicolo, però, resta aperto su un punto che riguarda centinaia di persone e che il piano presentato al ministero lascia nell’ombra. I circa 200 punti vendita indicati da Pamaf disegnano un perimetro molto più ristretto degli oltre 800 censiti dal ministero, che comprendevano anche affiliati e corner, e nessuno ha ancora chiarito che cosa accadrà agli imprenditori che negli anni della grande espansione hanno aperto un negozio con l’insegna Kasanova investendo i propri risparmi.

Sul tavolo restano così due domande intrecciate, la prima sulla capacità della nuova proprietà di riportare in equilibrio una gestione operativa che negli ultimi anni ha faticato a coprire i propri costi, la seconda sul futuro di una rete affiliata che della crescita è stata insieme il motore e la zavorra. Le prime risposte potrebbero arrivare il 26 novembre al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, data fissata per il primo incontro di monitoraggio sull’attuazione del piano.

Commenti

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Che pasticcio! Sembra che Kasanova abbia rischiato di affondare proprio nel momento in cui pensava di essere tirato su. La burocrazia e i crediti perduti, come al solito, non aiutano.

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