La scorsa settimana, nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all’Aia, è morto Ratko Mladić. L’ex generale serbo-bosniaco aveva 84 anni. Mi vengono in mente due pensieri contraddittori. Innanzitutto, l’Europa si è resa ridicola negli anni ’90. Intuendo che fosse giunta la sua «ora» - per usare un’espressione del ministro degli esteri lussemburghese - il continente era convinto di poter gestire lo smembramento della Jugoslavia senza l’America. Il caos che ne è seguito, compresi i crimini di guerra per i quali Mladić è stato condannato, ha smentito tale affermazione.
In secondo luogo, quelli erano i bei vecchi tempi della serietà militare europea. Nel 1990, la Gran Bretagna spendeva il 4% del prodotto interno lordo per la difesa. La Francia spendeva il 2,8% e la Germania il 2,5%. Alla vigilia della guerra in Ucraina, queste cifre erano crollate rispettivamente al 2,1%, all’1,9% e all’1,3%.Il numero di effettivi delle forze armate è crollato in tutti e tre i paesi nello stesso periodo. (L’Italia è un caso a parte: nel 1990 destinava alla difesa l’1,9% del PIL, meno della metà del Regno Unito, e alla vigilia dell’invasione era all’1,7% - redazione di Money.it).
Quindi, solo per risollevare una situazione critica, in cui l’Europa si è dimostrata impotente di fronte alle atrocità locali, i suoi paesi leader devono aumentare le spese per la difesa. Come? A eccezione della Germania, nessuno di loro può indebitarsi molto di più. Nessuno può aumentare significativamente le tasse, almeno non senza smorzare gli incentivi nelle loro economie già in difficoltà. Togliete denaro dal welfare e gli elettori si ribelleranno. L’unica soluzione è la crescita del PIL. In effetti, ogni politico europeo di buon senso dovrebbe avere un diagramma di flusso come sfondo del proprio smartphone: Crescita → entrate fiscali → spese per la difesa.
Finora, l’argomento a favore della crescita era che, senza di essa, l’Europa sarebbe diventata gradualmente un po’ più povera. Non è mai stato sufficiente a convincere gli elettori ad accettare il dolore immediato di tagli al welfare e minori tutele del lavoro. La prospettiva di un declino economico nazionale appariva troppo lontana nel tempo, mentre il punto di partenza era troppo elevato.
Così, i grandi programmi di riforma hanno prodotto quasi nulla: prima che le proposte di Mario Draghi si arenassero nel 2024, era già toccato alla Strategia di Lisbona, rimasta sostanzialmente bloccata dal 2000. Le riforme effettivamente approvate si sono spesso rivelate politicamente insostenibili. Gerhard Schröder ne sa qualcosa.
Oggi, invece, l’argomento a favore della crescita è che, senza di essa, l’Europa non sarà in grado di dissuadere i suoi nemici mortali. La questione economica è diventata una questione esistenziale. E la politica potrebbe finalmente essere pronta ad accogliere riforme favorevoli alla crescita come non accade da quasi mezzo secolo.
Come sanno i miei lettori abituali, dubito che le democrazie ricche e mature siano capaci di realizzare riforme dolorose, se non in presenza di una crisi. Ho sempre dato per scontato, però, che dovesse trattarsi di una crisi economica. I precedenti sembrano confermarlo: il disastroso prestito del Fmi alla Gran Bretagna nel 1976, la stagflazione che favorì l’ascesa del reaganismo, la rivolta dei mercati contro il governo di François Mitterrand in Francia, la crisi dell’Eurozona che spinse Grecia e Spagna al cambiamento. Non c’è niente come una fuga dagli investimenti in titoli di Stato per costringere persino un governo completamente fuori dalla realtà a svegliarsi. Il sistema funziona.
Ma cosa succederebbe se la crisi fosse geopolitica? Se la spinta al cambiamento derivasse dalla necessità di sopravvivere come nazione, e non semplicemente dal desiderio di recuperare il benessere perduto?
In quel caso, il giusto precedente storico sarebbe la Restaurazione Meiji, quando il Giappone si modernizzò a una velocità impressionante per salvarsi dalla conquista o dalla condizione di vassallo. Riforme fino ad allora impensabili, come l’industrializzazione, assunsero i contorni di una necessità patriottica.
Quello, però, era un regime imperiale. La domanda è se gli europei, chiamati a decidere liberamente attraverso il voto, riusciranno a stabilire lo stesso legame tra crescita e sopravvivenza.
Forse, per spingerli in quella direzione, i governi dovranno avere «la Conversazione». Dovranno cioè spiegare con una chiarezza senza precedenti la gravità della minaccia russa e le falle delle attuali difese europee. In gran parte dell’Europa orientale e settentrionale, gli elettori non hanno bisogno di spiegazioni.
Il rischio, però, è enorme. Innanzitutto, ammettere apertamente di essere impreparati costituisce di per sé una vulnerabilità sul piano della sicurezza. Inoltre, i partiti di estrema destra potrebbero approfittarne, accusando le élite di esagerare un problema lontano per imporre cambiamenti alla popolazione.
Alternative für Deutschland è forse il movimento populista occidentale più incline a guardare le cose dal punto di vista del Cremlino. Potrebbe conquistare la regione della Sassonia-Anhalt questo fine settimana. In un clima simile, sarebbe avventato per un liberale presentarsi agli elettori sostenendo la tesi del «crescere o morire».
In alternativa, i politici potrebbero non dover dire molto. Saranno gli eventi a fare tutto il lavoro. Secondo il governo tedesco, la Russia sarebbe responsabile di un attacco con droni all’aeroporto di Lipsia il mese scorso. Prima o poi, un episodio nella cosiddetta «zona grigia», magari in Gran Bretagna, potrebbe diventare fin troppo concreto.
Se la minaccia è davvero seria, allora, quasi per definizione, l’opinione pubblica se ne accorgerà. Si verificherà qualcosa di paragonabile a quando il commodoro Matthew Perry si presentò minacciosamente nella baia di Tokyo. A quel punto, persino il più ottuso degli osservatori comprenderà la necessità della crescita. Vladimir Putin avrà fatto ciò che Draghi non è riuscito a fare.
In ogni caso, il modo in cui l’Europa arriverà al suo momento Meiji conta meno del fatto che ci arrivi, e presto. Deve diventare un principio indiscutibile che tutte le altre priorità siano subordinate alla crescita, perché tutte le altre priorità sono subordinate alla sicurezza.
Guardando indietro, il dividendo della pace di cui l’Europa ha iniziato a beneficiare negli anni Novanta ha oggi una reputazione peggiore di quanto meriti. Destinare alla difesa una quota più bassa del Pil non è necessariamente una follia se quel Pil cresce rapidamente. L’importanza del denominatore si perde nell’ossessione per gli obiettivi fissati dalla Nato.
Ciò che ha lasciato l’Europa così esposta è stata la sua performance economica, soprattutto dopo la crisi finanziaria, e soprattutto nei Paesi abbastanza grandi da poter fare la differenza sul piano militare.
La via d’uscita è, o dovrebbe essere, evidente. Gli europei che da anni chiedono una maggiore crescita potrebbero finalmente avere a disposizione un argomento decisivo, anche se il tempo a disposizione per sfruttarlo potrebbe essere ormai poco.
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