Kaplan (Goldman Sachs): «Il mercato prezza più rialzi Fed di quanti ne siano giustificati». E i dati sembrano dargli ragione

Ufficio Studi Money.it

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Il vicepresidente di Goldman Sachs ed ex numero uno della Fed di Dallas aveva avvertito a fine settembre: i mercati si aspettano più strette monetarie di quante la Fed ne attuerà davvero. I deludenti dati sull’occupazione Usa diffusi oggi, che hanno fatto esplodere le scommesse su una pausa già a fine ottobre, vanno proprio in questa direzione.

Kaplan (Goldman Sachs): «Il mercato prezza più rialzi Fed di quanti ne siano giustificati». E i dati sembrano dargli ragione

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Il 23 settembre, una settimana dopo il rialzo dei tassi della Federal Reserve al 3,75%-4,00% (il primo dal 2023, deciso sotto la presidenza di Kevin Warsh), Rob Kaplan, vicepresidente di Goldman Sachs, aveva detto una cosa che in quel momento suonava quasi controcorrente: i mercati si aspettavano più rialzi di quanti la Fed ne avrebbe realmente fatti.

I dati deludenti sul mercato del lavoro americano di settembre pubblicati lunedì, uniti al crollo delle scommesse su un nuovo rialzo a ottobre, sembrano andare esattamente nella direzione che Kaplan aveva indicato.

Kaplan non è un commentatore qualsiasi. È stato presidente della Federal Reserve Bank di Dallas dal 2015 al 2021, con diritto di voto nel comitato che decide i tassi Usa (il Fomc), prima di tornare in Goldman Sachs, dove aveva già lavorato per oltre vent’anni, fino a diventarne presidente e capo delle operazioni, nel ruolo di vicepresidente. È quindi una delle poche voci di Wall Street che unisce l’esperienza diretta nella stanza dei bottoni della politica monetaria alla lettura dei mercati tipica di una grande banca d’affari. Le sue osservazioni sono arrivate nel podcast ufficiale «Goldman Sachs Exchanges», pubblicato lo scorso 23 settembre 2026 sul sito della banca con il titolo «Why Markets May Be Pricing in Too Many Fed Rate Hikes» (perché i mercati potrebbero prezzare troppi rialzi della Fed), ascoltabile integralmente sul sito di Goldman Sachs.

Un mercato del lavoro «a bassi licenziamenti, basse assunzioni»

Nel podcast, Kaplan ha spiegato che la sua previsione di base restava un solo ulteriore rialzo, a dicembre, che avrebbe portato i tassi Fed in area 4%-4,25%, seguito da una pausa: «Credo che il mercato si aspetti sì più rialzi di quanti, al momento, io ritenga probabili», ha detto.

Il cuore della sua analisi riguardava però la fotografia del mercato del lavoro Usa, che Kaplan ha descritto con un’espressione diventata presto citata a Wall Street: «Credo che ci troviamo di fronte a un mercato del lavoro a bassi licenziamenti, basse assunzioni» - le aziende, cioè, non licenziano in massa, ma neppure assumono: un equilibrio fragile, non una vera forza.

Secondo Kaplan, dietro questa fiacchezza non c’è un singolo fattore ma una somma di shock dal lato dell’offerta senza precedenti nei manuali di economia: «I dazi sono uno shock di offerta, così come la scarsa crescita della forza lavoro e la stretta sull’immigrazione sono un altro shock di offerta», ha detto, aggiungendovi il rincaro dell’energia e il boom degli investimenti sull’intelligenza artificiale. Una combinazione che, a suo giudizio, impone alla Fed di muoversi con cautela per evitare che l’inflazione energetica si propaghi al resto dei prezzi, senza per questo dover esagerare con nuovi rialzi.

I dati di oggi sembrano accelerare lo scenario di Kaplan

Il rapporto sui Non Farm Payrolls di settembre, diffuso lunedì nella mattinata americana, ha mostrato appena 29.000 nuovi posti di lavoro contro gli 84.000-90.000 attesi dagli analisti, con il tasso di disoccupazione salito al 4,2% dal 4,1% precedente, un dato che descrive esattamente quel mercato del lavoro «a bassi licenziamenti, basse assunzioni» di cui parlava Kaplan, ma ancora più debole di quanto lui stesso avesse previsto appena due settimane prima.

La reazione dei mercati è stata immediata: secondo i future monitorati da FXStreet, la probabilità implicita di una pausa della Fed nella riunione del 27-28 ottobre è salita all’82,3%, da appena il 35,8% di pochi giorni prima (dato riportato in un altro pezzo di questa redazione pubblicato oggi stesso, che lo segnala come proveniente da una sola fonte di mercato, non incrociata con lo strumento CME FedWatch). In altre parole, se tre settimane fa Kaplan riteneva che i mercati scontassero più rialzi di quelli che la Fed avrebbe fatto, oggi i mercati sono andati anche oltre la sua stessa previsione di un’ultima stretta a dicembre, cominciando a scontare l’ipotesi che la Fed non muova affatto i tassi nemmeno a ottobre.

È un’estensione logica del ragionamento di Kaplan, non un suo commento diretto sui dati odierni: il vicepresidente di Goldman Sachs non si è ancora espresso pubblicamente sul report di settembre.

Perché riguarda (anche) l’investitore italiano?

Il percorso dei tassi americani non è un tema astratto per chi investe da questa parte dell’Atlantico. Condiziona il cambio euro-dollaro e quindi il valore in euro di azioni, obbligazioni ed Etf Usa non coperti dal rischio di cambio; influenza i rendimenti dei Treasury, che negli ultimi mesi hanno toccato massimi pluriennali e hanno trascinato con sé anche i rendimenti sovrani europei, spread BTP-Bund incluso, e orienta le scelte della Bce stessa, che guarda alla Fed anche per calibrare la propria risposta allo shock energetico in corso. Da parte della Fed, una pausa più vicina di quanto il mercato pensasse fino a pochi giorni fa potrebbe allentare la pressione sul dollaro e sui rendimenti globali, ma, come Kaplan stesso ha osservato, la causa di fondo (dazi, immigrazione, energia, boom dei capex sull’IA) resta tutta da risolvere ed è quella a determinare se la pausa sarà un punto di arrivo o solo un’interruzione temporanea.

Articolo revisionato da Flavia Provenzani il

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