Il rapido invecchiamento della popolazione è uno dei grandi temi del nostro tempo: con una trasformazione in atto così profonda sarebbe ingenuo pensare che tutto abbia conseguenze legate soltanto alla semplice questione demografica. Oltre alla denatalità e all’elevata età media della cittadinanza, infatti, l’Italia ha gli stessi problemi anche quando si parla di imprenditoria. Il sistema produttivo riflette e amplifica le dinamiche demografiche del Paese, con un tessuto di imprese che fatica a rinnovarsi. Detto in altri termini, le poche nuove «nascite» riguardano anche le aziende, mentre gli imprenditori che guidano quelle esistenti sono sempre più anziani, mettendo a rischio la continuità e la vitalità del tessuto economico nazionale.
Eurostat tiene traccia della demografia delle imprese europee. Lo stock, ossia il totale delle imprese presenti in Ue, deriva ogni anno dai flussi delle nuove registrazioni e delle cessazioni di attività. Naturalmente, finché le aperture superano le chiusure, continua a crescere. Tuttavia lo stock non è l’unico dato che conta. Anche se le registrazioni continuano a essere più numerose delle cessazioni (come nel caso dell’Italia), a dare qualche indicazione eloquente è il tasso di nascita delle imprese, ossia la quota annua di nuove aperture sul totale delle imprese. È soprattutto questo indicatore a fornire informazioni importanti su quanto il tessuto imprenditoriale nazionale è vivace e improntato al rinnovamento o se, al contrario, è più stagnante.
Secondo l’ultimo aggiornamento, nel 2024 all’interno dell’Ue erano presenti 34 milioni di imprese, di cui 3,5 milioni che sono state costituite e 3,1 milioni che hanno chiuso i battenti in quello stesso anno. Ne deriva che il tasso di nascita delle imprese in Ue nel 2024 è stato quindi del 10,4%, mentre quello di cessazione del 9,2%. Come segnala lo stesso ufficio statistico dell’Ue, nel 2024 in 19 dei 27 paesi membri le imprese di nuova costituzione hanno superato quelle che hanno chiuso; in ogni stato dell’Unione con eccezione di Bulgaria, Danimarca, Germania, Estonia, Irlanda, Ungheria, Polonia e Slovacchia. Non facendo parte di questo gruppo, per l’Italia le nuove imprese hanno superato le cessazioni, ma c’è un punto importante: il tasso di nascita delle nuove realtà imprenditoriali è particolarmente basso, tra i minimi in Europa. Se infatti in Lituania (17,5%), Portogallo (16,1%), Malta (14,4%) e in Francia (14,2%), le nuove aperture rappresentano una quota consistente dello stock, altrove, come in Germania (7,8%), Danimarca (7,2%) e Austria (6,3%) il tasso è di molto inferiore. In Italia non è in assoluto il più basso, ma poco ci manca, come indicato dal grafico, che prende in considerazione alcuni paesi Ue.
Tasso di natalità delle imprese
Percentuale di imprese di nuova costituzione sul totale dello stock - Fonte: Eurostat (2024)
Nel 2024 l’Italia ha avuto il 7,9% di nuove imprese, a fronte di un tasso del 6,4% come chiusure, ossia nel corso dell’anno ne sono nate poco meno di 8 ogni 100 attive (e ne sono scomparse oltre sei ogni 100). Con questo dato Eurostat esprime il tasso di nascita e di morte delle imprese considerando la totalità delle imprese di ogni settore, offrendo così una fotografia complessiva della dinamicità del sistema produttivo nazionale.
Circoscrivendo però il campo a qualche ambito specifico, come manifattura, costruzioni e servizi, è possibile capire quali sono gli ambiti in cui è più difficile creare impresa e quelli, al contrario, in cui si sta verificando più ricambio. Tra quelli più in sofferenza c’è la manifattura, che nel 2024 non è andata oltre il 4,3% come tasso di nascita delle imprese (quasi dimezzato rispetto a quello medio generale) e a fronte di cessazioni al 4,6%, andando quindi a erodere lo stock e a segnalare una debolezza strutturale in uno dei settori storici dell’economia italiana. Situazione completamente diversa per i servizi educativi: per questa categoria il tasso di nascita in Italia nel 2024 è stato del 20,1%, a fronte di un tasso di mortalità di appena il 6,4%, evidenziando un segmento in forte espansione e capace di attrarre nuove iniziative imprenditoriali.
Intanto l’età media degli imprenditori continua a salire. Secondo un recente studio (realizzato da Perpethua in collaborazione con Yuno AI, su un campione di oltre 67 mila imprese con fatturato tra i due e i 25 milioni di euro), l’età media degli imprenditori italiani ha raggiunto i 56,4 anni: il 36% ha oltre 60 anni e il 20% supera i 65. L’età media risulta elevata soprattutto in regioni chiave del tessuto produttivo italiano come Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia e Veneto, nelle quali gli over 60 sfiorano o superano il 40%, mentre al Sud le percentuali restano inferiori alla media nazionale. In un paese in cui le piccole e medie imprese costituiscono il 99% del tessuto imprenditoriale e generano oltre il 70% dell’occupazione, questa dinamica demografica rende ancora più critico il tema del passaggio generazionale: solo il 13% delle aziende riesce a arrivare alla terza generazione. Senza una pianificazione adeguata della successione molte imprese rischiano di interrompere la propria continuità già alla prima generazione, trasformando un patrimonio di esperienza in un potenziale fattore di chiusura e di perdita di capacità produttiva.
Fonte: Eurostat
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