Secondo un rapporto diffuso oggi dalla banca d’affari Jefferies, i margini di raffinazione europei e i differenziali tra il prezzo del gasolio e quello del greggio hanno raggiunto livelli mai visti, e la banca non vede spazio per un rientro finché non si risolveranno insieme la crisi del Golfo e quella russo-ucraina. Intanto, qualche dato.
Nel 2025 l’Europa ha importato circa il 35% del carburante per aerei che consuma e circa il 20% del gasolio, e in entrambi i casi il Golfo era il primo fornitore, con il 56% delle importazioni di jet fuel e il 34% di quelle di gasolio. Numeri importanti, per una dipendenza che il blocco dello stretto di Hormuz ha trasformato in emergenza.
Il carburante per aerei ha sofferto per primo, e le raffinerie europee ne hanno spinto al massimo la produzione a scapito del gasolio, aiutate da maggiori arrivi dagli Stati Uniti e dall’Africa. Nemmeno così si è tornati in equilibrio, però, e a fine agosto le scorte di jet fuel, misurate in giorni di consumo, erano del 6% sotto il minimo degli ultimi cinque anni.
Le raffinerie russe sotto attacco
Sul gasolio si è poi innestata la crisi russa, perché gli attacchi ucraini con droni alle raffinerie si sono intensificati per frequenza e raggio d’azione, fino a colpire Omsk, che sta a 2.675 chilometri dal confine.
Da marzo la capacità di lavorazione russa è calata di circa 1,3 milioni di barili al giorno, un quarto del totale, e in agosto è scesa ancora di più arrivando a 4 milioni contro i 5,5 abituali. Le riparazioni sono spesso rapide, metà dei fermi dura meno di due settimane, ma la ripetizione dei colpi tiene comunque bassa la produzione.
Mosca ha vietato le esportazioni di benzina in aprile e quelle di gasolio in luglio. E per l’Europa, che storicamente prendeva dall’ex Unione Sovietica il 23% del gasolio importato, la perdita di circa 850 mila barili al giorno di export russo pesa più che per chiunque altro. Oggi gli Stati Uniti sono rimasti praticamente l’unico fornitore, mentre le scorte europee di gasolio si avvicinano ai minimi quinquennali.
Magazzini vuoti, nessun cuscinetto
Se le interruzioni proseguono, Jefferies stima che a fine anno le scorte possano scendere del 20% sotto i minimi quinquennali per il jet fuel e del 10% per il gasolio.
La domanda europea di gasolio è scesa, in questi mesi, ed è già ai livelli più bassi del quinquennio, quindi dal lato dei consumi non c’è alcun cuscinetto, mentre quella di jet fuel tiene leggermente sopra il 2025. Con i magazzini svuotati, dunque, ogni nuovo incidente si scarica direttamente sui prezzi, che salgono ancora.
Chi ci guadagna: le compagnie più esposte alla raffinazione
In questo quadro la banca, nel proprio rapporto, distingue tra compagnie leggere e pesanti nella raffinazione.
Repsol è la più esposta, con una capacità di lavorazione superiore di oltre quattro volte alla propria produzione di greggio, l’88% degli impianti in Europa e una resa in gasolio e jet fuel del 55%, la più alta tra le europee grazie agli impianti di hydrocracking e di coking. Raffinazione e trading dovrebbero valere il 54% del margine operativo lordo del gruppo nel 2026, contro una media storica del 32%, con un rendimento del flusso di cassa stimato al 27%.
Tra le grandi, BP è la meglio posizionata per la complessità del proprio sistema e vede la quota della raffinazione salire dal 9% al 28%. Shell è più orientata alla benzina e ai mercati americani, TotalEnergies ha il portafoglio più grande ma con una parte rilevante in Arabia Saudita, Eni e OMV hanno quote nella raffinazione di ADNOC negli Emirati. Galp, Neste ed Equinor operano una sola raffineria ciascuna. Neste, la finlandese del diesel rinnovabile, beneficia dei prezzi alti del gasolio attraverso i propri contratti.
Cosa aspettarsi
Il messaggio finale del rapporto è che i margini resteranno sostenuti fino a quando non si saranno riaperti Hormuz e i rubinetti russi e non saranno state ricostruite le scorte, condizioni che oggi non si vedono all’orizzonte. Per chi lavora il greggio, ottime notizie. Per chi lo compra alla pompa, molto meno.
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