Il gas naturale europeo è tornato a salire con decisione, in parallelo con il petrolio, dopo che il confronto acceso tra Stati Uniti e Iran all’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha rialimentato i timori su nuove interruzioni nello Stretto di Hormuze, più in generale, sulla sicurezza energetica del Golfo.
Il TTF di Amsterdam, principale benchmark europeo, ha toccato i 74,61 euro al megawattora (+3,6%). In parallelo il Brent viaggia oltre i 105 dollari al barile (+2,1% circa), mentre il WTI si muove in parallelo (+1,8% a 92,16 dollari).
Lo scontro verbale al Palazzo di Vetro
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian è intervenuto oggi all’Assemblea generale mostrando le foto di bambini uccisi nei bombardamenti e dichiarando: «Non chineremo mai la testa né ci piegheremo», aggiungendo che Teheran è «pronta al dialogo e ai negoziati, ma senza accettare il linguaggio della forza». L’unico rappresentante Usa in sala ha lasciato l’aula durante la proiezione delle immagini; il giorno prima Trump aveva minacciato di poter «annientare» l’Iran.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha risposto che «il presidente ha a disposizione diverse opzioni, comprese quelle già adottate, cioè imporre costi economici severi e crescenti. Ma ha anche alcune opzioni militari, sulle quali non voglio speculare», aggiungendo che la corsia meridionale dello Stretto di Hormuz resta aperta e che «l’unico blocco nello Stretto di Hormuz è quello che noi abbiamo imposto all’Iran, perché continuano a sparare contro le navi».
Sul fronte diplomatico, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha incontrato l’inviato Usa Steve Witkoff, ponendo tre condizioni per la riapertura dello Stretto: revoca del blocco navale statunitense, sblocco dei beni iraniani congelati e fine delle ostilità su tutti i fronti.
L’avvertimento della Bce: lo shock energetico «dura più del previsto» e si allarga al gas
A pesare sui mercati non è solo la geopolitica del giorno. Parlando oggi a Salsomaggiore Terme, il membro del Comitato esecutivo della Bce Isabel Schnabel ha detto che lo shock energetico legato al conflitto Iran-Usa «dura più a lungo di quanto inizialmente previsto e ora va oltre il petrolio»: inizialmente ci si interrogava se si trattasse di un episodio breve, ma si è rivelato «molto più persistente» e riguarda ormai anche diesel e gas.
Secondo quanto riportato, l’inflazione nell’Eurozona potrebbe avvicinarsi al 4% entro fine anno, ben sopra l’obiettivo del 2%; i mercati scontano già quattro ulteriori rialzi da un quarto di punto dei tassi Bce entro fine 2027, dopo i due aumenti già decisi a giugno e settembre.
Quale impatto per l’investitore e il consumatore italiano?
Gas e petrolio più cari si traducono in rincari diretti su bollette, benzina e gasolio, con effetti sull’indice dei prezzi al consumo italiano e sulle prospettive di ulteriori rialzi Bce, nella settimana in cui i rendimenti dei titoli di Stato sono già sotto i riflettori per il balzo dei Treasury Usa. Un eventuale calo del greggio non si traduce automaticamente in carburanti più economici, per via dei margini di raffinazione ancora elevati: un motivo in più per seguire anche il gas, che pesa sulle bollette.
La storia recente del conflitto mostra però quanto i movimenti possano essere rapidi in entrambe le direzioni: il Brent era arrivato fino a 118 dollari a fine marzo per poi tornare sotto gli 80 dollari in poche settimane.
Oltre ai contatti Araghchi-Witkoff, anche il Pakistan starebbe mediando tra Washington e Teheran, un elemento che potrebbe raffreddare i prezzi in caso di progressi.
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