Gli editori lanciano il nuovo standard SPUR per monitorare quanto l’AI legga e attinga dagli articoli online. E ora anche OpenAI e Google sono invitate.
Al giorno d’oggi, sapere se un’AI ha recuperato un articolo pubblicato su un sito web, lo ha utilizzato per costruire una risposta oppure lo ha semplicemente citato è quasi impossibile. Questo è uno dei grandi problemi del mondo dell’editoria online, motivo per cui una coalizione di testate si è riunita per tentare di cambiare le cose. Nasce così SPUR, sigla che indica Standards for Publisher Usage Rights. La prima versione dello standard è stata ufficialmente pubblicata.
Tra gli altri, ne fanno parte Guardian, Financial Times, BBC, Sky, Times of London, Mediahuis e AP, per un totale di oltre 30 editori e 6 affiliati. Ora però, il prossimo passo da compiere è coinvolgere direttamente chi gestisce i chatbot di AI. Sono già stati invitati OpenAI, Anthropic, Google, Meta e Microsoft, per un comitato consultivo volto a migliorare la situazione. Per ora, nessuna adesione è stata ancora resa pubblica.
Come funziona lo standard SPUR
Lo standard SPUR definisce 5 eventi che accompagnano un contenuto all’interno di un sistema di intelligenza artificiale. Ossia il recupero, l’utilizzo come base della risposta, la citazione, la visualizzazione e l’interazione. Gli eventi dovrebbero venire inviati in tempo reale a un indirizzo scelto dal proprietario del contenuto.
Rispetto alla prima bozza pubblicata a giugno, la nuova versione 1.0 supporta anche i contenuti multimediali. A detta di Alex Springer, il responsabile tecnico di SPUR, dati coerenti su recuperi e citazioni potrebbero diventare il punto di partenza per poter negoziare delle licenze.
E c’è anche un argomento difensivo. Ottenere contenuti con crediti gratuiti è semplice, mentre richiedere una licenza impiega molto più tempo. Rimandare dati agli editori, inoltre, potrebbe convincere i chatbot a non bloccare i bot per impostazione predefinita.
Cosa potrebbe frenare SPUR
C’è però un nodo da risolvere, per far sì che SPUR entri realmente in vigore e risulti efficace. Lo standard è volontario e può definire come misurare l’uso di questa metrica. Non può però costringere le aziende AI a fornire questi dati. Springer sostiene che nei sistemi di Google e Microsoft già oggi stiano comparendo eventi di recupero e grounding.
Google ha risposto di dialogare spesso con SPUR e altre associazioni. Le altre aziende, invece, non si sono ancora espresse a riguardo. Restano anche dei dubbi tecnici. Un analista, dopo aver analizzato la bozza, ha sottolineato come grounding e citazioni sono dichiarati dall’agente stesso, e potrebbe essere così anche per chi deve pagare.
Intanto, il 15 ottobre un comitato tecnico lavorerà su audit e verifica dei segnali, mentre il comitato consultivo dovrebbe riunirsi nel corso del mese per capire in che modo portare avanti la causa e renderla un aiuto reale nei confronti degli editori.