Come riconoscere un’immagine o un video creato con l’intelligenza artificiale

Pasquale Conte

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Riconoscere un’immagine o un video generato dall’intelligenza artificiale è sempre più difficile. Ecco quali sono i controlli da fare e come funzionano.

Come riconoscere un'immagine o un video creato con l'intelligenza artificiale

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Navigando in rete, ti sarà capitato di vedere video di esplosioni catastrofiche e di politici che fanno dichiarazioni fuori dall’ordinario, oppure immagini che mostrano uno scenario di guerra di cui non si parla in giro. È lì che la domanda sorge spontanea: ma è successo davvero o è frutto dell’AI? Oggi i chatbot sono in grado di creare contenuti fac simile in pochi istanti e riconoscerli è sempre più complicato.

Esistono tuttavia alcuni strumenti che ti possono dare una grossa mano. L’ultima novità è stata annunciata lo scorso 7 ottobre 2026, quando Google ha reso lo strumento SynthID Detector disponibile per tutti. Anche a livello legislativo, dal 2 agosto 2026 in Europa sono entrati in vigore gli obblighi di trasparenza dell’art.50 dell’AI Act.

Se vuoi munirti di tutti gli strumenti necessari per riconoscere una foto o un video reale da uno generato dall’AI, sei nel posto giusto. In questa guida, vediamo quali sono i controlli più efficaci da fare per toglierti ogni dubbio.

La prova visiva

Come primo controllo, chiaramente puoi affidarti alla tua vista. Molti dei video e delle immagini generate dall’AI sono facilmente riconoscibili, che sia per piccoli errori in fase di creazione o per scenari che non possono essere reali. È chiaro però che, soprattutto con le ultime versioni dei chatbot, i risultati siano più verosimili.

I primi video potevano mostrare dita in più, voci non sincronizzate, oggetti deformati, sfondi casuali e altri elementi distintivi, mentre oggi questo tipo di errori sono meno frequenti. Puoi in ogni caso fare attenzione ad alcuni elementi, come un’auto che scompare nella scena successiva a quella mostrata.

Un altro consiglio utile lo dà il Global Investigative Journalism Network, il quale suggerisce di diffidare da un contenuto in cui le persone sono fin troppo “perfette” rispetto al contesto in cui vengono mostrate.

Prendiamo come esempio una foto raffigurante una zona di guerra. Qui controlla se la pelle delle persone fotografate ha una texture naturale o se ci sono i segni del conflitto. Per i video, presta attenzione ai tempi di reazione poco naturali o alle interazioni fisiche che ignorano il peso e lo spazio.

La prima pubblicazione

Passiamo ora agli strumenti veri e propri. In primis, puoi risalire alla data di prima pubblicazione di un’immagine. In che modo? Fai uno screenshot, caricalo su Google e poi fai clic su Cerca per immagine. Potrai così vedere quando un’immagine è comparsa per la prima volta in rete.

E per i video? In questo caso esiste InVID Project, un tool gratuito capace di estrarre i fotogrammi da confrontare con altri contenuti disponibili online. A questo punto, sei pronto per cercare le eventuali smentite del caso. Affidati a EFCSN, EDMO ed EUvsDisinfo, portali che pubblicano analisi periodiche riguardanti la disinformazione generata dall’AI. C’è anche il Database of Known Fakes, il quale raccoglie le verifiche effettuate da professionisti del settore.

In generale, è sempre bene chiedersi chi ha pubblicato per primo un contenuto e per quale motivo. Molto spesso, il contesto è più utile della ricerca del singolo difetto grafico ad occhio. Dai infine un occhio ai commenti, se il contenuto è sui social, poiché qualcuno potrebbe già aver notato eventuali anomalie.

SynthID Detector

Già citato nell’introduzione di questa guida, SynthID Detector è uno strumento reso disponibile da Google che può fungere da prova tangibile quando un’immagine o un video è stato generato dall’AI. A partire dal 7 ottobre 2026, sul sito synthid.com puoi caricare immagini, video o audio per cercare la filigrana invisibile che ogni chatbot deve applicare sui propri contenuti.

Il servizio è capace di leggere i marchi di Google e dei partner OpenAI, NVIDIA e Kakao, mentre per Apple il supporto non è ancora arrivato.

Il sito è in lingua inglese, ma puoi tradurlo tramite browser. Per accedervi, ti servirà un account Google, OpenAI o Apple, con un limite di dieci controlli al giorno. Parliamo di un tool molto utile, in quanto cerca segnali precisi che rimandino all’AI e non semplici somiglianze. Così facendo, i falsi positivi vengono eliminati quasi al 100%. Ovviamente non parliamo di un fact checker definitivo, poiché il file potrebbe venire generato da modelli che non usano SynthID.

Credenziali C2PA

Hai già sentito parlare delle Credenziali C2PA (o Content Credentials)? Altro non sono che metadati firmati, i quali registrano gli strumenti e le eventuali modifiche. Per leggerli, ti basta andare sul sito contentcredentials.org/verify, caricare un file o indicare l’indirizzo dove si trova l’elemento da verificare e attendere la risposta.

È necessario caricare i file originali, poiché gli screenshot eliminano le potenziali prove e molte app le rimuovono durante la ricodifica. Se non ci sono credenziali, non vuol dire che il contenuto sia falso. Ma anzi, è la loro presenza che non ne garantisce la verità.

Anche OpenAI offre strumenti simili. Un esempio è openai.com/verify, valido per le immagini e per gli audio, con la ricerca sia di C2PA sia di SynthID. Anche in questo caso, un risultato AI che non viene rilevato non vuol dire che non ci sia l’intelligenza artificiale alle sue spalle, può essere che i metadati siano stati rimossi o che la filigrana si sia degradata.

Marchi visibili

A partire dal 14 agosto 2026, Google permette di disattivare il watermark visibile sulle sue creazioni, lasciando solamente il SynthID e le C2PA. E anche qualora ci fossero marchi visibili, basta ritagliare l’immagine per eliminarli.

Ecco dunque che questo non va considerato come un elemento utile per riconoscere quando un’immagine o un video sono generati dall’intelligenza artificiale. Se non lo vedi, può semplicemente essere che il creatore abbia chiesto al chatbot di rimuoverlo o abbia ridimensionato la foto.

Rilevatori a percentuale

Da ormai qualche anno, sul web esistono diversi rilevatori che promettono di riconoscere quando un contenuto è generato dall’AI, fornendo una percentuale di affidabilità della rilevazione. Ma funzionano davvero? Un benchmark in preprint di febbraio 2026 ha preso in considerazione 16 metodi diversi e 291 generatori.

Il risultato ha mostrato un divario di 37 punti tra il miglior detector (75%) e il peggiore (37,5%). Per i generatori commerciali più in voga, l’accuratezza media va in media dal 18 al 30%. Nel mirino ci sono soprattutto i rilevatori generalisti pubblici, che sono spesso inclini a segnalare opere umane come create dall’AI.

E nemmeno le filigrane sono realmente infallibili. Reuters ha effettuato un test con il detector di Meta e, su 40 immagini generate con Muse Image, il 55% non è stato verificato dopo il ritaglio a un terzo o metà.

Etichette di legge

L’articolo 50 impone di marcare i contentuti creati con l’AI e di dichiarare quando si tratta di deepfake, ossia di video generati utilizzando il volto di persone. Per i sistemi già sul mercato prima del 2 agosto, data di entrata in vigore delle nuove normative previste dall’AI Act, le procedure slittano al 2 dicembre 2026.

Il 10 giugno scorso, inoltre, la Commissione UE ha pubblicato tre icone per contenuti interamente AI, modificati dall’AI e una terza icona base. Piattaforme social come TikTok e Meta chiedono ai creator di dichiarare i contenuti quando realistici e possono applicare delle etichette automatiche.

Se qualcosa va storto

Non è da escludere che ti venga mostrato in rete un deepfake che ti ritrae. Se ti reca danno, la prima cosa da fare è sporgere subito querela alla Polizia Postale. A partire dal 10 ottobre 2025, l’art. 612-quarter del Codice penale punisce con la reclusione da uno a cinque anni chi diffonde senza consenso contenuti falsificati con l’AI.

E se è la piattaforma stessa a rimuovere un tuo contenuto, puoi fare reclamo interno e, in caso di risposta negativa, rivolgerti a un organismo extragiudiziale. Purché sia certificato dall’AGCOM.

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