Chi è e quanto guadagna Francesca Albanese, la relatrice ONU per la Palestina

Emanuele Di Baldo

25 Settembre 2026 - 12:37

Giurista, esperta di diritti umani e voce tra le più divisive del dibattito su Gaza. Ecco chi è Francesca Albanese, cosa fa per le Nazioni Unite e cosa si sa davvero dei suoi guadagni

Chi è e quanto guadagna Francesca Albanese, la relatrice ONU per la Palestina

Una copertina patinata e la cittadinanza onoraria di Marzabotto, nel giro di 48 ore. È il paradosso permanente di Francesca Albanese, la giurista italiana che dal 2022 è relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati.

Il suo servizio fotografico per Love Magazine di settembre ha acceso una polemica servita su un piatto d’argento agli avversari: nelle immagini indossa capi Loro Piana e Celine, due marchi del gruppo LVMH segnalati da Boycat, piattaforma che collabora con il movimento BDS, per gli investimenti di Bernard Arnault nella società israeliana di cybersicurezza Wiz. Ieri, 24 settembre, invece, il Teatro Comunale di Marzabotto l’ha accolta con l’applauso di centinaia di persone per la consegna della cittadinanza onoraria dalle mani della sindaca Valentina Cuppi.

Nel mezzo, un incarico che le è valso le sanzioni degli Stati Uniti e un’esposizione mediatica che in Italia ha alimentato un equivoco tenace, quello sul suo presunto stipendio pagato dai contribuenti. Vediamo chi è, cosa fa e quanto guadagna davvero.

Chi è Francesca Albanese? Biografia e carriera

Francesca Paola Albanese nasce ad Ariano Irpino, in provincia di Avellino, il 30 marzo 1977. Si laurea in Giurisprudenza all’Università di Pisa e consegue un master in diritti umani alla SOAS di Londra, completando poi periodi di studio alla Georgetown University di Washington e all’Università Erasmus di Rotterdam.

La carriera si sviluppa quasi per intero dentro il sistema ONU. Lavora due anni con il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite in Marocco, quattro anni a Ginevra come responsabile dei diritti umani presso l’Alto Commissariato e circa tre anni a Gerusalemme come funzionaria legale dell’UNRWA, l’agenzia per i rifugiati palestinesi. In Giordania guida invece un gruppo di ricerca sulle migrazioni forzate nel mondo arabo per l’associazione Legal Aid.

Parallelamente costruisce un profilo accademico: insegna in università europee e arabe, contribuisce a fondare la Global Network on the Question of Palestine e cura con Lex Takkenberg la seconda edizione di Palestinian Refugees in International Law, pubblicata da Oxford University Press nel 2020. Seguono i libri divulgativi J’accuse, Quando il mondo dorme, Inside e, nel 2026, La luce del risveglio per Rizzoli. Parla inglese, francese, spagnolo e indonesiano.

Vive stabilmente all’estero. È sposata con l’economista Massimiliano Calì, senior country economist della Banca Mondiale in Tunisia, con cui ha due figli.

Cosa fa Francesca Albanese per l’ONU?

Nel maggio 2022 il Consiglio per i diritti umani la nomina relatrice speciale sui territori palestinesi occupati dal 1967: è la prima donna a ricoprire l’incarico e la seconda italiana. Nel 2025 il mandato viene rinnovato per altri tre anni, fino al 2028.

Il ruolo, spesso frainteso, non è diplomatico. I relatori speciali sono esperti indipendenti che operano a titolo personale: conducono ricerche, raccolgono testimonianze, inviano comunicazioni formali ai governi e presentano i propri rapporti al Consiglio di Ginevra e all’Assemblea generale di New York. Non rappresentano il proprio Paese e non ricevono istruzioni da alcun governo.

Nei suoi rapporti Albanese ha descritto l’occupazione israeliana come un sistema di segregazione ed espropriazione, ha raccomandato agli Stati membri di elaborare un piano per porre fine a quello che definisce un regime di apartheid e, nel 2025, con From Economy of Occupation to Economy of Genocide, ha analizzato il ruolo delle imprese internazionali.

È stato quel rapporto a innescare la reazione americana: nel luglio 2025 il segretario di Stato Marco Rubio annuncia sanzioni personali ai sensi dell’Executive Order 14203, accusandola di antisemitismo e sostegno al terrorismo. Nel maggio 2026 il giudice federale Richard Leon le sospende per violazione del Primo Emendamento, il Tesoro la rimuove dalla lista, ma pochi giorni dopo la Corte d’Appello del Distretto di Columbia congela quella decisione e le sanzioni tornano operative. Il caso resta aperto.

Quanto guadagna Francesca Albanese: cosa sappiamo su stipendio e patrimonio

Partiamo dal punto che genera più confusione: per l’incarico ONU, Francesca Albanese non percepisce alcuno stipendio. I relatori speciali non sono funzionari delle Nazioni Unite, svolgono il mandato su base volontaria e part-time e ricevono soltanto il rimborso delle spese di viaggio e il supporto logistico per le missioni. Lo hanno ribadito sia l’ONU sia Pagella Politica, che nell’ottobre 2025 ha smentito la dichiarazione di Matteo Salvini secondo cui la giurista sarebbe pagata dai contribuenti italiani e rappresenterebbe l’Italia al Palazzo di Vetro.

Non essendo né parlamentare né dipendente pubblica italiana, Albanese non è tenuta a depositare alcuna dichiarazione dei redditi o situazione patrimoniale consultabile, e non esistono dati ufficiali sul suo patrimonio. Le sue entrate documentabili derivano dalle attività professionali esterne al mandato: docenze, consulenze a governi e organizzazioni non governative in Medio Oriente e Nord Africa, conferenze e diritti d’autore sui libri pubblicati con Oxford University Press, Fuoriscena e Rizzoli.

Quanto alla residenza, la famiglia vive fuori dall’Italia: il marito Massimiliano Calì lavora per la Banca Mondiale in Tunisia, dove guida le attività di consulenza macroeconomica, fiscale e commerciale dell’istituzione, dopo incarichi in Indonesia, in Bolivia per l’ambasciata italiana e all’Overseas Development Institute.

Proprio sul piano patrimoniale mordono le sanzioni statunitensi, che comportano il congelamento di eventuali beni negli Stati Uniti, il blocco delle principali carte di credito e l’impossibilità di operare sui circuiti bancari collegati agli USA. Contro quelle misure la famiglia ha avviato una causa contro l’amministrazione Trump, depositata a nome dello stesso Calì.