Una giornata da dimenticare per Saipem, che giovedì 22 ottobre ha chiuso a 4,216 euro lasciando sul campo circa il 6%. Nessun titolo petrolifero ha fatto peggio e pochi, in tutto il FTSE MIB, hanno sofferto altrettanto. Il listino milanese, fanalino di coda d’Europa, ha ceduto il 2,54% e si è fermato a 48.384 punti, trascinato da vendite che non hanno risparmiato quasi nessuno. In fondo alla classifica, a fare compagnia a Saipem, c’era anche Prysmian, come ricorda il resoconto della seduta di Piazza Affari.
La partenza aveva già il sapore della resa, con un’apertura a 4,24 euro, sotto il minimo della seduta precedente. Il titolo ha provato a rialzare la testa toccando i 4,48 euro, ma è stato un fuoco di paglia, e nel finale le vendite hanno sfondato anche quota 4,23, il gradino che fino a quel momento aveva retto. Colpisce che tutto questo sia avvenuto con 13.102.609 azioni scambiate, qualcosa in meno della media delle ultime venti sedute (13.848.750). Più che una fuga precipitosa, insomma, è stata una lenta emorragia, con molti venditori e pochissimi compratori disposti a fare da argine.
Il colpo di giovedì arriva al termine di una settimana in cui Saipem ha perso più del doppio dell’indice, e questo fa pensare a una stanchezza che viene da più lontano.
Stamattina il mercato prova a riprendere fiato. Su Borsa Italiana, alle 10.06 di venerdì 23 ottobre, il titolo passa di mano a 4,282 euro, in rialzo dell’1,57%, dopo un’apertura a 4,265 e oscillazioni comprese tra 4,258 e 4,303 euro, con 1.797.751 azioni già scambiate nella prima ora. Per parlare di svolta ci vorrà ben altro, ma l’impressione è che dopo una caduta così brusca qualcuno abbia cominciato a considerare i prezzi interessanti.
Perché le azioni Saipem sono crollate
Chi cercasse nella cronaca societaria la ragione del tonfo resterebbe a mani vuote. Giovedì Saipem non ha diffuso comunicati, non ha rivisto le stime e nessuna banca d’affari ne ha bocciato il titolo. Il gruppo è stato piuttosto risucchiato da un’ondata di vendite partita dai titoli legati all’intelligenza artificiale, dopo i conti di Meta e Tesla, e poi dilagata fino alle banche e al petrolio, in una di quelle giornate in cui a Piazza Affari si vende prima e si ragiona dopo.
In momenti così chi investe tende a mettere al sicuro i guadagni là dove ne ha accumulati di più, e Saipem è stata negli ultimi dodici mesi una delle cavalcate più generose del listino. Il prezzo è più che raddoppiato, passando dal minimo di 2,17 euro fino al massimo di 4,85, e con un rialzo del genere alle spalle basta un vento contrario perché molti decidano di passare alla cassa.
Il petrolio, dal canto suo, non ha dato una mano. Il greggio americano, con il contratto di dicembre, è scivolato sotto i 99 dollari al barile e il comparto ha accusato il colpo in modo tutt’altro che uniforme. Eni se l’è cavata con un calo dell’1,02%, Tenaris ha perso il 5% e Saipem è scesa ancora di più. Non è una sorpresa, perché le società che vendono servizi alle compagnie petrolifere sono le prime a temere che queste, al primo segnale di debolezza, stringano i cordoni della borsa.
Il crollo di giovedì, del resto, è solo l’ultimo di una serie di scossoni. Già il 15 ottobre, nella prima giornata di vendite sui semiconduttori, il titolo aveva lasciato sul terreno il 3,5%, e martedì 20 ottobre aveva perso un altro 4,28% mentre l’indice restava sostanzialmente immobile. Tre cadute in poco più di una settimana dicono molto di un mercato che, dopo una corsa così lunga, ha cominciato a raccogliere i frutti.
A rendere il terreno più scivoloso contribuiscono due nodi ancora irrisolti. C’è anzitutto la fusione con Subsea7, da cui dovrebbe nascere Saipem7, finita sotto la lente della Commissione europea, che a luglio ha avviato un’indagine approfondita e dal 25 agosto ha congelato il conteggio dei termini in attesa di ulteriori informazioni dalle due società. Il closing, che la società collocava nella seconda metà del 2026, rischia così di scivolare ai primi mesi del 2027. Pesa poi il ricordo del taglio della guidance di fine luglio, quando Saipem ha abbassato l’obiettivo di Ebitda rettificato per il 2026 da 1,9 a 1,75 miliardi di euro a causa dei maggiori costi in Medio Oriente, e il titolo era sprofondato fino al 9% scendendo sotto i 4 euro. Con i conti dei nove mesi attesi soltanto a metà novembre, gli investitori navigano a vista, e in assenza di notizie fresche ogni ondata di vendite trova la strada spianata.
Cosa dicono gli analisti?
Il nervosismo della Borsa, per il momento, non sembra aver contagiato le banche d’affari. Secondo il consensus di 18 analisti rilevato a fine settembre, tredici consigliano di comprare il titolo, quattro di tenerlo in portafoglio e uno soltanto di venderlo, con un target price medio di 4,94 euro, salito a circa 4,96 nelle rilevazioni di metà ottobre.
Confrontato con i 4,282 euro di questa mattina, quell’obiettivo lascia intravedere un margine di rialzo vicino al 16%. L’aggiornamento più recente porta la firma di Bernstein, che il 9 ottobre ha confermato il giudizio outperform e alzato il target da 4,96 a 5,44 euro, oltre il 27% sopra le quotazioni attuali. Appena due giorni prima Bank of America aveva ribadito il buy con un obiettivo di 5,50 euro, mentre la più convinta resta JP Morgan, che con un overweight e un target di 5,89 euro vede spazio per un rialzo di quasi il 38%.
Toni più misurati arrivano da Berenberg e UBS, che dopo i conti di luglio hanno mantenuto il buy ma ritoccato al ribasso gli obiettivi, portandoli rispettivamente a 5,05 e 4,60 euro. Più distante dal coro è Equita, ferma su un giudizio hold e su un target di 4 euro, circa il 6,6% sotto i prezzi di oggi. Molto dipenderà dai risultati del terzo trimestre, per i quali le stime raccolte da MarketScreener indicano ricavi per 3,9 miliardi e un Ebitda di 439 milioni di euro.
Il quadro tecnico
Gli indicatori che seguono sono calcolati su un prezzo di 4,24 euro, rilevato prima dell’asta di chiusura e quindi leggermente superiore al riferimento ufficiale di 4,216 euro, una differenza che non cambia però la sostanza del quadro. Su questi livelli il prezzo è sceso sotto la media mobile a 20 sedute (4,45) e sotto quella a 50 (4,42), e anche la media a 100 sedute, che passa per 4,40, è ormai alle spalle. A tenere in piedi l’impalcatura di lungo periodo resta la media a 200 sedute, ferma a 4,06 euro, ancora abbastanza lontana da non destare allarme. Il breve termine ne esce acciaccato, ma le fondamenta su cui si è costruita la corsa dell’ultimo anno per ora reggono.
Gli oscillatori confermano il momento difficile. L’RSI a 14 sedute è sceso a 41,4, mentre lo stocastico, con %K a 2,5 e %D a 27,6, segnala una pressione ribassista fortissima che, paradossalmente, porta il titolo a ridosso di quell’ipervenduto da cui spesso partono i rimbalzi. Il MACD, a 0,017, è scivolato sotto la linea del segnale a 0,036, con un istogramma a -0,019. L’ADX a 14 sedute, fermo a 16,0, descrive un trend debole o laterale, e il -DI a 30,5 contro un +DI a 18,0 lascia il pallino in mano ai venditori, anche se senza una direzione davvero definita.
Nel brevissimo termine i primi supporti si trovano a 4,15 e 4,06 euro, mentre al rialzo il titolo dovrà fare i conti con le resistenze a 4,41 e 4,57. Allargando lo sguardo agli ultimi mesi, emergono come ostacoli i 4,51 e soprattutto i 4,62 euro, livello che ha già respinto tre assalti, mentre più in basso la soglia dei 4,14 euro ha fatto da pavimento in altrettante occasioni. La discesa sotto l’area dei 4,23 euro nel finale di seduta, che aveva retto due volte, toglie al titolo un appiglio importante. Il prezzo si muove ora a ridosso della banda inferiore di Bollinger, a 4,20 euro (la superiore è a 4,69), e sotto il ritracciamento del 38,2% a 4,26, calcolato sulla discesa da 4,85 a 3,90. Più in alto si trovano il 50% a 4,38 e il 61,8% a 4,49.
Guardando più lontano, il bilancio resta comunque largamente in attivo, con un guadagno a un anno dell’80,36% a fronte di un calo del 2,77% nell’ultimo mese. Il massimo a 52 settimane è a 4,85 euro, il minimo a 2,17. Nel medio periodo, però, la regressione a 60 sedute mostra una pendenza di appena lo 0,02% al giorno con un R² di 0,02, a conferma di un titolo che negli ultimi mesi ha girato in tondo senza una direzione chiara. L’esponente di Hurst, a 0,62, suggerisce una certa tendenza dei prezzi a proseguire sulla strada imboccata, e il ciclo dominante, di circa 101 sedute, si trova oggi in fase ascendente.
Il termometro della volatilità, intanto, è salito. La variazione media giornaliera a 20 sedute è del 2,46% e l’ATR a 14 sedute vale 0,1367, il 3,22% del prezzo. La volatilità storica annualizzata tocca il 40,36% a 20 sedute contro il 28,91% a 60 sedute, segno di un clima ben più agitato rispetto all’estate. Nell’ultimo anno il ribasso massimo è stato del 18,42%. Sulla carta, con un beta a un anno di 0,55 rispetto al FTSE MIB e una correlazione di 0,25, Saipem dovrebbe muoversi in modo piuttosto indipendente dall’indice. Che giovedì sia scesa più del doppio del listino dice molto di quanto quella seduta sia stata fuori dal comune.
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