Aumenti contrattuali tassati al 5% anche nel 2027? Chi ne ha diritto e cosa serve per la proroga

Giacomo Astaldi

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L’imposta sostitutiva sugli aumenti dei rinnovi contrattuali vale oggi solo per il 2026. Il governo ha promesso di confermarla, ma la proroga deve entrare nella legge di Bilancio 2027. Ecco come funziona, quanto si risparmia e cosa resta da decidere.

Aumenti contrattuali tassati al 5% anche nel 2027? Chi ne ha diritto e cosa serve per la proroga

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Per chi ha avuto un aumento grazie al rinnovo del contratto collettivo, il 2026 è stato un anno fiscalmente favorevole. Gli incrementi in busta paga sono stati tassati al 5% invece che con l’aliquota Irpef ordinaria, a patto di avere un reddito da lavoro dipendente non superiore a 33.000 euro. L’agevolazione, però, ha una scadenza e copre solo le somme pagate nel 2026. Se la legge di Bilancio 2027 non la proroga espressamente, da gennaio gli aumenti torneranno a essere tassati come il resto dello stipendio.

La premier Giorgia Meloni ha già preso un impegno pubblico. Il 2 luglio, intervenendo al congresso della Uil a Padova, ha detto di voler dare alla misura «continuità e stabilità» e di volerla vedere «confermata anche nella prossima legge di bilancio». Un impegno politico, però, non è ancora una norma.

Come funziona oggi la tassazione al 5%

L’agevolazione è stata introdotta dall’articolo 1, comma 7, della legge di Bilancio 2026 (legge 30 dicembre 2025, n. 199). Prevede un’imposta sostitutiva del 5%, che prende il posto dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali, sugli incrementi retributivi derivanti dai rinnovi dei contratti collettivi nazionali firmati tra il 1° gennaio 2024 e il 31 dicembre 2026.

Possono beneficiarne i dipendenti del settore privato che nel 2025 hanno avuto un reddito da lavoro dipendente complessivo non superiore a 33.000 euro. Il limite si calcola sommando i redditi di tutti i rapporti di lavoro dell’anno e restano fuori i dipendenti pubblici. Sono esclusi anche i lavoratori di alberghi, turismo, terme e pubblici esercizi, che hanno un regime agevolato diverso.

Sono agevolate solo le somme pagate nel 2026. Secondo le regole di cassa, contano anche quelle versate entro il 12 gennaio 2027 ma riferite all’anno precedente. Non serve fare domanda: il datore di lavoro applica l’imposta direttamente in busta paga. Chi ritiene più conveniente la tassazione ordinaria può rinunciare per iscritto.

Cosa rientra e cosa no?

Con due circolari, la n. 2/E del 24 febbraio e la n. 3/E del 24 giugno 2026, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito il perimetro della misura.

Rientrano nel 5% gli aumenti della retribuzione di base, comprese tredicesima e quattordicesima. Rientrano anche i riflessi degli aumenti su ferie, permessi e assenze retribuite come malattia e maternità, e l’aumento contrattuale che assorbe un superminimo individuale. La circolare di giugno ha incluso anche gli arretrati pagati nel 2026, purché derivino da un rinnovo firmato nel triennio 2024-2026.

Restano invece esclusi:

  • le somme una tantum;
  • gli scatti di anzianità;
  • il Tfr;
  • i premi di risultato, che hanno un regime proprio.

Le maggiorazioni per lavoro notturno, festivo e a turni seguono un binario separato: un’imposta sostitutiva del 15% per chi ha un reddito fino a 40.000 euro, entro un tetto annuo di 1.500 euro.

Quanto si risparmia in busta paga?

L’imposta sostitutiva si applica dopo i contributi previdenziali, che restano dovuti per intero. Per capire il vantaggio basta un esempio. Un lavoratore con un reddito di 30.000 euro riceve dal rinnovo un aumento di 1.000 euro lordi l’anno. Tolti i contributi a suo carico, circa il 9,19%, restano circa 908 euro imponibili.

Con la tassazione ordinaria, a quel livello di reddito l’aliquota marginale Irpef è del 33%: circa 300 euro di imposta, più le addizionali locali. Con l’imposta sostitutiva al 5% ne paga circa 45. Il risparmio supera quindi i 250 euro l’anno, a cui si aggiungono le addizionali regionali e comunali non dovute.

Sotto i 28.000 euro di reddito, dove l’aliquota marginale è del 23%, il vantaggio si riduce, poiché sullo stesso aumento il risparmio è di circa 160 euro, sempre più le addizionali. In pratica il beneficio cresce con l’aliquota marginale e con l’entità dell’aumento, e si azzera di colpo appena il reddito supera i 33.000 euro.

Cosa serve per la proroga nel 2027

Perché il 5% valga anche il prossimo anno, la legge di Bilancio 2027 dovrà contenere una nuova norma. Non basterà cambiare una data e la proroga deve sciogliere almeno tre nodi:

  • Il primo è l’anno di pagamento. La norma deve estendere l’agevolazione alle somme corrisposte nel 2027, perché oggi si ferma a quelle del 2026.
  • Il secondo riguarda quali rinnovi contrattuali ammettere. Se la finestra resta ferma ai contratti firmati entro il 31 dicembre 2026, ne restano esclusi quelli rinnovati nel corso del 2027. Una proroga «secca» di un anno, senza spostare questa data, favorirebbe solo chi ha già il contratto rinnovato.
  • Il terzo è la soglia di reddito e l’anno di riferimento. Per il 2026 conta il reddito del 2025. Per il 2027 la logica vorrebbe il reddito del 2026, ma il governo potrebbe anche decidere di modificare il limite dei 33.000 euro. Al momento non ci sono proposte ufficiali in questo senso.

Resta poi il nodo delle risorse. Il costo della proroga non è stato quantificato ufficialmente, e la misura dovrà trovare spazio in una manovra con margini stretti, già contesa tra taglio dell’Irpef, pensioni e tredicesima. La Uil, che aveva sollecitato la misura, chiede di estenderla fino al 2028. La Cgil ne sottolinea invece i limiti: in molti casi il beneficio si ferma a poche decine di euro.

Il calendario è quello della manovra. Entro il 15 ottobre il governo invia a Bruxelles il Documento programmatico di bilancio; il disegno di legge di Bilancio approvato dal Consiglio dei ministri passa poi al Parlamento, che deve approvarlo entro il 31 dicembre. Se la proroga entrerà nel testo, i datori di lavoro potranno applicare il 5% già dalle buste paga di gennaio 2027. Fino ad allora, per chi ha un rinnovo in arrivo il prossimo anno, l’agevolazione resta una promessa e non un diritto.

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