Assemblea Mps, bocciata l’incorporazione di Mediobanca. Cosa cambia per l’Opas di Intesa Sanpaolo?

Flavia Provenzani

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L’assemblea di Siena respinge l’incorporazione di Piazzetta Cuccia voluta da Lovaglio, che attacca Intesa Sanpaolo. Ora il voto sulle Ops su BancoBpm e Banca Generali, decisivo per l’Opas di Ca’ de Sass.

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L’assemblea degli azionisti di Mps ha respinto la fusione per incorporazione di Mediobanca. Nella riunione in corso a Siena, dove è rappresentato il 65,86% del capitale sociale, la proposta ha raccolto il voto contrario del 63,65% del capitale presente e quello favorevole del 32,91%, un risultato lontanissimo dalla maggioranza dei due terzi richiesta per le delibere straordinarie.

Il progetto avrebbe dovuto chiudere sul piano societario il percorso cominciato nel 2025, quando il Monte ha conquistato il controllo di Piazzetta Cuccia, cancellando Mediobanca come entità giuridica autonoma. A differenza degli altri punti del piano difensivo dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio, però, l’esito di questo voto era rimasto incerto fino all’ultimo. I proxy advisor ISS e Glass Lewis avevano raccomandato di approvare la fusione, mentre Norges Bank e il gruppo Caltagirone si erano già schierati contro, e Intesa Sanpaolo aveva fatto sapere di preferirne la bocciatura pur senza inserirla tra le condizioni della propria offerta.

Perché la fusione con Mediobanca era diventata il vero nodo?

Sulle due offerte pubbliche di scambio lanciate da Mps su BancoBpm e Banca Generali, e sulla distribuzione straordinaria da circa 4 miliardi di euro, i giochi sembravano fatti già alla vigilia. La fusione con Mediobanca, invece, si era trasformata in una sorta di referendum sulla strategia di Lovaglio, perché Ca’ de Sass ritiene preferibile rinviare qualsiasi integrazione a dopo la conclusione dell’Opas su Siena. In gioco c’è anche la partecipazione in Assicurazioni Generali custodita da Piazzetta Cuccia, che porterebbe Intesa, a operazione completata, a detenere il 13,3% del Leone.

Prima del voto il presidente Cesare Bisoni ha cambiato l’ordine dei lavori, sospendendo i punti 4 e 5 della parte ordinaria, relativi all’acquisto di azioni Generali e alla distribuzione di riserve agli azionisti, per anticipare la discussione sulla fusione. I due punti saranno ripresi al termine della parte straordinaria.

Che cosa ha detto Lovaglio ai soci?

Dal palco l’amministratore delegato ha difeso l’integrazione con Mediobanca, sostenendo che il progetto industriale stia dando risultati superiori alle attese, come dimostrerebbe la revisione al rialzo delle sinergie, e che gli ultimi passaggi formali sarebbero stati completati entro la fine dell’anno. Lovaglio ha ammesso che l’aritmetica del voto si presentava complicata, viste le posizioni note di alcuni grandi soci, ma ha riservato le parole più dure a Intesa Sanpaolo.

Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, il manager si è detto sorpreso dal «cambio di rotta di Intesa Sanpaolo», che a suo dire era inizialmente favorevole alla fusione e si è poi espressa per la sua mancata approvazione, cambiando così il clima dell’assemblea. Lovaglio ha infine rivendicato il sostegno che il progetto continua a raccogliere tra i fondi e gli investitori istituzionali internazionali.

Come si è svolta l’assemblea?

La giornata si era aperta con un segnale politico eloquente. I consiglieri di minoranza, cioè l’ex presidente Nicola Maione, Stefano Boccardelli e Paola De Martini, hanno scelto di non partecipare ai lavori, portando in sala la spaccatura che attraversa il consiglio di amministrazione. Fuori dalla sede di viale Mazzini, intanto, Cgil, Cisl e Uil hanno organizzato un sit-in per chiedere garanzie sul legame tra la banca, il territorio e l’occupazione.

Nella parte ordinaria i soci hanno confermato nel board, con il voto rispettivamente dell’89,78% e dell’86,8% del capitale presente, Gianluca Brancadoro e Alessandro Caltagirone, cooptati in precedenza. Già prima della fusione, però, il fronte contrario aveva dato prova di forza respingendo con oltre metà del capitale presente il programma di riacquisto di azioni proprie destinato ai piani di assegnazione al personale.

Bisoni ha anche aggiornato la mappa dell’azionariato. In testa c’è Delfin con circa il 17,53%, seguita dal gruppo Caltagirone con il 12,66%, dal Tesoro con il 4,86% e da BlackRock con il 4,66%. BancoBpm detiene il 3,74%, anche attraverso Anima, mentre fa il suo ingresso Barclays con un’esposizione complessiva del 3,77%, composta per circa l’1% da azioni e per il restante 2,77% da strumenti finanziari.

Che cosa succede ora all’Opas di Intesa Sanpaolo?

La bocciatura della fusione non incide di per sé sull’offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata da Carlo Messina, ma le spiana la strada. Mediobanca resta infatti una società distinta, come chiedeva Ca’ de Sass, che preferisce rinviare il delisting di Piazzetta Cuccia ed eventuali integrazioni a dopo la conclusione dell’Opas, così da evitare complicazioni nell’unione delle attività e dei sistemi informatici.

Le delibere davvero decisive restano le due Ops su BancoBpm e Banca Generali, con i relativi aumenti di capitale, e la riduzione volontaria del capitale funzionale alla maxi distribuzione. Basterebbe l’approvazione anche di una sola di queste tre proposte per far decadere l’Opas, secondo le condizioni ribadite da Intesa il 3 ottobre, quando la banca ha alzato da 1 a 1,25 euro per azione la componente in contanti lasciando invariato il concambio di 1,6 azioni Intesa per ogni titolo del Monte.

Nei giorni scorsi Ca’ de Sass ha inoltre ottenuto dalla Bce l’autorizzazione all’acquisizione del controllo di Mps e, indirettamente, di Mediobanca.

Le indicazioni della vigilia lasciano pochi dubbi sull’esito. Il fronte contrario, composto tra gli altri da Delfin, Caltagirone, Edizione della famiglia Benetton, Praude, Fondaco Lux e Norges Bank, poteva contare su circa il 40% del capitale totale, una quota che con l’affluenza registrata vale oltre il 60% del capitale presente e basta da sola a bloccare qualsiasi delibera straordinaria. Il Tesoro e BancoBpm, quest’ultimo per il conflitto di interessi legato all’offerta che lo riguarda, avevano annunciato che non avrebbero votato, mentre a favore del piano si erano schierate Plt Holding della famiglia Tortora, con l’1,4%, e la Fondazione Mps, con lo 0,2%.

Articolo in aggiornamento

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