Jobs Act: come cambiano i contratti di lavoro con Renzi?

Come cambiano i contratti di lavoro con Renzi? Il suo piano lavoro è davvero la svolta buona? Pare di no, ecco cosa dicono gli esperti.

Mentre la Merkel accoglie con entusiasmo le «riforme ambiziose» di Matteo Renzi, la Camusso lo accusa di portare nuova precarietà. Chi ha ragione? Come sempre davanti a qualcuno che si professa innovatore o, in questo caso, rottamatore, le opinioni si dividono.

Dopo il fallimento della Riforma Fornero, riconosciuto da più parti, anche dal nuovo ministro del Lavoro Poletti (per cui la riforma «si è rivelata incoerente con i reali bisogni delle imprese e con le esigenze del mercato»), si tenta di cambiare, di dare un nuovo impulso al mercato del lavoro, oggetto di una crisi senza precedenti e di una disoccupazione che riporta l’Italia indietro di quasi 50 anni.

Quando aveva presentato il testo del suo Job Act (o Jobs Act) a gennaio, Renzi aveva detto di voler puntare soprattutto su:

  • semplificazione delle norme sul lavoro con la presentazione entro l’estate di un nuovo codice del lavoro;
  • riduzione delle forme contrattuali;
  • contratto unico (sul tema ricordiamo l’intervista a Otto e Mezzo dove una pungente Gruber aveva incalzato Renzi: Perché Job Act? Perché non Piano Lavoro? Forse per evitare di chiamarlo Riforma dell’art. 18?).

Ad oggi quali sono le novità? Quali sono i contratti su cui vuole puntare Renzi per «portare i ragazzi in azienda» e «garantire la possibilità di assumere»?

Come cambiano i contratti di lavoro con Renzi?

Innanzitutto quali sono le novità su contratti a termine e di apprendistato?

  • contratto a termine: viene innalzata da 12 a 36 mesi la durata del primo rapporto di lavoro a tempo determinato, per cui non viene previsto il requisito della causalità (la soglia massima per l’utilizzo dello stesso è fissata al 20%). In questo modo l’azienda non dovrà giustificare il motivo dell’assunzione a termine anziché con contratto stabile e il motivo di questa scelta, come ha spiegato Poletti, è quello di «eliminare una delle origini di molti contenziosi». Viene inoltre prevista la possibilità di prorogare detto contratto a tempo determinato più volte entro il limite di 3 anni con due condizioni:
    - devono sussistere ragioni oggettive;
    - si deve far riferimento alla medesima attività lavorativa.
  • contratto di apprendistato: oltre a prevedere la forma scritta solo per il contratto e patto di prova (quindi non più come previsto oggi anche per il relativo piano formativo individuale), viene abolito l’obbligo di assunzione di nuovi apprendisti condizionata necessariamente alla conferma in servizio di precedenti apprendisti al termine del percorso formativo. Lo stipendio dell’apprendista, per la parte riferita alle ore di formazione, deve essere pari al 35% della retribuzione del livello contrattuale di inquadramento.

Il nuovo Premieri Matteo Renzi, sulla scia delle critiche dei sindacati, ha ammesso che la liberalizzazione dei contratti a termine farà aumentare la flessibilità, ma non la precarietà (la Fornero non era stata accusata che la causa della precarietà era proprio la flessibiulità?):

«Il contratto di apprendistato, che noi cambiamo, era prima del nostro decreto legge un incubo burocratico. Cambiare quello, il contratto a termine non significa più precarietà ma consentire ai ragazzi di lavorare».

E aggiunge:

«Il posto fisso per i giovani non c’è più da anni, la disoccupazione giovanile, mentre a Roma discutevano, è passata al 42%, è più che raddoppiata. E allora il problema non è stare a discutere delle norme, ma garantire la possibilità di assumere per chi vuole assumere».

Insomma il principio sembra il seguente: visto che il mito del posto fisso è finito da anni l’importante è assumere, anche se si assume senza garanzia. Secondo Poletti infatti:

«Queste modifiche permetteranno all’azienda di assumere con maggiore tranquillità e daranno ai lavoratori maggiori possibilità di ottenere tre anni continuativi di lavoro. I paletti previsti dalla riforma Fornero avevano il giusto obiettivo di limitare l’uso dei contratti temporanei, ma hanno prodotto l’effetto inverso. Di certo la deregulation non è la mia mentalità. Ma avere norme giuste che non producono effetti o ne producono di contrari è peggio».

Volete lavorare? Con Renzi almeno tre anni continuativi sono garantiti, poi si vedrà. Queste si che sono certezze.

E il contratto unico di cui si parlava? Se le novità su contratto a termine e apprendistato sono state decise per decreto, la strada per attuare il contratto unico, su cui sarebbero d’accordo anche i sindacati, è più lunga poiché occorre un disegno di legge-delega, quindi il Parlamento dovrà dare l’ok per l’attuazione di cambiamenti più sostanziosi.

#lasvoltabuona?

Sembrerebbe di no. Sulle prime novità sui contratti di lavoro, tra gli altri, sono intervenuti due esperti: l’economista Tito Boeri e Michele Tiraboschi, giurista e docente di diritto del lavoro.

Il primo su Lavoce.info si è soffermato su 3 aspetti principali:

  • se il periodo di tempo entro cui si può essere licenziati si estende fino a 3 anni, diminuiscono le tutele contro le discriminazioni. Un esempio? La maternità di una lavoratrice;
  • aumenta la distanza fra contratti a tempo determinato e i contratti a tempo indeterminato;
  • viene ridimensionata l’importanza del lavoro interinale e dell’apprendistato.

Il secondo in un editoriale su bollettinoadapt.it ha spiegato che la svolta buona:

«Doveva essere la svolta del contratto unico a tempo indeterminato, ma così non è stato. Il Governo ha anzi approvato il suo esatto contrario con una sostanziale liberalizzazione del contratto di lavoro a termine che già oggi copre il 60% degli avviamenti al lavoro. Nel breve periodo la misura è senza dubbio utile per riattivare il mercato del lavoro anche se si pone in piena contraddizione, nel medio e lungo periodo, con la filosofia più volte annunciata del Jobs Act di sostegno al lavoro di qualità e alla lotta al precariato. Di fatto viene così svuotato l’articolo 18, su cui si sceglie ancora una volta di non intervenire direttamente, incentivando fortemente le imprese ad assunzioni temporanee con una opzione regolatoria che pare tuttavia in aperto contrasto con la Direttiva europea che impone precisi limiti alla reiterazione di contratti a termine».

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