Web Tax, Italia nel mirino USA: la minaccia dei dazi al 100%

Web Tax, l’Italia (e non solo) nel mirino USA. Il Governo americano pensa che la digital tax discrimini commercialmente le aziende high tech e ha avviato un’indagine. La minaccia è quella di imporre dazi al 100% sull’importazione dei prodotti agroalimentari made in Italy.

Web tax, anche l’Italia è tra i Paesi nel mirino USA: la minaccia è quella di mettere i dazi al 100% su vini, pasta e olio d’oliva.

Gli altri Paesi a rischio dazi sono Austria, India, Indonesia e Turchia che, come l’Italia, hanno già adottato la digital tax, ma in realtà anche i Paesi che la stanno studiando si trovano sul filo del rasoio.

Non è la prima volta che se ne discute: già alcuni mesi fa l’amministrazione americana aveva minacciato l’imposizione della tassa, ma sembrava che l’emergenza fosse rientrata.

A quanto pare invece l’Ufficio del Rappresentante al commercio ha aperto una nuova indagine sui partner commerciali degli USA che hanno già adottato la web tax, e anche su quelli che stanno ancora valutando.

Web tax, Italia nel mirino USA: la minaccia dei dazi al 100%

Non è la prima volta, e probabilmente nemmeno l’ultima, che l’Italia riceve la minaccia dei dazi da parte degli Stati Uniti.

La tregua è durata qualche mese e ora l’Ufficio del Rappresentante al commercio (Ustr, acronimo di United States Trade Representative) fa sapere che sono ripartite le indagini sui partner commerciali degli USA che hanno adottato (o stanno pensando di adottare) la web tax.

La web tax, introdotta con la Legge di Bilancio 2020, con un’aliquota pari al 3% del fatturato, si applicherà alle aziende con oltre 750 milioni di ricavi, di cui almeno 5,5 milioni da servizi digitali in Italia.

A pagare saranno sia le imprese residenti o con stabile organizzazione in Italia e le imprese non residenti.

Gli Stati Uniti la vedono come una tassazione che porta a una discriminazione commerciale delle aziende digitali americane (i cosiddetti “giganti del web”).

L’indagine dell’Ustr si basa sulla sezione 301 del Trade Act risalente al 1973, che in pratica autorizza il Presidente degli Stati Uniti a intraprendere in via unilaterale misure per forzare un Governo straniero a ritirare qualsiasi atto che violi un trattato commerciale internazionale.

Se verrà stabilita la discriminazione contro i big del web, allora gli USA potranno decidere nuove tariffe commerciali entro un anno.

Non solo per Italia, Austria, India, Indonesia e Turchia, ma l’Ustr ha nel mirino anche Brasile, Spagna, Repubblica Ceca e Regno Unito (ovvero i Paesi che stanno studiando la web tax).

Web tax, Usa minacciano dazi: cosa rischia l’Italia?

Il 3 giugno 2020 si è tenuta in videoconferenza la riunione del G7 finanziario, e si è discusso anche dell’indagine americana. Secondo le anticipazioni del Sole 24 Ore del 4 giugno 2020, il commissario agli Affari monetari Paolo Gentiloni si è detto sorpreso per la scelta americana, visto che l’Unione Europea è in attesa di un accordo Ocse, e quindi ancora non ha introdotto alcuna web tax.

L’ipotesi è che gli USA temono che la crisi economica generata dall’epidemia possa indurre i Governi a tassare i giganti del web così da recuperare gettito fiscale: insomma, Washington sta marcando il territorio.

Le trattative Ocse, c’è da dirlo, vanno a rilento: una riunione di luglio è stata spostata a ottobre, e ancora non è certo che si possa trovare un accordo.

Ma cosa rischia l’Italia? La digital tax italiana è in vigore dal 1° gennaio 2020, con un’aliquota minima. La tassa verrà riscossa nel 2021, ma decadrà in caso di decisione dell’Ocse, che verrebbe subito recepita dall’ordinamento italiano.

Nel caso in cui l’indagine americana dovesse dare esito positivo, quindi riscontrasse una discriminazione nei confronti delle aziende high tech, allora gli USA potrebbero mettere in atto politiche commerciali “uguali e contrarie” per difendere i propri interessi. La minaccia per ora rimane quella di imporre i dazi al 100% all’importazione di prodotti Made in Italy, come i vini, l’olio d’oliva e il grana padano.

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