Basta fare un giro per le strade della propria città per incontrare automobili appartenenti al gruppo Stellantis. Del resto, parliamo di un colosso che riunisce 14 marchi: Fiat, Alfa Romeo, Lancia, Maserati, Abarth, Peugeot, Citroën, Opel, Vauxhall, DS Automobiles, Jeep, Dodge, Chrysler e Ram.
Una presenza così diffusa potrebbe far pensare a un’azienda in salute, capace di produrre utili e continuare a crescere. E invece, se si guarda a quello che è successo in Borsa negli ultimi anni, si scopre una realtà completamente diversa.
I numeri lasciano poco spazio alle interpretazioni. Stellantis ha perso gran parte del proprio valore e, almeno per il momento, non sembra riuscire a invertire la rotta.
Cosa sta succedendo? Perché le azioni continuano a scendere? E soprattutto, dopo una caduta di queste proporzioni, il peggio potrebbe essere passato oppure ci sono ancora rischi?
Perché Stellantis continua a perdere valore?
Le difficoltà non sono cominciate ieri. Dopo i risultati particolarmente favorevoli degli anni precedenti, nel 2024 qualcosa ha iniziato a non funzionare come previsto.
Le vendite negli Stati Uniti hanno deluso, i margini si sono ridotti e in Europa la concorrenza è diventata sempre più aggressiva, soprattutto da parte dei produttori cinesi.
A complicare ulteriormente la situazione sono arrivati gli investimenti nella mobilità elettrica, che hanno richiesto risorse importanti senza produrre, almeno finora, i risultati sperati.
C’è poi un aspetto che spesso passa in secondo piano. Per un costruttore automobilistico non conta soltanto quante vetture riesce a vendere, ma soprattutto quanto guadagna su ciascuna di esse.
Se per sostenere le vendite bisogna aumentare gli sconti, i ricavi possono anche tenere, ma i margini finiscono inevitabilmente sotto pressione.
Nel 2026 qualche segnale di miglioramento è arrivato. Parte del merito sembra andare ad Antonio Filosa, alla guida di Stellantis dal giugno 2025, che sta cercando di rimettere in carreggiata il gruppo dopo le difficoltà degli ultimi anni. Per capire se si tratta dell’inizio di una ripresa, però, serviranno altre conferme. Stellantis deve tornare a produrre utili soddisfacenti e, soprattutto, dimostrare di riuscire a generare liquidità con continuità.
Stellantis perde quasi l’84%, mentre il Ftse Mib guadagna circa il 67,6%
Quando un’azione sale o scende, uno dei modi più semplici per valutarne la forza relativa consiste nel confrontare il suo andamento con quello dell’indice azionario di riferimento.
Nel caso di Stellantis, il confronto con Piazza Affari è impressionante. Abbiamo considerato la serie storica del future continuo, che tiene conto delle diverse scadenze dei contratti con eventuali aggiustamenti dei prezzi nel passaggio da una scadenza alla successiva.
Nel 2024 il titolo ha raggiunto un massimo in area 23,50 euro. Il prezzo è stato normalizzato per tenere conto dello stacco dei dividendi, così da rendere più corretto il confronto con le quotazioni successive e non confondere gli aggiustamenti tecnici con le effettive variazioni di Borsa. Alla chiusura del 22 ottobre 2026 le azioni valevano 3,794 euro, con una perdita di circa l’83,9%.
Un ribasso difficile da immaginare per un’azienda di queste dimensioni, presente in numerose aree geografiche e proprietaria di marchi conosciuti in tutto il mondo.
Ma c’è un altro dato che rende ancora più evidente quello che è accaduto.
Dal 1° gennaio 2024, secondo i valori considerati, il Ftse Mib future ha guadagnato circa il 67,6%. Stellantis, nello stesso arco temporale, ha seguito una direzione diametralmente opposta.
Da una parte un indice che ha continuato a salire, dall’altra un titolo che ha bruciato gran parte della propria capitalizzazione.
Chi ha acquistato Stellantis sui livelli più elevati si trova oggi in una situazione tutt’altro che semplice. Basta leggere alcuni forum finanziari per rendersi conto della preoccupazione di molti piccoli investitori. C’è chi spera in un recupero e chi teme che le quotazioni possano scendere ancora.
Dopo un ribasso di quasi l’84%, resta da capire se le quotazioni abbiano ormai raggiunto livelli dai quali potrebbe partire un recupero oppure se ci sia ancora spazio per ulteriori discese.
Mercati internazionali, una fase delicata proprio nel periodo statisticamente più favorevole
La debolezza di Stellantis arriva in un momento particolare anche per le principali Borse internazionali.
Da diversi giorni i mercati stanno attraversando una fase ribassista, più evidente sulle piazze europee. Wall Street, invece, si muove da alcune settimane prevalentemente in una fascia laterale.
Siamo però entrati in un periodo dell’anno che, almeno dal punto di vista statistico, merita attenzione.
Le serie storiche americane mostrano che novembre e dicembre sono stati spesso mesi favorevoli per i mercati azionari, con una frequenza elevata di chiusure positive.
Non è l’unica statistica interessante.
Analizzando circa 130 anni di storia dei mercati americani, emerge che chi ha acquistato nel mese di ottobre e mantenuto le posizioni fino agli inizi di maggio ha ottenuto, mediamente, rendimenti migliori rispetto a chi è rimasto investito nella restante parte dell’anno.
Naturalmente, questo non significa che ogni anno debba ripetersi lo stesso andamento. Le statistiche indicano delle probabilità, non delle certezze.
Ftse Mib, dal minimo del 2020 un rialzo superiore al 400%. Ma ora qualcosa sta cambiando
Per comprendere quello che sta accadendo al mercato italiano conviene allargare lo sguardo.
Per circa un ventennio Piazza Affari ha ottenuto risultati inferiori rispetto a molte delle principali Borse internazionali. Dal minimo raggiunto durante la crisi pandemica del 2020, però, il quadro è cambiato radicalmente.
Nel primo trimestre di quell’anno il Ftse Mib aveva segnato un minimo in area 9.470 punti. Alla chiusura del 22 ottobre 2026 l’indice si trovava a 48.383,66 punti.
Parliamo di un rialzo di circa il 411%. Un recupero notevole, che ha permesso al mercato italiano di distinguersi positivamente per diversi anni. Nelle ultime settimane, però, la situazione è cambiata.
Il Ftse Mib sta mostrando una debolezza superiore rispetto ad altri indici internazionali e dai massimi annuali ha perso circa il 10,6%. Anche osservando i grafici emergono segnali che meritano attenzione.
Sia sul time frame giornaliero che su quello settimanale si sta formando una successione di massimi e minimi decrescenti. È una configurazione che, nell’analisi tecnica, caratterizza le fasi ribassiste.
Sul mensile, inoltre, settembre ha chiuso sotto il minimo di agosto, mese nel quale era stato raggiunto il massimo annuale.
Non significa necessariamente che il mercato debba continuare a scendere per mesi. Significa, però, che la struttura grafica si è indebolita e che, per tornare a parlare di una tendenza rialzista, serviranno segnali diversi da quelli osservati finora.
Stellantis, cosa consigliano gli analisti dopo un crollo dell’84%?
Torniamo a Stellantis.
Dopo una caduta di queste dimensioni, è interessante capire come si stiano comportando gli analisti delle principali banche d’affari.
Al 23 ottobre 2026, secondo il consenso raccolto da Investing.com, su 22 analisti interpellati ben 16 consigliano di mantenere il titolo, quattro suggeriscono di vendere e soltanto due esprimono una raccomandazione di acquisto.
Il prezzo obiettivo medio a dodici mesi è di 5,425 euro, contro una chiusura di 3,794 euro del 22 ottobre.
La differenza corrisponde a un potenziale rialzo teorico di circa il 43%. Non è poco. Ma c’è un particolare da non trascurare: nonostante questo potenziale margine di recupero, la maggioranza degli analisti continua a mantenere un atteggiamento prudente.
JPMorgan, Deutsche Bank e UBS esprimono giudizi neutrali, mentre Morgan Stanley e Bernstein mantengono valutazioni negative.
Come si spiega questa apparente contraddizione?
Il prezzo obiettivo rappresenta una stima di quanto potrebbe valere un’azione nei successivi dodici mesi, non una previsione destinata necessariamente a realizzarsi.
Se i risultati aziendali dovessero migliorare, le quotazioni potrebbero beneficiarne. Se invece la redditività continuasse a deludere, anche gli obiettivi degli analisti potrebbero essere rivisti al ribasso. Ed è proprio questa incertezza che continua a pesare sul titolo.
Mediare le posizioni oppure vendere in perdita? Due scelte che meritano attenzione
Quando un’azione continua a scendere, molti investitori si trovano davanti a un dilemma. C’è chi decide di acquistare altre azioni per abbassare il prezzo medio di carico e chi, al contrario, preferisce vendere e accettare la perdita. Quale delle due scelte è quella giusta? Non esiste una risposta valida per tutti.
Mediare una posizione durante una discesa permette di ridurre il prezzo medio di acquisto. Se però il titolo continua a perdere valore, aumenta anche il capitale esposto e la perdita complessiva potrebbe diventare più pesante.
Nell’analisi tecnica, uno degli elementi utilizzati per valutare l’evoluzione di una tendenza è il passaggio da una successione di massimi e minimi decrescenti a una di massimi e minimi crescenti. Questo cambiamento viene generalmente interpretato come un possibile segnale di miglioramento del quadro grafico, senza rappresentare una garanzia sull’andamento futuro.
La vendita in perdita, invece, può riflettere una revisione delle aspettative sui fondamentali dell’azienda, ma anche esigenze di liquidità o una diversa valutazione del rischio. Nessuna delle due scelte è necessariamente corretta o sbagliata in assoluto.
C’è però un ragionamento più generale che considero importante. Quando si investe sui mercati azionari, l’orizzonte temporale può fare una grande differenza.
Le serie storiche degli ultimi 130 anni mostrano che gli indici azionari diversificati hanno avuto una maggiore probabilità di ottenere rendimenti positivi su periodi superiori ai dieci o quindici anni.
Alcune analisi riferite a portafogli globali, diversificati anche in funzione del peso delle economie mondiali, indicano risultati storicamente favorevoli su orizzonti intorno ai dieci anni.
Ma attenzione: questo ragionamento riguarda soprattutto gli indici, non necessariamente le singole azioni.
Un indice comprende numerose aziende e cambia composizione nel tempo. Una società, invece, può attraversare difficoltà dalle quali non riesce più a recuperare completamente. Ecco perché mantenere un titolo per molti anni non garantisce, da solo, di recuperare le perdite.
Stellantis, le medie mobili indicano ancora una tendenza ribassista
Dal punto di vista grafico, Stellantis continua a muoversi al di sotto delle principali medie mobili, una condizione generalmente associata a una tendenza ribassista.
La media mobile a 200 giorni si colloca in area 5,76 euro e presenta ancora una pendenza discendente. Quella a 200 settimane passa intorno a 11,61 euro, mentre la media mobile mensile di riferimento transita in area 5,60 euro.
La fascia compresa tra 5,60 e 5,76 euro rappresenta quindi una possibile area di resistenza tecnica, che potrebbe assumere rilievo qualora le quotazioni dovessero recuperare terreno.
Sul versante inferiore, il riferimento è il minimo di marzo 2020, in area 2,2550 euro, valore raggiunto quando Stellantis non esisteva ancora e in Borsa era quotata Fiat Chrysler Automobiles (FCA), che nel gennaio 2021 si è fusa con PSA dando vita al nuovo gruppo.
Nel brevissimo termine assume invece interesse quota 3,8120 euro, osservata il 1° ottobre. Una chiusura settimanale superiore a questo livello potrebbe essere interpretata come un primo segnale di stabilizzazione dei prezzi, senza tuttavia dimostrare che la tendenza ribassista sia terminata.
Questi valori rappresentano esclusivamente riferimenti ricavati dall’analisi grafica. Non costituiscono obiettivi di prezzo garantiti né indicazioni di acquisto o vendita, e non è detto che vengano raggiunti.
Stellantis, dopo un ribasso dell’84% è davvero arrivato il momento di essere ottimisti?
La tentazione di considerare conveniente un titolo che ha perso quasi l’84% dai propri massimi è comprensibile.
Dopotutto, Stellantis continua a possedere marchi importanti, stabilimenti produttivi e una presenza commerciale internazionale.
Ma avere un patrimonio industriale rilevante non significa necessariamente che le azioni debbano tornare ai prezzi del passato.
La Borsa guarda soprattutto alle prospettive future. E nel caso di Stellantis gli investitori vogliono capire se il gruppo riuscirà a recuperare la redditività perduta e a tornare a generare liquidità in maniera stabile. I primi miglioramenti del 2026 sono un elemento da considerare, ma da soli non bastano ancora.
Per parlare di un cambiamento credibile dello scenario di Stellantis sarà importante osservare due aspetti, cioè l’evoluzione dei risultati aziendali e il comportamento delle quotazioni.
Un miglioramento della redditività, accompagnato dal recupero delle principali resistenze e dalla formazione di massimi e minimi crescenti, potrebbe indicare un progressivo rafforzamento del quadro generale.
Al momento, però, la struttura grafica continua a mostrare elementi di debolezza. Questo non esclude eventuali rimbalzi, anche consistenti, ma rende ancora prematuro considerare conclusa la tendenza ribassista di medio-lungo termine.
Per il brevissimo termine, area 3,8120 euro rimane un primo riferimento grafico. Più in alto, la fascia 5,60-5,76 euro rappresenta una possibile zona di resistenza, mentre il minimo del marzo 2020, in area 2,2550 euro, costituisce un riferimento storico inferiore.
Non è detto che questi livelli vengano raggiunti. Sarà l’evoluzione dei prezzi, insieme ai risultati dell’azienda, a fornire indicazioni più precise.
Una cosa, però, è già evidente: il fatto che Stellantis abbia perso quasi l’84% non significa che non possa scendere ancora. Allo stesso modo, una tendenza ribassista così prolungata non esclude recuperi anche consistenti.
Per capire se il peggio sia davvero passato, più che guardare a quanto il titolo abbia già perso, sarà necessario osservare quello che Stellantis riuscirà a fare nei prossimi trimestri.
| DISCLAIMER Le informazioni e le considerazioni contenute nel presente articolo non devono essere utilizzate come unico o principale supporto in base al quale assumere decisioni relative agli investimenti. Il lettore mantiene la piena libertà nelle proprie scelte d’investimento e la piena responsabilità nell’effettuazione delle stesse, poiché egli solo conosce la sua propensione al rischio e il suo orizzonte temporale. Le informazioni contenute nell’articolo sono fornite a mero scopo informativo e la loro divulgazione non costituisce e non è da considerarsi un’offerta o sollecitazione al pubblico risparmio. |
Commenti
1Ma come è possibile che un colosso così presente per le strade abbia problemi? Se non riescono a riprendersi ora, che speranze ci sono?