Diecimila euro investiti in BTP per quasi dieci anni. Quanto possono rendere davvero? Guardare il tasso di interesse non basta, perché due titoli con rendimenti apparentemente simili possono produrre risultati diversi. Dipende dal prezzo a cui vengono acquistati, dalle cedole che distribuiscono e da quanto lo Stato restituirà alla scadenza.
Per capirlo abbiamo preso in esame tre BTP con scadenza nel 2036, utilizzando i prezzi di riferimento del 19 ottobre 2026. Le simulazioni semplificate restituiscono guadagni complessivi compresi tra circa 3.482 e 4.190 euro, prima delle necessarie verifiche fiscali e dei costi effettivi di negoziazione. Il confronto mostra anche un aspetto meno immediato, ovvero che il titolo che sulla carta produce il guadagno maggiore in euro non è necessariamente quello con il rendimento annualizzato più elevato.
Intanto il mercato obbligazionario italiano continua a muoversi in un contesto incerto. Lo spread tra BTP e Bund tedeschi si è portato in area 113 punti base, dopo aver oscillato nel corso dell’anno tra 55,19 e 132,67 punti. Anche il BTP Future ha tentato un recupero dal minimo di 109,53, registrato nella settimana del 28 settembre, risalendo verso 111,17. Un movimento che, almeno per il momento, non è bastato a modificare la struttura dei prezzi.
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Il 10 settembre 2026 la Banca centrale europea ha aumentato i tassi di interesse di 25 punti base. Dal 16 settembre il tasso sui depositi è salito al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65% e quello sui prestiti marginali al 2,90%.
Alla base della decisione ci sono le pressioni sull’inflazione e la volontà di riportarla stabilmente verso il 2%. La BCE era già intervenuta a giugno, aumentando i tassi di un quarto di punto. Nel giro di pochi mesi il costo del denaro è quindi cresciuto complessivamente di mezzo punto percentuale.
Per i BTP, un rialzo dei tassi può tradursi in una pressione sui prezzi delle obbligazioni già in circolazione, anche se il rapporto non è automatico. Il mercato tende infatti ad anticipare le decisioni della BCE e reagisce anche alle aspettative sull’inflazione, alle prospettive economiche e alla sostenibilità del debito pubblico.
Lo dimostra l’andamento delle ultime settimane. Nelle rilevazioni considerate, il rendimento lordo del BTP febbraio 2036 è passato dal 4,33% del 10 settembre al 4,53% del 19 ottobre. Nello stesso periodo quello del marzo 2036 è salito dal 4,33% al 4,52%, mentre il settembre 2036 è passato dal 4,35% al 4,54%.
In poco più di un mese i tre titoli hanno quindi registrato un aumento dei rendimenti di circa due decimi di punto percentuale, accompagnato da una riduzione dei prezzi. È il normale funzionamento delle obbligazioni a tasso fisso. Quando il mercato richiede rendimenti più elevati, il prezzo dei titoli già emessi tende a scendere.
Per i prossimi mesi molto dipenderà dall’inflazione. Un sondaggio Reuters dell’8 ottobre indicava tra gli economisti aspettative prevalenti di una pausa nella riunione BCE del 29 ottobre, seguita da un possibile nuovo rialzo a dicembre. Previsioni che potranno naturalmente cambiare con l’arrivo dei prossimi dati economici.
Anche le agenzie di rating hanno aggiornato le proprie valutazioni sul debito italiano. L’11 settembre Fitch ha confermato il giudizio BBB+ con prospettive stabili, mentre il 25 settembre Moody’s ha mantenuto il rating Baa2, sempre con prospettive stabili. Le valutazioni riconoscono la capacità di tenuta dell’economia italiana, pur continuando a richiamare l’attenzione sull’elevato debito pubblico e sulle prospettive di crescita.
Il prossimo appuntamento da seguire è quello del 13 novembre 2026, quando è prevista la revisione del rating italiano da parte di S&P Global Ratings, che oggi assegna all’Italia un giudizio BBB+ con prospettive positive. Non è detto che arrivi una modifica del giudizio, ma le valutazioni delle agenzie possono influenzare la percezione del rischio e, di conseguenza, i rendimenti richiesti dagli investitori.
Anche l’analisi grafica invita alla prudenza. Sul BTP Future la struttura settimanale rimane ribassista e il recupero delle ultime sedute non ha ancora permesso di superare 116,97, massimo strutturale registrato nella settimana del 3 agosto. La media aritmetica a 21 settimane e quella esponenziale a 9 settimane si sono incrociate al ribasso e mantengono entrambe una pendenza negativa.
Sul grafico giornaliero la situazione è meno definita. Le medie si sono appiattite e da circa una settimana le quotazioni oscillano tra 110,64 e 112,24. Il massimo strutturale da osservare resta 113,06, e un suo superamento rappresenterebbe un primo segnale di miglioramento. Per modificare anche il quadro settimanale servirebbe invece un recupero oltre 116,97, accompagnato dalla formazione di massimi e minimi crescenti. Si tratta di livelli riferiti al contratto Future e non ai prezzi dei singoli BTP.
Come si legano prezzo e rendimento
Il meccanismo che lega prezzi e rendimenti è piuttosto semplice. Immaginiamo un’obbligazione che paga una cedola annua del 3%, suddivisa in due rate semestrali dell’1,5%. Ogni 100 euro nominali vengono riconosciuti 3 euro di interessi all’anno.
Se il titolo viene acquistato a 100, il rendimento cedolare corrente è del 3%. Se il prezzo scende a 90, sale al 3,33%, mentre se raggiunge 110 diminuisce al 2,73%. Il rendimento effettivo a scadenza è un’altra cosa, perché considera anche il prezzo di rimborso e il momento in cui vengono incassate le cedole.
Quanto rendono realmente 10 mila euro investiti nei BTP?
Prendiamo tre BTP a tasso fisso con scadenza nel 2036. Non sono stati scelti perché rappresentino necessariamente le migliori opportunità del mercato, ma perché consentono di confrontare titoli con una durata residua simile e caratteristiche differenti.
I prezzi utilizzati sono quelli di riferimento del 19 ottobre 2026, attribuiti alle schede del mercato MOT di Borsa Italiana. Non coincidono necessariamente con quelli ai quali un risparmiatore riuscirebbe ad acquistare i titoli, perché durante le contrattazioni le quotazioni cambiano continuamente.
Il primo BTP, identificato dal codice ISIN IT0005676504, scade il 1° febbraio 2036 e riconosce una cedola annua del 3,45%. Il prezzo considerato è 92,22, quindi per acquistare 100 euro nominali occorrono 92,22 euro, ai quali vanno aggiunti gli interessi già maturati e le eventuali spese.
Con 9.222 euro si possono acquistare 10 mila euro nominali. Il rendimento a scadenza riportato nella rilevazione è del 4,53% lordo e del 4,07% netto annualizzato, un dato netto che va comunque letto alla luce del metodo fiscale utilizzato per calcolarlo.
Ipotizzando 19 cedole semestrali ancora da incassare, gli interessi netti ammonterebbero complessivamente a circa 2.868 euro. Alla scadenza lo Stato dovrebbe rimborsare 10 mila euro, con una differenza positiva di 778 euro rispetto al prezzo pagato. Applicando per semplicità il 12,5% a questo importo, rimarrebbero circa 681 euro.
Sommando le cedole nette e la differenza sul capitale si arriverebbe a circa 3.549 euro. Sottraendo anche il rateo netto di 66,45 euro utilizzato nella simulazione, il risultato scenderebbe a circa 3.482 euro. È un calcolo indicativo, non un guadagno netto fiscalmente certificato.
Il secondo titolo, ISIN IT0005402117, scade il 1° marzo 2036 e paga una cedola annua dell’1,45%. Il prezzo è decisamente più basso, pari a 77,09, mentre il rendimento riportato è del 4,52% lordo e del 4,30% netto annualizzato.
Con 9.250,80 euro si acquistano 12 mila euro nominali. Non c’è alcuna contraddizione rispetto al budget iniziale di 10 mila euro, perché il valore nominale indica quanto lo Stato dovrebbe restituire alla scadenza, mentre il prezzo di mercato stabilisce quanto occorre spendere oggi per acquistare il titolo.
Le 19 cedole semestrali residue produrrebbero circa 1.446 euro netti. Alla scadenza, la differenza tra i 12 mila euro rimborsati e i 9.250,80 euro pagati sarebbe di 2.749,20 euro. Riducendo quest’ultima cifra del 12,5%, secondo la stessa ipotesi semplificata, si ottengono circa 2.406 euro.
Sommando gli interessi e sottraendo il rateo netto di 21,03 euro, il guadagno complessivo teorico sarebbe di circa 3.831 euro, sempre prima della verifica fiscale effettiva.
Il terzo BTP, ISIN IT0005177909, scade il 1° settembre 2036 e paga una cedola annua del 2,25%. Al prezzo di 82,28, con 9.873,60 euro si acquistano 12 mila euro nominali. Il rendimento riportato è del 4,54% lordo e del 4,22% netto annualizzato.
In questo caso le cedole semestrali residue sarebbero 20, per un incasso netto complessivo stimato di circa 2.363 euro. Il rimborso di 12 mila euro genererebbe una differenza positiva di 2.126,40 euro rispetto al prezzo di acquisto. Dopo la tassazione teorica del 12,5%, rimarrebbero circa 1.861 euro.
Considerando anche il rateo netto di 32,63 euro, il guadagno complessivo semplificato arriverebbe a circa 4.190 euro.
Più euro in tasca non significa più rendimento
A prima vista, quest’ultimo risultato potrebbe sembrare il più interessante. Ma il confronto cambia quando si considera il capitale effettivamente impiegato.
Immaginiamo tre risparmiatori che dispongono ciascuno di 10 mila euro e decidono di mantenere il proprio BTP fino alla scadenza. Il primo investe 9.222 euro nel BTP febbraio 2036 e lascia disponibili 778 euro. Il secondo impiega 9.250,80 euro nel marzo 2036, conservando sul conto 749,20 euro. Il terzo utilizza 9.873,60 euro per il settembre 2036, lasciando disponibili 126,40 euro. Tutti questi importi sono calcolati a corso secco, prima del rateo e delle commissioni.
Il primo risparmiatore riceve cedole annue lorde di 345 euro, il secondo di 174 euro e il terzo di 270 euro. Il febbraio 2036 distribuisce quindi interessi più elevati durante la vita del titolo, mentre il marzo 2036 riconosce cedole più contenute ma viene acquistato a un prezzo decisamente inferiore al valore di rimborso. Il settembre 2036 si colloca in una posizione intermedia.
Per capire quale titolo presenti il rendimento maggiore non basta sommare gli euro incassati. Occorre rapportare i flussi al capitale investito, considerando anche quando vengono pagate le cedole e quando viene restituito il valore nominale.
Secondo le rilevazioni considerate, il rendimento netto annualizzato più elevato è quello del BTP marzo 2036, pari al 4,30%. Seguono il settembre 2036 con il 4,22% e il febbraio 2036 con il 4,07%.
La differenza tra il rendimento più alto e quello più basso è di 0,23 punti percentuali annui. Su un capitale di riferimento di 10 mila euro equivale, in una semplice proporzione, a circa 23 euro all’anno. Non si tratta però di una somma necessariamente incassata ogni anno, perché il rendimento effettivo comprende anche il risultato maturato fino al rimborso, mentre i titoli distribuiscono cedole differenti.
Il confronto mostra quindi che incassare cedole più elevate o ottenere una differenza maggiore tra prezzo di acquisto e rimborso non significa necessariamente conseguire il rendimento annualizzato migliore.
Il nodo della tassazione
Prima di interpretare questi risultati, però, va chiarito un aspetto decisivo, quello fiscale.
Le cedole dei BTP sono generalmente soggette all’aliquota agevolata del 12,5%. Il discorso diventa meno immediato quando il titolo viene acquistato sul mercato secondario a un prezzo inferiore a quello di rimborso.
Non tutta la differenza tra acquisto e rimborso deve necessariamente essere trattata come una normale plusvalenza. Una parte può dipendere dallo scarto di emissione, cioè dalla differenza tra il prezzo fiscale originario del titolo e il valore che verrà restituito alla scadenza.
Lo scarto di emissione rientra tra i redditi di capitale, mentre le eventuali plusvalenze e minusvalenze seguono le regole dei redditi diversi. La distinzione è prevista dalla normativa fiscale, in particolare dai decreti legislativi n. 239 del 1996 e n. 461 del 1997. Sul piano dell’aliquota la differenza è minore di quanto si potrebbe pensare, perché anche le plusvalenze sui titoli di Stato godono di un trattamento agevolato, con una base imponibile ridotta al 48,08% che porta il prelievo effettivo al 12,5%. Cambia però la possibilità di compensazione, dato che le plusvalenze possono essere compensate con eventuali minusvalenze pregresse, mentre lo scarto di emissione no.
Per conoscere il guadagno netto effettivo bisogna quindi ricostruire le caratteristiche fiscali di ciascun titolo. È per questo che gli importi di 3.482, 3.831 e 4.190 euro devono essere considerati simulazioni semplificate e non risultati netti certificati.
Anche il rateo merita una spiegazione. I BTP vengono negoziati a corso secco, il che significa che il prezzo pubblicato sul mercato non comprende gli interessi maturati dall’ultima data di godimento. Chi compra riconosce questa quota al venditore e riceverà poi la cedola prevista. Nei calcoli il rateo netto è stato sottratto una sola volta, per evitare di conteggiare come guadagno anche interessi maturati prima dell’acquisto.
Quanto costa comprare un BTP
Sul mercato MOT il lotto minimo dei tre titoli considerati è di 1.000 euro nominali. Non significa però che servano 1.000 euro per ogni lotto. Se un BTP quota 77,09, ad esempio, un lotto da 1.000 euro nominali costa 770,90 euro, prima di rateo e commissioni.
Le spese dipendono dalla banca o dall’intermediario. Su un acquisto di 10 mila euro, una commissione ipotetica dello 0,10% equivale a 10 euro, che salgono a 20 euro con lo 0,20%. Alcuni operatori applicano invece costi fissi o commissioni minime.
C’è poi l’imposta di bollo dello 0,20% annuo sul valore dei prodotti finanziari. Su un valore imponibile ipotetico di 10 mila euro corrisponde a circa 20 euro all’anno, anche se l’importo effettivo dipende dalla valorizzazione del deposito titoli e dal periodo considerato.
Il controvalore finale di un ordine, quindi, non coincide necessariamente con il semplice prezzo moltiplicato per il valore nominale. Prima di acquistare bisogna considerare anche il rateo, le commissioni e il prezzo lettera effettivamente disponibile.
E se fosse necessario vendere prima del 2036?
Fin qui abbiamo ragionato immaginando di conservare i titoli fino al 2036. Ma cosa accadrebbe se tra due o tre anni fosse necessario vendere?
Il prezzo di un BTP può oscillare anche sensibilmente durante la sua vita. Per misurare questa sensibilità si utilizza la duration modificata, che permette di stimare come potrebbe reagire il titolo a una variazione dei rendimenti di mercato.
Nella rilevazione considerata, la duration modificata è pari a 7,56 per il BTP febbraio 2036, a 8,30 per quello marzo 2036 e a 8,37 per il settembre 2036.
Se i rendimenti di mercato aumentassero di un punto percentuale, il primo titolo potrebbe perdere teoricamente circa 697 euro, il secondo 768 euro e il terzo 826 euro, considerando i capitali effettivamente investiti.
Il calcolo non si basa sul valore nominale, ma sul prezzo pagato. Per il primo BTP, ad esempio, si moltiplicano 9.222 euro per 7,56 e per 0,01, ottenendo circa 697 euro.
Se invece i rendimenti diminuissero di un punto percentuale, il modello lineare indicherebbe aumenti di valore di importo simile. Nella realtà, però, la convessità delle obbligazioni rende i movimenti non perfettamente simmetrici.
Questo non significa che vendendo tra due anni si perderebbero necessariamente quelle cifre. Nel frattempo il titolo avrebbe distribuito alcune cedole e si sarebbe avvicinato alla scadenza. Inoltre, il suo prezzo dipenderebbe dai rendimenti richiesti dal mercato in quel momento.
Immaginiamo, ad esempio, che tra due anni un BTP abbia un valore di mercato di 9.500 euro e una duration modificata residua di 6,5. Se in quel momento i rendimenti aumentassero di un punto percentuale rispetto allo scenario di riferimento, il valore del titolo potrebbe ridursi teoricamente di circa 618 euro.
Se i rendimenti scendessero, il movimento avrebbe segno opposto. Il risultato complessivo dell’investimento dipenderebbe però anche dalle cedole già incassate, dal rateo, dalle imposte e dalle spese di vendita.
Tra i tre BTP esaminati, quello con scadenza febbraio 2036 presenta la duration più bassa. A parità di condizioni, quindi, sarebbe meno sensibile alle variazioni dei rendimenti rispetto agli altri due.
Questo non significa che sia necessariamente il titolo più adatto a chi potrebbe aver bisogno dei soldi prima della scadenza. In una situazione del genere, potrebbe essere utile confrontare anche BOT e BTP con durata residua di due o tre anni, in modo da avvicinare il rimborso del capitale al momento in cui si prevede di utilizzarlo.
Chi invece pensa di mantenere l’investimento fino al 2036 può concentrarsi maggiormente sul rendimento effettivo a scadenza, sulle cedole e sul rischio dell’emittente.
Il rischio che resta anche portando il titolo a scadenza
Anche conservare il titolo fino al rimborso, tuttavia, non elimina ogni rischio. I BTP prevedono, secondo la disciplina applicabile, le clausole CACs (Collective Action Clauses), che consentono, in presenza delle maggioranze qualificate richieste, di approvare modifiche alle condizioni del prestito vincolanti anche per gli obbligazionisti contrari.
In un’eventuale ristrutturazione del debito potrebbero quindi essere modificati i tempi di rimborso, gli interessi o l’importo del capitale restituito. Le CACs non comportano automaticamente una perdita, ma ricordano che anche i titoli di Stato presentano un rischio legato alla capacità dell’emittente di rispettare i propri impegni.
Nei prossimi mesi saranno da seguire le decisioni della BCE, l’evoluzione dell’inflazione, lo spread e le nuove valutazioni sul debito italiano. Tutti elementi che potranno influenzare i rendimenti di mercato e, di conseguenza, i prezzi dei BTP.
Il rendimento racconta soltanto una parte della storia. L’altra riguarda quanto può oscillare il capitale, quanto costa realmente investire e quanto tempo si può attendere prima di recuperarlo.
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Commenti
1Qui funziona tutto, ma investire in BTP sembra sempre un terno al lotto. Chi ha voglia di complicarsi la vita con tutti questi calcoli?