Piccole imprese, grandi limiti. I dati che spiegano perché l’Italia non cresce più

Alberto De Pasquale

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Un tessuto produttivo frammentato, anche se virtuoso, limita investimenti e innovazione. La conseguenza: produttività ferma e salari medi inferiori.

Piccole imprese, grandi limiti. I dati che spiegano perché l'Italia non cresce più

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L’Italia è il paese della piccola imprenditoria. Lo sanno politici, analisti e addetti ai lavori, che spesso sottolineano come tutta l’architettura dell’economia nazionale si basa (quasi totalmente) su realtà di dimensioni contenute. Se è vero che questa caratterizzazione rappresenta un tratto distintivo spesso virtuoso, vale comunque la pena indagare su quali siano i limiti impliciti di un assetto così particolare.

In Italia circa il 95% delle attività produttive è classificato come microimpresa, cioè ha meno di dieci addetti e il 99% è una piccola impresa, ossia ne ha meno di 50. Appena lo 0,1% del totale è una grande impresa con almeno 250 lavoratori: le grosse aziende sono pochissime, eppure rappresentano circa il 25% dell’occupazione del settore privato e oltre un terzo del fatturato. Dato che buona parte della produttività è legata a poche grandi realtà è lecito domandarsi se la loro mancanza possa diventare un freno allo sviluppo, soprattutto osservando il contesto delle altre principali economie europee.

In Italia le imprese hanno in media dimensioni più piccole non solo rispetto a diversi paesi del Nord Europa, ma anche al confronto con la media Ue. Per scoprirlo basta rapportare il numero delle imprese e quello degli addetti, stando ai dati Eurostat (del 2024). Secondo l’ufficio statistico, l’Unione Europea ospita quasi 33,5 milioni di imprese, che rappresentano 164,2 milioni di addetti, per un rapporto medio che è quindi di 4,9 lavoratori per impresa.

La casistica è molto varia naturalmente, tra paesi in cui le aziende sono mediamente più grandi e strutturate e altri nei quali il tessuto produttivo è frammentato in migliaia di micro e piccole realtà. In cima alla classifica c’è la Germania, con un rapporto di 11,9 lavoratori per impresa: è il valore più alto dell’Ue. Seguono il Lussemburgo (9,1), poi l’Austria (6,2), l’Irlanda (6,0) e la Danimarca (5,9). All’estremo opposto troviamo la Slovacchia (con appena 2,7 addetti per impresa), la Repubblica Ceca (3,1), il Portogallo (3,3) e i Paesi Bassi (3,5).

I lavoratori per azienda: il confronto europeo I lavoratori per azienda: il confronto europeo Numero medio di addetti per impresa

L’Italia si colloca nella parte bassa della graduatoria, con un rapporto di 4,2 addetti per impresa. Siamo quindi sotto la media, insieme a Spagna (4,7), Polonia (4,1) e in compagnia di gran parte degli stati membri dell’Est e del Sud. Nel nostro paese circa 19 milioni di addetti lavorano in 4,5 milioni di imprese. Come indicato dal grafico, il valore italiano, 4,2 addetti per impresa, è lo stesso della Francia, ma bisogna sottolineare che il contesto d’Oltralpe è molto diverso.

Come dicevamo, in Italia la quasi totalità dell’imprenditoria è costituita da micro aziende, mentre la Francia può contare sulla presenza di grandi gruppi e multinazionali in misura decisamente più rilevante. La differenza con il tessuto produttivo tedesco, poi, si spiega semplicemente osservando il numero di addetti per impresa (più che doppio rispetto all’Italia).

In Germania e in Francia le imprese di grandi dimensioni e le multinazionali occupano una quota molto più elevata di lavoratori e operano con processi caratterizzati da alta intensità di capitale, automazione avanzata e maggiori investimenti in ricerca e sviluppo. In Italia, invece, i settori più rappresentativi della piccola e media impresa continuano a basarsi spesso su una minore intensità di capitale e su meno innovazione. Questo modello, se da un lato ha permesso di preservare know-how e radicamento territoriale, dall’altro rende più difficile crescere in termini di dimensioni, adottare tecnologie e competere sui mercati globali, dove contano sempre di più le economie di scala e la capacità di attrarre talenti e capitali.

In ogni caso non bisogna dimenticare che l’industria italiana, in numerosi settori, ha prosperato in realtà proprio grazie alle piccole e medie imprese, raggiungendo posizioni di eccellenza internazionale e contribuendo in modo decisivo al progresso economico, sociale e culturale del paese. Distretti come quelli della meccanica, della moda, dell’arredo e dell’agroalimentare hanno dimostrato come la flessibilità, la specializzazione e il saper fare «artigianale» possono generare prodotti di altissima qualità, riconosciuti in tutto il mondo. Allo stesso tempo, non si possono ignorare le differenze, anche strutturali e negative, con gli altri grandi paesi europei.

Come accennato, il risultato di un tessuto produttivo ancora largamente ancorato alle piccole e micro imprese emerge con chiarezza quando si guarda al peso dell’occupazione nel caso specifico delle multinazionali. Sempre secondo i dati Eurostat, in Italia solo il 21% degli occupati lavora in aziende multinazionali, contro una media europea del 30%. È un divario netto, che colloca il nostro paese tra gli ultimi. Senza arrivare ai livelli record del Lussemburgo (54%) o al 44% della Svezia, l’Italia resta decisamente lontana anche dal 38% della Francia e dal 34% della Germania. Si trova invece in compagnia di economie più simili per struttura produttiva, come la Grecia (14%), la Romania (23%) e la Bulgaria (24%).

Dopo decenni di imprenditorialità fatta di piccole e micro realtà sparse sul territorio, ora potrebbe essere troppo tardi per recuperare. Eppure il contesto globale sembra sempre più premiare strutture di dimensioni maggiori, capaci di attrarre capitali, competenze manageriali di alto livello e di investire in innovazione e digitalizzazione su scala adeguata. Il gap esiste e, se non colmato, rischia di tradursi ulteriormente in minore produttività e salari medi più bassi rispetto agli altri paesi membri.

Fonte: Eurostat/1; Eurostat/2

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