Il 29 gennaio l’oro aveva chiuso intorno a 5.405 dollari l’oncia. Il 23 ottobre ne valeva 3.995,81. In meno di nove mesi sono evaporati oltre 1.400 dollari, una discesa del 26,1% che ha riportato il metallo prezioso sotto una soglia considerata fino a pochi mesi fa difficilmente raggiungibile al ribasso.
La perdita rispetto alla fine del 2025 è dell’8,5%. Eppure, sarebbe difficile sostenere che siano scomparse le ragioni che avevano alimentato il precedente rialzo. Le banche centrali continuano ad acquistare oro, i debiti pubblici rimangono elevati e le tensioni geopolitiche non accennano a esaurirsi.
A essere cambiato è soprattutto il prezzo che gli investitori sono disposti a pagare per proteggersi dall’incertezza. Con i Treasury americani tornati a offrire rendimenti interessanti e il dollaro rafforzatosi, detenere oro è diventato meno conveniente. Anche chi crede nella solidità delle prospettive di lungo periodo deve fare i conti con una Federal Reserve che potrebbe alzare ancora i tassi.
La questione interessa soprattutto chi cerca di capire se il ribasso abbia già esaurito la propria forza. Le previsioni pubblicate dalle grandi banche nelle ultime settimane raccontano aspettative assai diverse, con obiettivi che arrivano a distare oltre mille dollari dalle quotazioni attuali.
Chi spera in un regalo di fine anno può aggrapparsi a una statistica. Dal 2001 al 2025 l’oro ha chiuso in rialzo il bimestre novembre-dicembre nel 72% dei casi, quasi tre volte su quattro, anche se lungo la strada non sono mancati finali amari come quello del 2016, quando il metallo lasciò sul terreno quasi un decimo del suo valore.
Perché l’oro scende anche se le banche centrali continuano a comprare
La discesa sotto i 4.000 dollari è arrivata dopo settimane difficili. Il recupero di agosto aveva fatto sperare nella fine della correzione, ma settembre ha riportato le vendite e ottobre ha accentuato la pressione. Nell’ultima settimana il prezzo ha ceduto circa il 4%.
Il petrolio ha contribuito a complicare i conti. Il rincaro del greggio ha riportato l’attenzione sul rischio di una nuova accelerazione dell’inflazione americana, allontanando la prospettiva di una politica monetaria meno restrittiva.
Il mercato obbligazionario ha reagito di conseguenza, mentre il dollaro ha ritrovato forza. Per l’oro, che non paga interessi, è stato un altro colpo.
Chi compra oro per ripararsi dalle tempeste geopolitiche lo sta scoprendo a proprie spese. Quando la tensione si traduce in inflazione e l’inflazione in rendimenti più alti sui titoli di Stato, l’ombrello comincia a costare caro, perché ogni mese passato in un metallo che non stacca cedole è un mese di interessi a cui si rinuncia.
Parlare di una fuga generale dall’oro sarebbe però sbagliato, perché chi muove grandi capitali non ha smesso di comprare. Ad agosto gli ETF garantiti da oro fisico hanno raccolto nel mondo circa 18 miliardi di dollari, spingendo le riserve al record di 4.189 tonnellate, e nello stesso mese le banche centrali, con Cina, Uzbekistan e Polonia in prima fila, ne hanno messe in cassaforte altre 39 tonnellate nette. È su questi numeri che diversi analisti continuano a costruire obiettivi ambiziosi, scommettendo che la domanda istituzionale riesca a reggere il peso di chi nel frattempo vende.
UBS non arretra: obiettivo 5.400 dollari. Standard Chartered punta a 5.000
UBS ha scelto di confermare la propria previsione proprio mentre il mercato si avvicinava ai 4.000 dollari.
Nell’aggiornamento del 20 ottobre, la banca svizzera ha mantenuto un target di 5.400 dollari l’oncia entro settembre 2027, equivalente a un rialzo di circa il 35% rispetto alla chiusura del 23 ottobre.
Colpisce che la banca svizzera tenga la rotta pur mettendo in conto altri due rialzi dei tassi americani, a dicembre 2026 e a marzo 2027, cioè proprio il genere di notizia che negli ultimi mesi ha zavorrato il metallo.
A lungo andare, secondo UBS, peseranno di più gli acquisti delle banche centrali, la voglia di molti Paesi di diversificare le riserve e i timori sul debito pubblico. Per questo, intorno ai 4.000 dollari, l’oro potrebbe tornare a sembrare un affare a chi è disposto ad aspettare qualche trimestre.
Sulla stessa sponda, con numeri un po’ più bassi, c’è Standard Chartered, che il 25 settembre ha confermato il giudizio Overweight indicando 4.750 dollari a tre mesi e 5.000 a dodici. Il primo obiettivo, che cade a fine 2026, sta il 18,9% sopra il prezzo del 23 ottobre.
Anche qui il sostegno arriva dalle banche centrali, mentre dollaro e rendimenti reali restano le due spie da tenere d’occhio.
Nessuna delle due banche esclude altri scossoni nel breve. Entrambe scommettono che la fame di oro sopravviva alla stretta monetaria, e finora ETF e banche centrali hanno dato loro ragione, ma basterebbe una frenata degli acquisti per togliere al loro scenario il pilastro principale.
Bank of America e ING vedono un mercato molto diverso
Molto più fredda è Bank of America, che il 12 ottobre ha stimato per il quarto trimestre 2026 un prezzo medio di 4.000 dollari, in pratica la quotazione di chiusura del 23 ottobre.
A frenare la banca americana è la domanda fisica. Gli ETF continuano a incassare, ma gioielleria e alcuni grandi mercati asiatici comprano meno di prima, e il risultato è un equilibrio che regge finché la finanza continua ad acquistare e che potrebbe incrinarsi il giorno in cui i fondi cominciassero a vendere.
Bank of America si mostra comunque più ottimista guardando al 2027, per il quale prevede un prezzo medio di 4.813 dollari, superiore di circa il 20% rispetto alla quotazione del 23 ottobre.
ING è ancora più moderata sull’orizzonte ravvicinato.
Nel rapporto del 15 ottobre ha indicato una media di 4.150 dollari per il quarto trimestre 2026, seguita da 4.200 dollari nel primo trimestre del 2027 e 4.300 nel secondo.
Per gli ultimi tre mesi dell’anno significa appena il 3,9% sopra il prezzo del 23 ottobre, troppo poco per immaginare una ripartenza a breve.
Mettere tutte queste cifre sullo stesso piano, però, sarebbe fuorviante. ING e Bank of America ragionano su medie di trimestre o d’anno, UBS e Standard Chartered su un prezzo da raggiungere entro una certa data, e una parte della distanza tra le stime nasce proprio da qui.
In mezzo stanno HSBC e Wells Fargo, che restano ottimiste sul 2027 ma hanno tolto qualcosa alle loro stime.
Il 1° ottobre HSBC ha ridotto la stima del prezzo medio del 2026 da 4.560 a 4.490 dollari, con un taglio dell’1,5%. Per il 2027 la previsione è passata da 4.925 a 4.825 dollari, circa il 2% in meno.
La banca attribuisce la revisione alla prospettiva di tassi americani e rendimenti obbligazionari più elevati. Restano invece favorevoli, nella sua valutazione, gli effetti della domanda istituzionale e dei timori legati al debito pubblico.
Wells Fargo Investment Institute ha rivisto le previsioni il 29 settembre. Il precedente intervallo di 5.400-5.600 dollari per la fine del 2027 è stato abbassato a 5.200-5.400 dollari.
Duecento dollari in meno su entrambi gli estremi, sebbene il nuovo intervallo rimanga superiore del 30-35% al prezzo del 23 ottobre.
Il ritocco di Wells Fargo racconta bene l’aria che tira, perché la banca crede ancora in un rialzo robusto ma ammette che, con rendimenti alti e un dollaro forte, tenere oro in portafoglio costa di più.
Più che sul prezzo tra dodici mesi, le banche si dividono su una domanda, cioè se gli acquisti istituzionali basteranno a tenere testa a una Federal Reserve che non sembra intenzionata ad allentare la presa.
Quel 72% che rende interessante la fine dell’anno
Se le banche devono fare ipotesi su inflazione, tassi e flussi, il calendario si limita a raccontare quello che è già successo, e su novembre e dicembre racconta una storia abbastanza favorevole.
Tra il 2001 e il 2025, considerando i rendimenti mensili del future sull’oro, novembre ha registrato un guadagno medio dell’1,34%. Le chiusure positive sono state 14 su 25, pari al 56%.
Dicembre ha fatto meglio, con un rendimento medio dell’1,43% e 16 anni positivi su 25.
Sommando i due mesi la tendenza si fa più netta, con un rendimento medio del bimestre del 2,80% e 18 chiusure positive su 25, il 72% dei casi.
E non è l’effetto di qualche anno eccezionale, visto che anche la mediana, cioè il valore che sta esattamente a metà della serie, è positiva e pari al 3,11%.
Di anni fuori dal comune, del resto, la serie ne conta parecchi. Nel 2008, in piena crisi finanziaria, l’oro guadagnò oltre il 23% negli ultimi due mesi e nel 2022 l’11,2%, mentre nel 2016 perse circa il 9,6%, abbastanza per diffidare di chi legge la stagionalità come un orario ferroviario.
Se si stringe l’obiettivo sull’ultimo decennio, dal 2016 al 2025, il bimestre resta positivo otto volte su dieci, ma dentro i due mesi le strade si separano. Novembre ha perso in media lo 0,33%, dicembre ha guadagnato il 2,57% e ha chiuso in rialzo otto anni su dieci.
Viene la tentazione di cercarne la causa nei flussi di fine anno o nelle mosse delle banche centrali, ma i rendimenti mensili da soli non bastano a dimostrarlo, e conviene trattare la stagionalità per quello che è, una fotografia del passato.
Perché il crollo del 2026 non garantisce un rimbalzo
Il 2026 ha una particolarità rispetto a molti altri anni: arriva a novembre dopo una correzione superiore al 26% dai massimi di gennaio.
Viene spontaneo pensare che dopo una caduta del genere l’oro abbia più spazio per risalire, ma venticinque anni di dati non lo confermano.
Tra il rendimento da gennaio a ottobre e quello dei due mesi successivi la correlazione di Pearson è vicina a -0,10, praticamente nulla, segno che il modo in cui è andata la prima parte dell’anno non dice quasi niente su come andrà la fine.
Anche il semplice conteggio degli anni porta alla stessa conclusione. Dopo dieci mesi in rialzo il bimestre finale è stato positivo 13 volte su 18, il 72%, dopo dieci mesi in perdita cinque volte su sette, il 71%, un punto percentuale di differenza che non autorizza a parlare di rimbalzo di fine anno.
Gli ultimi due anni lo mostrano bene. Nel 2024, dopo un guadagno di oltre il 32% nei primi dieci mesi, l’oro perse circa il 4% tra novembre e dicembre, mentre nel 2025 al rialzo di oltre il 51% accumulato fino a ottobre aggiunse un altro 8,5% nel finale.
Peraltro, queste statistiche riguardano il future sull’oro, mentre le quotazioni utilizzate come riferimento per le previsioni delle banche sono quelle del mercato spot.
La statistica resta dalla parte di chi compra, soprattutto a dicembre, ma il tonfo del 2026 non aggiunge nulla alle probabilità di un recupero.
Cosa può cambiare con la riunione della Fed
Il calendario indica il 27 e 28 ottobre come prossime date da seguire. La riunione della Federal Reserve arriva mentre l’oro tenta di stabilizzarsi intorno ai 4.000 dollari e il mercato obbligazionario continua a condizionare le scelte degli investitori.
Se la banca centrale americana dovesse alzare di nuovo i tassi, o lasciar intendere che lo farà, i rendimenti reali resterebbero alti e per l’oro risalire sarebbe come pedalare controvento, a meno di una nuova ondata di acquisti istituzionali.
Una pausa, specie se accompagnata da un dollaro più debole, cambierebbe le carte in tavola. Sul tavolo restano poi i dati sull’inflazione e il petrolio, che con i suoi rincari rischia di allungare la stagione dei tassi alti.
Da qui passa la partita tra l’ottimismo di UBS e Standard Chartered e la cautela di Bank of America e ING. Oggi i 5.400 dollari di UBS sembrano lontani, mentre le stime più prudenti immaginano un oro fermo per mesi sui livelli di ottobre.
Nelle prossime settimane la soglia dei 4.000 dollari conterà soprattutto per l’umore del mercato. Il segnale vero sarebbe un recupero capace di spezzare la catena di ribassi di settembre e ottobre.
Quanto al 72% di fine anno, è un buon auspicio e poco più, perché con una Fed rigida e rendimenti reali in salita la stagionalità da sola potrebbe non bastare.
Resta da seguire una stranezza, quella di un oro che ha perso più di un quarto del suo valore dai massimi mentre banche centrali e fondi continuano a comprarlo, e prima o poi uno dei due fronti dovrà cedere.
Commenti
0Nessun commento: scrivi tu il primo.