Mi capita spesso, passando davanti ai negozi Nike nei centri commerciali, di vedere file di persone in attesa di entrare. È una mia osservazione personale, limitata ai punti vendita che frequento, ma il contrasto colpisce. Poi si guarda il titolo in Borsa e si rimane basiti: un crollo vicino all’80%! Cosa non funziona? Nike continua a vendere, ma le sue azioni scendono. Oppure i numeri raccontano qualcosa di diverso da ciò che sembra apparire davanti alle vetrine?
Le code possono testimoniare l’attrattiva del marchio in un determinato punto vendita, ma non descrivono l’andamento dell’intero gruppo. La Borsa guarda anche alla crescita futura, ai margini e alla capacità di difendere le quote di mercato. Un negozio affollato può convivere con vendite globali in diminuzione o con acquisti sostenuti dagli sconti.
Il contrasto risalta osservando Wall Street, che continua a veleggiare vicino ai massimi nonostante le tensioni geopolitiche e il recente rialzo dei tassi. Il 16 settembre la Federal Reserve ha aumentato il costo del denaro di un quarto di punto, portando l’intervallo dei tassi al 3,75–4%. La forza degli indici, però, non coinvolge tutte le società: nomi storici come PayPal e Walt Disney restano lontani dai massimi del passato, e Nike mostra una debolezza particolarmente marcata.
Alla chiusura del 2 ottobre 2026, Nike valeva 33,87 dollari. Rispetto al massimo del 2021 di 163,322 dollari indicato nella serie grafica utilizzata per questa analisi, la discesa è del 79,26%, pari a 129,452 dollari per azione. Un arretramento che ha riportato il titolo verso livelli osservati nel 2014.
Perché Nike scende e cosa dicono le banche d’affari
Dietro la discesa ci sono difficoltà che vanno oltre la notorietà del marchio. La precedente strategia, concentrata sulle vendite dirette, ha indebolito i rapporti con alcuni distributori. L’eccessiva dipendenza dai modelli lifestyle ha inoltre reso più difficile rinnovare l’offerta. Elliott Hill, amministratore delegato dall’ottobre 2024, sta cercando di ricostruire queste relazioni e rafforzare i prodotti destinati alla pratica sportiva.
La concorrenza è aumentata, mentre alcuni modelli iconici hanno risentito di un’offerta eccessiva e del ricorso agli sconti. Vendere resta essenziale, ma contano anche i prezzi ai quali si vende e la capacità di generare domanda senza continue promozioni.
La trimestrale pubblicata il 1° ottobre aiuta a comprendere la distanza fra le impressioni davanti ai negozi e il quadro aziendale. Nel trimestre giugno/agosto 2026, Nike ha registrato ricavi per 11,213 miliardi di dollari, in calo del 4%, e un utile netto di 712 milioni, in diminuzione del 2%. Il margine lordo è migliorato al 42,8%, ma le prospettive continuano a preoccupare.
In Cina, le vendite sono scese del 26% a cambi costanti. Per l’esercizio fiscale 2027 il gruppo prevede un calo dei ricavi nella fascia alta delle percentuali a una cifra. Il programma di riorganizzazione comporterà ulteriori tagli occupazionali, con gran parte dei risparmi attesi negli esercizi 2029 e 2030. Il mercato deve quindi confrontarsi con un rilancio che richiede tempo.
Anche le banche d’affari hanno rivisto le valutazioni. Negli aggiornamenti del 2 ottobre, Bank of America ha mantenuto Underperform e ridotto il target da 30 a 24 dollari. Goldman Sachs ha confermato Neutral, abbassando l’obiettivo da 38 a 30 dollari, mentre JPMorgan ha mantenuto Underweight con target ridotto da 40 a 33 dollari. UBS resta Neutral e passa da 42 a 34 dollari.
Morgan Stanley ha mantenuto il giudizio Underweight e tagliato l’obiettivo da 31 a 27 dollari. Sul fronte favorevole, Jefferies conserva Buy, pur riducendo il target da 75 a 60 dollari; BTIG mantiene Buy con obiettivo sceso da 55 a 50 dollari. La distanza fra queste stime mostra quanto siano differenti le aspettative sul recupero.
Secondo i dati S&P Global pubblicati da Stock Analysis, aggiornati al 3 ottobre, il consenso di 42 analisti è Hold, con target medio a dodici mesi di 40,52 dollari: circa il 19,63% sopra la chiusura di 33,87. Gli obiettivi restano stime modificabili, non risultati garantiti.
Rotazione settoriale e grafico: il ribasso non mostra ancora un’inversione
Se arrivasse una correzione degli indici, il mercato potrebbe tornare a considerare le azioni già fortemente penalizzate? La possibilità rientra nel tema della rotazione settoriale, cioè dello spostamento dei capitali fra comparti in funzione delle prospettive economiche, degli utili e delle valutazioni.
Una rotazione potrebbe favorire settori rimasti indietro se migliorassero le aspettative. Una correzione generale, tuttavia, potrebbe anche spingere gli investitori verso liquidità o comparti difensivi. Inoltre, PayPal, Disney e Nike operano in attività differenti: un loro recupero dipenderebbe anche dalle condizioni specifiche delle singole aziende. L’entità della discesa non basta a dimostrare che un titolo sia sottovalutato.
Nei dati grafici utilizzati per questa analisi, Nike è a stretto contatto con l’area dei minimi del 2014. Su base trimestrale, un riferimento storico importante si trova a 29,22 dollari, minimo del primo trimestre di quell’anno. La principale resistenza di breve termine indicata è invece a 46,727 dollari, massimo della settimana del 25 maggio 2026.
Le quotazioni restano sotto la media mobile a 200 mesi, che nella serie esaminata transita intorno a 61,79 dollari. Il prezzo si trova anche al di sotto della media mobile a 21 anni, evidenziando debolezza rispetto a un riferimento di lunghissimo periodo.
Su base mensile, la discesa prosegue senza un recupero della media mobile esponenziale a nove periodi. La successione di massimi e minimi decrescenti non evidenzia ancora una conferma d’inversione, nemmeno di breve termine, secondo i criteri di analisi tecnica utilizzati.
Le file davanti ai negozi raccontano dunque soltanto una parte della storia. Per capire se Nike riuscirà a cambiare passo, contano il recupero delle vendite, la qualità dei margini e la capacità di trasformare il rilancio in risultati. Il grafico, per ora, continua a descrivere la debolezza del titolo.
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