Meta chiude il terzo trimestre 2026 con ricavi in crescita del 26% e una guidance sopra le attese, ma il flusso di cassa libero torna negativo, il debito ha raggiunto la liquidità e una nuova classe di azioni senza diritto di voto prepara il terreno a futuri aumenti di capitale.
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La fotografia scattata da Meta il 21 ottobre, a mercati americani chiusi, ha due facce che convivono a fatica. In primo piano c’è una macchina pubblicitaria che gira a pieno regime, con ricavi per 64,601 miliardi di dollari nel trimestre chiuso al 30 settembre, il 26% in più rispetto ai 51,242 miliardi dello stesso periodo del 2025, una crescita identica anche a cambi costanti. Sullo sfondo, meno illuminata, c’è un’azienda che per costruire data center spende ormai più di quanto incassa e che si sta attrezzando per chiedere denaro al mercato.
I conti di Meta del terzo trimestre 2026
Secondo il comunicato dell’azienda, i ricavi pubblicitari della famiglia di app (Facebook, Instagram, Messenger, WhatsApp) hanno toccato 63,061 miliardi, in crescita del 26%, grazie a un aumento del 10% delle impressioni servite e soprattutto a un prezzo medio per annuncio salito del 14%.
Gli utenti attivi giornalieri sulle app del gruppo sono stati in media 3,64 miliardi a settembre, il 3% in più su base annua, mentre gli altri ricavi della famiglia di app, trainati dai messaggi a pagamento su WhatsApp e dagli abbonamenti, sono cresciuti del 59% a 1,097 miliardi. Reality Labs, la divisione di visori e occhiali, ha invece incassato 443 milioni, il 6% in meno, perdendo 4,129 miliardi.
Più giù nel conto economico il quadro si complica, con l’utile operativo che è sceso del 37% a 12,988 miliardi e il margine operativo si è dimezzato, dal 40% al 20%, mentre l’utile netto è balzato del 264% a 9,86 miliardi, pari a 3,83 dollari per azione contro 1,05 dollari di un anno fa. Due numeri che sembrano raccontare due aziende diverse e che, letti insieme, chiedono qualche spiegazione.
Un beat che dipende da come lo si guarda
Nel trimestre Meta ha contabilizzato un onere legale da 9,89 miliardi legato all’accordo raggiunto ad agosto con i procuratori generali di 52 Stati americani per chiudere le cause sulla salute mentale degli adolescenti e i social network. Al netto di questa voce l’utile operativo sarebbe stato di 22,88 miliardi, in crescita dell’11%, e l’utile per azione di 7,40 dollari.
Altrettanto ingannevole è il +264% dell’utile netto, che poggia quasi interamente su un effetto base. Nel terzo trimestre 2025 Meta aveva pagato un’aliquota fiscale effettiva dell’87%, gonfiata da un onere fiscale straordinario, mentre quest’anno l’aliquota si è fermata al 24% (sarebbe stata del 17% senza la parte non deducibile della transazione legale). Il confronto, insomma, misura più il fisco dell’anno scorso che la redditività di quest’anno.
Anche il verdetto sulle attese di Wall Street cambia a seconda del termometro. Alcune rilevazioni indicavano un consenso di 3,57 dollari per azione, che Meta ha battuto, altre di 5,46 dollari, che invece ha mancato, segno che non tutti gli analisti avevano incorporato l’onere legale nelle stime. Il dato più eloquente è un altro. Anche escludendo la transazione, il margine operativo si è fermato al 35,4%, contro il 40,1% di un anno fa. Quasi cinque punti persi per strada che non hanno nulla a che vedere con i tribunali e molto con i data center.
La prima magagna? La cassa
Il numero che pesa di più nella trimestrale non sta nel conto economico ma nel rendiconto finanziario. A fronte di un flusso di cassa operativo di 32,786 miliardi, in crescita del 9%, Meta ha speso 33,942 miliardi in impianti e macchinari e altri 964 milioni in rate di leasing finanziario, per un totale di 34,906 miliardi, il record trimestrale della sua storia.
Il risultato è un flusso di cassa libero negativo per 2,12 miliardi, contro i 10,625 miliardi positivi del terzo trimestre 2025. Secondo i dati elaborati da StockTitan, è la prima volta dal 2012 che gli investimenti superano la cassa generata dall’attività. Nei primi nove mesi il free cash flow si è fermato a 11,049 miliardi, il 63% in meno dei 29,508 miliardi dello stesso periodo dell’anno scorso.
E il peggio, almeno in termini di esborsi, potrebbe arrivare adesso, poiché Meta ha ristretto la forchetta degli investimenti 2026 a 135-145 miliardi di dollari, alzando il limite inferiore dai 130 miliardi indicati a luglio. Poiché nei primi nove mesi ne ha spesi 85,8, per restare nella forchetta dovrà investire nel solo quarto trimestre tra 49,2 e 59,2 miliardi, fra il 41% e il 70% in più di quanto speso tra luglio e settembre.
Con ricavi attesi tra 73 e 76 miliardi è difficile immaginare che il flusso di cassa libero torni in territorio positivo prima della fine dell’anno. Sul 2027 l’azienda non ha dato cifre, limitandosi a promettere che continuerà a investire «in modo aggressivo»; il consenso degli analisti, secondo le rilevazioni citate da Mitrade, si colloca intorno ai 196 miliardi.
Lo stato patrimoniale porta i segni di questa corsa, con Meta che ha chiuso settembre con 82,45 miliardi tra liquidità e titoli negoziabili e, come ha ricordato la direttrice finanziaria Susan Li, con 83,7 miliardi di debito. In altre parole, il gruppo che per anni è stato una cassaforte piena è arrivato a una posizione finanziaria netta sostanzialmente in pareggio, anzi lievemente negativa, senza contare le strutture fuori bilancio come il veicolo da 29,5 miliardi creato nel 2025 per finanziare il data center Hyperion in Louisiana. Il debito a lungo termine è salito a 80,92 miliardi dai 58,74 di fine 2025, dopo un’emissione obbligazionaria da 24,91 miliardi nel corso dell’anno, e i debiti verso fornitori sono più che raddoppiati, da 8,89 a 19,1 miliardi.
Ma ci sono altri due dettagli capaci di completare il quadro. Il primo riguarda i riacquisti di azioni proprie, che nei primi nove mesi del 2025 avevano assorbito 26,25 miliardi e che nel 2026 sono scesi a zero, togliendo al titolo uno dei suoi sostegni storici. Il secondo è la voce interessi e altri proventi finanziari, passata da 1,128 miliardi a 13 milioni nel trimestre, un indizio di come il costo del debito stia cominciando a mangiarsi i rendimenti della liquidità.
La zona d’ombra dei costi che corrono più dei ricavi
Togliendo l’onere legale, i costi totali sono cresciuti del 36% contro un aumento dei ricavi del 26%. È la definizione da manuale di leva operativa negativa, e a scomporre le voci si capisce da dove arriva la pressione. Il costo del venduto è salito del 45%, la ricerca e sviluppo del 32%, gli ammortamenti del 44% a 7,154 miliardi.
Meta stessa indica come motori principali i costi infrastrutturali, la spesa per il cloud di terzi e i costi per i token di intelligenza artificiale acquistati da fornitori esterni. Un’azienda che costruisce i propri modelli e i propri data center, in attesa che entrino in funzione, paga anche la capacità di calcolo altrui.
Colpisce che tutto questo avvenga con meno persone, dato che a fine settembre i dipendenti erano 66.775, il 15% in meno su base annua dopo il taglio di maggio. La spesa che cresce, dunque, non è fatta di stipendi ma di macchine, energia e chip. E c’è un nuovo capitolo destinato a pesare. Muse, l’agente personale lanciato a fine estate, è per ammissione della stessa Li molto costoso da far funzionare e i suoi costi complessivi di servizio sono destinati a salire con la diffusione. La promessa è di migliorarne l’efficienza di oltre dieci volte nel giro di un anno; finché non accadrà, ogni nuovo utente sarà una voce di costo prima che di ricavo.
Il conto legale non è chiuso
L’accordo con i procuratori generali prevede pagamenti fino a circa 18,59 miliardi di dollari, ma nel trimestre ne sono stati contabilizzati 9,89. Come e quando verrà registrata l’eventuale differenza è una delle domande a cui dovrà rispondere il modulo 10-Q. C’è poi un aspetto di cassa che il conto economico non mostra.
A giudicare dal rendiconto, buona parte dell’onere risulta accantonata e non ancora pagata, visto che la voce altre passività ha contribuito al flusso operativo per 7,439 miliardi; i pagamenti, quando arriveranno, peseranno su una cassa già sotto pressione. Nello stesso tempo la liquidità vincolata iscritta tra le altre attività è salita a 12,535 miliardi, da 1,612 miliardi di un anno prima, un’altra voce da leggere con attenzione nel documento trimestrale.
La stessa Meta, nelle prospettive per il quarto trimestre, mette le mani avanti, segnalando un’attenzione crescente sui temi legati ai minori in diversi mercati e una serie di processi già calendarizzati negli Stati Uniti nei prossimi mesi.
Le azioni di classe C, finanziare l’AI senza cedere il comando
La notizia destinata a far discutere più a lungo, però, è arrivata in coda ai conti. Il consiglio di amministrazione ha approvato la creazione di una nuova classe di azioni ordinarie di classe C, quotate ma senza diritto di voto, che dal 19 gennaio 2027 verranno distribuite agli attuali azionisti in ragione di una per ogni azione di classe A o B posseduta. Per chi ha in portafoglio titoli, l’effetto immediato sarà simile a un frazionamento due per uno, con il prezzo delle azioni A che si dimezzerà meccanicamente e le nuove C che inizieranno a trattare a fine gennaio.
Le motivazioni ufficiali parlano di flessibilità per raccogliere capitale, remunerare i dipendenti e fare acquisizioni senza diluire i diritti di voto. La documentazione depositata alla SEC racconta però una storia più ricca, e a tratti più scomoda. Mark Zuckerberg controlla il 60,6% dei voti a fronte del 13,4% del capitale economico e il manager ha fatto sapere al comitato di consiglieri indipendenti che non avrebbe sostenuto alcun aumento di capitale capace di intaccare la sua maggioranza.
Il comitato aveva chiesto in cambio clausole di decadenza del voto plurimo, legate per esempio all’uscita dall’azienda o alla riduzione della sua partecipazione, ma la proposta è stata respinta. Gli azionisti di classe A, dal canto loro, non sono stati chiamati a votare: l’operazione è stata approvata per consenso scritto dalle holding di Zuckerberg, titolari del 56,1% dei voti.
In cambio il fondatore ha firmato un accordo che vincola l’80% delle sue nuove azioni C, liberandole al ritmo del 2,5% a trimestre per otto anni a condizione che resti alla guida del gruppo, e si è impegnato a mantenere la residenza in California. Il restante 20%, pari al 10% della sua intera partecipazione economica, sarà invece vendibile subito.
Il documento collega esplicitamente questa possibilità alla Proposition 40, l’imposta patrimoniale sui grandi patrimoni su cui la California voterà il 3 novembre e che potrebbe costare a Zuckerberg diversi miliardi. A completare l’architettura c’è la promessa di ulteriori dividendi in azioni C, uno a uno per tutti gli azionisti, ogni volta che il titolo raddoppierà rispetto ai 580,60 dollari del 10 settembre 2026 con un rendimento annuo composto di almeno il 10%.
Secondo la stessa documentazione, i piani di lungo periodo presentati al consiglio prevedono la necessità di raccogliere centinaia di miliardi di dollari nell’arco di alcuni anni, a partire già da questo autunno, e l’advisor del comitato ha stimato che Meta potrebbe emettere fino a circa 700 miliardi di capitale prima che Zuckerberg scenda sotto il 50% dei voti.
In conference call, Susan Li ha dichiarato che non ci sono piani di finanziamento specifici da annunciare, ma il documento depositato alla SEC scrive nero su bianco che la società prevede di effettuare emissioni di azioni C nel tempo. Il comitato stesso riconosce che le nuove azioni probabilmente tratteranno a sconto rispetto alle A, costringendo a emetterne di più a parità di capitale raccolto, e che alcuni investitori istituzionali e indici potrebbero non gradirle. Non è la prima volta che Menlo Park ci prova. Nel 2016 Facebook aveva proposto una classe C molto simile, salvo ritirarla nel settembre 2017 alla vigilia del processo intentato dagli azionisti in Delaware.
Ma ci sono anche dei meriti
Sarebbe ingiusto, oltre che poco utile, leggere questa trimestrale solo attraverso le crepe. La guidance per il quarto trimestre, con ricavi tra 73 e 76 miliardi, si colloca sopra i 73,6 miliardi attesi dal consenso raccolto da Bloomberg e implica una crescita tra il 22% e il 27% rispetto ai 59,85 miliardi di fine 2025. Le stime sui costi indicano che, al netto della transazione legale, l’utile operativo 2026 resterà superiore a quello del 2025, e le perdite di Reality Labs dovrebbero scendere a 18-19 miliardi quest’anno e intorno ai 15 miliardi nel 2027.
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L’intelligenza artificiale, poi, sta già lavorando per la pubblicità. I nuovi sistemi di raccomandazione hanno spinto il tempo trascorso su Instagram e sui Reels di Facebook a massimi storici, i modelli di ranking degli annunci hanno aumentato le conversioni su diverse superfici e le partnership ads con i creator hanno superato un ritmo annualizzato di 15 miliardi di ricavi, quasi raddoppiando in un anno. Muse ha superato i 10 milioni di utenti tra Stati Uniti e Canada in circa sei settimane, con circa un quarto di loro che lo usa ogni giorno e un utilizzo molto orientato agli acquisti. Meta One, l’abbonamento unificato per consumatori e imprese, ha superato i 15 milioni tra abbonamenti e prove gratuite. Sono numeri che giustificano l’entusiasmo del management, a patto di ricordare che per ora generano più costi che ricavi.
La reazione delle azioni Meta dopo i conti
Il mercato ha scelto di guardare il bicchiere mezzo pieno. Le azioni Meta hanno chiuso la seduta del 21 ottobre a 697,52 dollari, in rialzo dello 0,47%, e nel dopo borsa si sono spinte fino a guadagnare circa il 5%, per poi assestarsi a 713 dollari alle 22:05 ora di New York, circa il 2,2% sopra la chiusura. Il titolo resta comunque lontano dal massimo di 779,82 dollari toccato il 24 settembre e da inizio anno guadagna intorno al 6%, una performance modesta per un gruppo che cresce a questi ritmi.
La reazione segna un cambio di tono rispetto ai mesi scorsi, considerando che dopo i conti di aprile e di luglio, entrambi accompagnati da un rialzo della forchetta sugli investimenti, il titolo era sceso rispettivamente di oltre il 6% e di quasi l’8% nel dopo borsa. Questa volta l’aumento di spesa è stato più contenuto e la crescita dei ricavi ha fatto da ombrello. Resta da vedere quanto durerà la pazienza degli investitori quando la classe C si trasformerà in un’emissione vera e propria.
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