Le azioni tecnologiche crollano, ma il vero rischio per gli investitori è un altro

Tommaso Scarpellini

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Utili solidi, conti sopra le attese, valutazioni nella media storica. Eppure Wall Street vende. Il motivo potrebbe nascondersi in un dettaglio che cambia il modo di valutare il tech.

Le azioni tecnologiche crollano, ma il vero rischio per gli investitori è un altro

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Tutto sembrava scorrere tranquillo, fino a un momento preciso. Da lì in avanti qualcosa si è incrinato, e sui mercati succede molto più spesso di quanto si sia disposti ad ammettere. Problema o opportunità? Dipende da chi guarda e, soprattutto, da cosa guarda, perché la risposta potrebbe nascondersi in un dettaglio che in pochi stanno davvero considerando.

I numeri però non hanno opinioni e quelli emersi in questi giorni potrebbero raccontare una storia molto diversa da quella che circola, sia su questo calo sia su ciò che potrebbe arrivare dopo.

Il detonatore che nessuno aveva previsto

La miccia sembrerebbe essere stata accesa da Meta Platforms. A prima vista i conti non avrebbero nulla di allarmante: ricavi trimestrali in crescita del 26% su base annua a $64,6 miliardi e un utile per azione rettificato superiore alle attese del consenso.

Il problema, però, si nasconde una riga più in basso. La spesa in capex del solo terzo trimestre ha toccato il record di $34,91 miliardi, trascinando il free cash flow in territorio negativo per $2,12 miliardi. Si tratterebbe del primo deficit di cassa operativo nella storia della società da quando è quotata.

A rendere il quadro ancora più delicato ci sarebbero due elementi. Il primo è l’ulteriore innalzamento della guidance sugli investimenti per l’intero esercizio, ora collocata fra $135 e $145 miliardi. Il secondo è la proposta di creare una nuova classe di azioni di Classe C, priva di diritto di voto, per raccogliere capitale senza intaccare il controllo societario. Il mercato potrebbe aver letto questa mossa come il segnale che la corsa agli armamenti infrastrutturali dell’intelligenza artificiale richieda ormai misure straordinarie di finanziamento.

Il paradosso tra petrolio e Treasury

Questo repricing del comparto tecnologico si è innestato su uno scenario macro già fragile. Il Brent ha messo a segno un rialzo del 4%, superando quota $113 al barile e avvicinandosi a $115, mentre il WTI ha raggiunto $99,47, sui massimi degli ultimi cinque mesi.

Qui emerge un’anomalia che un occhio attento non dovrebbe ignorare. Nelle classiche fasi di shock inflattivo i rendimenti obbligazionari tendono a salire. Questa volta, invece, il rendimento del Treasury decennale statunitense si è contratto di circa 10 o 20 punti base, assestandosi fra il 4,95% e il 4,98%. Un comportamento che potrebbe suggerire una ricerca di protezione più che un timore inflattivo puro.

Gli utili reggono. E allora perché si vende?

C’è un aspetto che potrebbe sembrare contraddittorio. Gli utili attesi, almeno per le società che hanno già diffuso i risultati, non sarebbero scesi. Eppure il sell off c’è, ed è alimentato soprattutto dal timore di una diluizione del capitale azionario.

La contrazione delle borse americane mostra inoltre una marcata asimmetria settoriale. A soffrire sono soprattutto i listini ad alta concentrazione tecnologica, mentre i comparti difensivi e industriali mostrano una sostanziale tenuta.

Il dato forse più interessante riguarda le valutazioni. Il comparto information technology, che guida i listini, oggi tratterebbe in linea con la mediana a 10 e a 30 anni della distribuzione del P/E forward. In altre parole, gli utili ci sarebbero, e se queste azioni continuassero a essere valutate con i criteri del passato potrebbero persino apparire interessanti.

La metamorfosi che potrebbe riscrivere i multipli

Cosa potrebbe essere cambiato, allora? La struttura stessa di queste aziende. Quando gli investimenti crescono a questo ritmo, e quegli impianti devono essere rinnovati ogni pochi anni, il modello di business tende a diventare capital intensive.
E un’azienda ad alta intensità di capitale, storicamente, non viene valutata come una società software ad alto margine. Si avvicina piuttosto a settori come le utility, che non scambiano a multipli elevati in termini assoluti. Il punto quindi potrebbe non essere quanto costano oggi rispetto al loro passato, ma quanto dovrebbero costare se la loro natura fosse davvero cambiata.

I due binari davanti al mercato

Chi si chiede cosa aspettarsi potrebbe trovarsi davanti a un bivio.

Nel primo scenario queste società continuerebbero a essere percepite come tecnologiche a tutti gli effetti. Se gli utili reggessero come stanno facendo finora, le valutazioni attuali potrebbero risultare statisticamente attraenti.

Nel secondo scenario, invece, il mercato potrebbe iniziare a considerarle in modo diverso. A quel punto il repricing non riguarderebbe più il P/E in chiave relativa, ma una revisione in chiave assoluta di quale sia la valutazione corretta. E questo potrebbe cambiare radicalmente le proporzioni del calo.

Cosa tenere a mente

Davanti a movimenti come questi la tentazione più comune è reagire d’istinto, vendendo per paura o comprando per non perdere il treno. Nessuna delle due potrebbe rivelarsi la scelta più saggia.

Quello che i numeri sembrano suggerire è che la domanda giusta forse non sia “quanto possono scendere ancora”, ma “che cosa stiamo davvero comprando”. Comprendere la differenza fra un calo temporaneo e un cambiamento di natura potrebbe essere l’elemento che separa chi protegge il proprio patrimonio da chi lo espone a un rischio nascosto.

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