Uno studio pubblicato sulla rivista Enviromental Science & Technology rivela i rischi dei data center per la disponibilità d’acqua. Ecco tutti i dati.
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I chatbot di intelligenza artificiale sono diventati negli anni tra gli strumenti più utilizzati dagli utenti, sia per lavoro sia per svago. Basta aprirne uno, fare clic sulla barra di testo e inserire un prompt. Quello a cui in pochi pensano è che, per ogni richiesta, c’è un data center che lavora e che consuma acqua per raffreddare i server. Secondo lo studio “One Quarter of Global Data Centers are Located in Water Stressed Areas” pubblicato sulla rivista Environmental Science & Technology, questo aspetto merita più attenzione di quanta ne abbia ora.
Circa un quarto di questi edifici si trova in regioni in cui la domanda di acqua supera l’offerta per almeno un mese all’anno. Sono stati presi in considerazione 9.347 data center e, di questi, 2.315 si trovano in aree a rischio siccità. Le stime indicano un consumo idrico annuo compreso tra 313 e 764 miliardi di litri, che potrebbero più che raddoppiare entro il 2030. Sono dati preoccupanti? Sì, se consideriamo che si raggiungerebbe la quantità d’acqua prelevata ogni anno da paesi sviluppati come i Paesi Bassi per l’uso domestico e urbano.
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Cosa è emerso dalla ricerca
I ricercatori sono partiti da un elenco di data center operativi fornito dalla società privata Saoradh Enterprise Partners LLC e, per ogni sito, è stato calcolato il deficit idrico mensile, ossia i mesi in cui una regione consuma più acqua di quanta ne venga reintegrata dalla natura. Per avere evidenze concrete, sono state effettuate due simulazioni.
La prima con le condizioni idriche stimate dal 2001 al 2010 e la seconda con le proiezioni in cui il mondo ha una temperatura superiore di 3 gradi, possibilità concreta qualora le emissioni dovessero rimanere elevate. Non è stato possibile misurare il consumo idrico dei singoli edifici, vista l’assenza di dati uniformi sui sistemi di raffreddamento, mentre ci sono verifiche riguardanti i siti in cui operano questi data center.
Sebbene quasi quattro data center su dieci si trovino negli Stati Uniti, le zone più a rischio sono l’Asia meridionale e il Medio Oriente. In India, il 73% dei data center affronta almeno un mese di carenza idrica ogni anno e il 33% da nove a dodici mesi. Negli Emirati Arabi Uniti, il 93% si trova in aree con forme di carenza.
Le altre cause della carenza idrica
Il consumo dell’acqua è legato direttamente alla disponibilità di fiumi e falde acquifere, a differenza per esempio dell’elettricità. Difficilmente i data center rimarranno senza acqua, anche per via degli accordi ottenuti. Chi ne paga le spese? In primis gli agricoltori, costretti a rivedere le proprie risorse per l’irrigazione. In uno scenario per ora lontano, potrebbero verificarsi restrizioni all’uso dell’acqua per le famiglie e un progressivo assottigliamento dei fiumi.
Lo studio conclude affermando che i veri problemi potrebbero iniziare in mancanza di trasparenza per ciò che riguarda le comunicazioni sui dati di consumo idrico, fattore che inevitabilmente contribuirebbe a determinare se a farne le spese saranno i residenti delle zone limitrofe.
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