Il rating dell’Italia nel 2026 è un anno di conferme. Perché il vero esame è il 13 novembre, con S&P

Ufficio Studi Money.it

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Fitch e Moody’s hanno confermato i loro giudizi sull’Italia in settembre, DBRS aveva già fatto lo stesso in aprile. Dopo la raffica di promozioni del 2025, il 2026 è finora un anno di stabilità sui rating sovrani. L’eccezione è S&P, che tiene l’Italia su outlook positivo dallo scorso gennaio, Il 13 novembre si saprà se diventerà una vera promozione.

Il rating dell'Italia nel 2026 è un anno di conferme. Perché il vero esame è il 13 novembre, con S&P

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Mentre il BTP decennale tratta oggi intorno al 4,58% e lo spread sul Bund tedesco si muove in area 111-112 punti base - ben al di sotto dei 131 punti toccati il 2 ottobre, ma ancora lontano dai minimi dell’anno - il mercato del debito italiano ha in agenda un appuntamento meno seguito dei bollettini quotidiani su spread e aste, ma probabilmente più importante nel medio periodo: il 13 novembre S&P Global Ratings pubblicherà la sua prossima revisione del rating sovrano dell’Italia, con il Paese che da gennaio si trova su outlook positivo.

Un 2026 di conferme, dopo la raffica di promozioni del 2025

Il 2025 era stato l’anno delle promozioni vere e proprie, una dietro l’altra nel giro di pochi mesi: S&P aveva alzato l’outlook a positivo in primavera, Fitch e Morningstar DBRS avevano promosso l’Italia in ottobre, Moody’s aveva chiuso la serie il 21 novembre alzando il rating da Baa3 a Baa2, portando contestualmente l’outlook da positivo a stabile: una promozione che la premier Giorgia Meloni aveva definito storica, «la prima dopo 23 anni» secondo la sua stessa descrizione, e letta come segno di fiducia dei mercati. Meloni aveva commentato: «Questo riconoscimento premia il lavoro serio e responsabile del nostro governo», mentre il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva parlato di «un’ulteriore conferma della ritrovata fiducia in questo governo e dunque nell’Italia».

Il 2026 si è invece mosso su un binario diverso, quello delle conferme. Morningstar DBRS - l’agenzia più generosa delle quattro con l’Italia, dopo averla portata da BBB (high) ad A (low) il 17 ottobre 2025 - ha confermato quel giudizio il 17 aprile scorso, con outlook stabile: la stessa nota segnalava che un’ulteriore promozione richiederebbe «riforme per superare le sfide di lunga data», in particolare un calo duraturo del rapporto debito/Pil sostenuto da un miglioramento strutturale dei conti pubblici.

Fitch ha confermato l’11 settembre il rating BBB+ con outlook stabile, indicando nel debito pubblico «molto elevato» - atteso al picco del 138,2% del Pil nel 2026, contro una media del 57% per i Paesi con lo stesso rating - il principale vincolo che impedisce un giudizio più alto, a fronte di punti di forza quali un’economia ampia e diversificata e una solida governance istituzionale. Moody’s ha chiuso la terna di conferme il 25 settembre, confermando Baa2 e rivedendo al rialzo la stima di crescita 2026 allo 0,8%, con un deficit atteso al 3% quest’anno e al 2,9% nel 2027 e un debito pubblico stabile intorno al 138% del Pil in entrambi gli anni.

L’eccezione S&P: outlook positivo da gennaio, e un secondo via libera in maggio

A non essersi ancora mossa su un binario di pura conferma è S&P Global Ratings, che il 30 gennaio 2026 aveva confermato il rating BBB+ alzando però l’outlook da stabile a positivo - la stessa direzione presa successivamente da tutte le altre agenzie nel corso dell’anno, ma mantenuta aperta più a lungo. S&P aveva motivato la scelta con la «resilienza» dell’economia italiana di fronte all’incertezza commerciale e tariffaria, la ricchezza privata delle famiglie italiane come cuscinetto contro gli shock - con un tasso di risparmio intorno al 6% - e margini netti delle società non finanziarie tornati al 17% della produzione, livelli pre-pandemici. Il 15 maggio l’agenzia ha confermato sia il rating sia l’outlook positivo, senza quindi procedere alla promozione.

Il prossimo appuntamento, il 13 novembre, è dunque il primo da quando l’outlook è stato alzato in cui S&P potrebbe, in teoria, tradurlo in un’effettiva promozione a A-: un allineamento che porterebbe il giudizio di S&P più vicino a quello già espresso da Fitch (anch’esso BBB+, ma senza l’outlook positivo) e aprirebbe un’ulteriore divaricazione rispetto a Moody’s, che resta l’agenzia più prudente delle quattro con l’Italia ancora due gradini sotto la soglia della singola A.

Perché conta per chi tiene BTP in portafoglio

Un’eventuale promozione non cambia di un centesimo la cedola dei BTP già in portafoglio, che restano fissate ai tassi di emissione. Conta però su due piani concreti. Il primo è l’universo degli investitori istituzionali vincolati da mandati che fissano soglie minime di rating, spesso calcolate sulla media o sul «second best» tra le agenzie riconosciute: un allineamento tra più agenzie su un gradino più alto amplia la platea di fondi che possono detenere BTP senza eccezioni, sostenendo la domanda strutturale ai collocamenti futuri. Il secondo è più diretto: un rating più alto tende storicamente a comprimere il premio al rischio richiesto dal mercato, cioè proprio quello spread che oggi si muove in area 111-112 punti base e che a inizio ottobre aveva toccato i 131 punti sull’onda delle tensioni di bilancio francesi e del rialzo globale dei rendimenti sovrani.

È un meccanismo che, va detto, lavora anche al contrario: le stesse quattro agenzie indicano concordemente nel debito pubblico elevato - un picco al 138,2% del Pil nel 2026 secondo Fitch, un livello stabile intorno al 138% sia nel 2026 sia nel 2027 secondo Moody’s - il principale ostacolo a una promozione più ampia e rapida, non solo da parte di S&P. Nessuna delle quattro note consultate prospetta un calo significativo del rapporto debito/Pil prima del 2027-2028, e tutte condizionano un giudizio più generoso al mantenimento nel tempo degli avanzi primari e della disciplina di bilancio messa in atto negli ultimi anni.

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