Il prezzo del petrolio è tornato a scendere oggi, con il Brent che scambia in area 96,9 dollari al barile e il Wti poco sopra i 91,7 dollari (+0,2%), ben lontani dai picchi toccati appena 24 ore prima.
Il movimento arriva nelle stesse ore in cui il governo iraniano ha confermato di aver ricevuto una risposta degli Stati Uniti alla proposta di Teheran per la riapertura dello Stretto di Hormuz, lo ha annunciato la portavoce del governo Fatemeh Mohajerani, e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi lo ha confermato in una riunione di governo dopo il suo rientro dall’Assemblea generale dell’Onu. Nessun dettaglio sul contenuto della risposta americana è stato reso pubblico.
Un’altalena di 48 ore
Per capire la portata del calo odierno serve guardare agli ultimi due giorni. Martedì mattina il Brent era balzato del 2% a 107 dollari e il Wti dell’1,88% a 94,3 dollari, sui timori di uno stallo nei negoziati Usa-Iran. Nella serata di martedì il greggio aveva già invertito la rotta, con il Brent sceso a 96,44 dollari (dopo un massimo intraday di 100,28 dollari) e il Wti a 90,59 dollari, sostenuto da segnali di flussi di greggio in uscita dal Golfo Persico più consistenti. Le esportazioni di settembre sarebbero salite a circa 12,8 milioni di barili al giorno, con l’Arabia Saudita che avrebbe portato le proprie da 2,446 a 5,4 milioni di barili al giorno e 19 superpetroliere che avrebbero attraversato lo Stretto.
Cosa dicono i dati sul traffico a Hormuz?
Prima della chiusura dello Stretto (28 febbraio 2026) vi transitavano ogni giorno circa 125-130 grandi navi mercantili, per un flusso di petrolio stimato fra i 16 e i 20 milioni di barili al giorno, secondo i dati di Reuters, che cita i fornitori di dati Kpler, PortWatch e Lloyd’s List Intelligence.
A fine settembre i tracciamenti satellitari parlavano di appena 17 navi nell’arco di un intero fine settimana, contro le 37 della settimana precedente: un crollo di oltre il 50%. Una quota crescente del traffico residuo, inoltre, avviene con i transponder spenti (le cosiddette «navi dark»): un’analisi di Kpler pubblicata ad agosto segnalava che la quota di greggio non tracciabile aveva toccato il 66% del totale nella settimana finale del memorandum Usa-Iran, scaduto a metà agosto.
Parallelamente, secondo Fortune, che cita la società Tanker Trackers e l’analista indipendente Rory Johnston, i flussi complessivi in uscita dal Golfo sarebbero comunque raddoppiati in meno di un mese, a circa 13 milioni di barili al giorno, anche grazie alla scorta diurna di alcuni convogli da parte del comando centrale Usa dopo aver degradato la capacità di rilevamento iraniana. Livelli comunque ancora ben sotto quelli pre-crisi.
Ad affiancare questo canale, dal 22 settembre l’Arabia Saudita ha riavviato l’oleodotto Est-Ovest (capacità 7 milioni di barili al giorno) che aggira lo Stretto dirottando greggio verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, per ora a ritmo ridotto: il pieno ripristino richiederà dalle sei alle otto settimane, secondo le fonti citate da Reuters.