Sulla carta la sequenza sembrava scritta da tempo, con la guerra in Medio Oriente che spinge il petrolio, il petrolio che riaccende l’inflazione e l’inflazione che porta gli investitori verso l’oro. Martedì 20 ottobre, però, il copione è saltato. Il Brent ha superato i 110 dollari al barile, toccando il livello più alto dal 20 maggio, dopo i nuovi attacchi degli Houthi contro obiettivi energetici sauditi e le navi nello Stretto di Hormuz. Nelle stesse ore l’oro spot passava di mano tra 4.120 e 4.130 dollari l’oncia, alla terza seduta consecutiva in calo, e al momento della pubblicazione viaggia a 1.429 dollari . Il 29 gennaio il metallo aveva sfiorato il record di 5.600 dollari, e da quel picco ha perso oltre un quarto del suo valore.
Perché il petrolio fa male all’oro
Il meccanismo è indiretto, ma segue una logica precisa. Un’energia più cara alimenta l’inflazione, un’inflazione più alta rende le banche centrali più rigide e tassi più elevati aumentano il costo opportunità di detenere un metallo che non paga cedole. Il 16 settembre la Federal Reserve ha alzato i tassi di 25 punti base, portandoli al 3,75-4%, con un voto unanime di 12 a 0 e una frase che non lascia spazio a interpretazioni, perché secondo il comunicato del FOMC «l’inflazione rimane elevata».
Da allora i dati hanno deluso chi sperava in una pausa. A settembre l’indice dei prezzi al consumo statunitense è salito del 3,7% su base annua, contro il 3,6% atteso e il 3,4% di agosto, mentre quello dei prezzi alla produzione ha segnato un rialzo del 6,3%, ben oltre il 5,3% stimato dagli analisti.
Il mercato ha tradotto questi numeri in probabilità. Secondo il CME FedWatch, la riunione del 27 e 28 ottobre dovrebbe chiudersi con i tassi invariati, con una probabilità intorno all’82-83%, ma per dicembre una nuova stretta è ormai prezzata tra l’89 e il 94%, a seconda dell’orario della rilevazione.
Il rendimento del Treasury decennale si muoveva martedì poco sopra il 5,1%, mentre l’indice del dollaro, che la settimana precedente si era avvicinato a quota 103, il livello più alto da aprile 2025, era sceso appena sotto 102.
Oro fermo mentre gli analisti si dividono
Sul piano tecnico il metallo è chiuso da inizio ottobre in una gabbia tra 4.100 e 4.200 dollari, con il minimo dell’anno a 3.941. Secondo David Morrison, analista di Trade Nation, l’oro «può testare di nuovo il supporto» in area 4.100, una soglia già violata due volte nel corso del mese senza che ne seguissero conseguenze rilevanti.
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Le grandi banche, intanto, non hanno cambiato rotta sul lungo periodo, ma hanno accorciato il passo. Goldman Sachs, in una nota dell’analista Lina Thomas del 23 settembre, ha abbassato il valore equo di fine 2026 da 4.900 a 4.650 dollari, confermando però l’obiettivo di 5.400 dollari per la fine del 2027. Per la banca d’affari la stretta della Fed cambia i tempi del rialzo, non la destinazione.
Westpac, in un aggiornamento del 20 ottobre, prevede «modesti guadagni per il resto del 2026», con una media del quarto trimestre a 4.350 dollari. Più prudente la lettura di ING, che già il 15 settembre osservava come «gran parte del rischio di una Fed aggressiva» sembrasse già incorporata nei prezzi, avvertendo però che il metallo «potrebbe restare vulnerabile» se le banche centrali lasciassero intendere tassi alti più a lungo.
Il paradosso dei flussi, con il prezzo che scende e i fondi che comprano
Il dato più interessante, però, non riguarda il prezzo ma chi compra. Secondo il World Gold Council, nel terzo trimestre gli ETF sull’oro hanno raccolto un record di 31 miliardi di dollari, pari a 211 tonnellate. Solo a settembre i flussi sono stati di circa 10 miliardi e le riserve detenute dai fondi sono salite di 67 tonnellate, fino al massimo storico di 4.256.
Nello stesso mese il valore complessivo degli attivi è sceso del 7%, a 574 miliardi, perché il calo del prezzo ha più che compensato i nuovi acquisti. Il metallo perde terreno, insomma, ma chi investe attraverso i fondi ne accumula sempre di più.
Il contrasto con il trimestre precedente è netto. Tra aprile e giugno, secondo i dati del World Gold Council commentati da ING il 31 luglio, gli ETF avevano registrato deflussi netti per 45 tonnellate, mentre gli acquisti delle banche centrali erano saliti a 289 tonnellate, il 62% in più rispetto a un anno prima. Ora a sostenere la domanda sembrano essere soprattutto gli investitori finanziari, e ING prevede per il 2026 acquisti ufficiali inferiori a quelli del 2025. Il quadro completo del terzo trimestre, banche centrali comprese, arriverà con il prossimo rapporto del World Gold Council.
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