Perché il prezzo di Ethereum è sceso del 14% in un mese e cosa prevedono ora gli analisti?

Ufficio Studi Money.it

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Ether scivola verso 2.300 dollari. Perché il prezzo è sceso, quali livelli guardare e cosa prevedono gli analisti per la fine del 2026?

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Un mese fa Ethereum valeva 2.695,67 dollari. Oggi, martedì 27 ottobre 2026, il prezzo si attesta a 2.331,57 dollari, in rialzo dell’1,23% rispetto alla chiusura di ieri a 2.303,20, ma il bilancio delle ultime settimane resta pesante, con una perdita del 13,5% rispetto al 27 settembre. Il massimo di ottobre, toccato il 2 del mese a 2.777 dollari, dista ormai il 16% e il 24 ottobre la seconda criptovaluta per capitalizzazione è scivolata fino a 2.276 dollari, il livello più basso da agosto.

Allargando lo sguardo il quadro si fa ancora più cupo. Rispetto al record di 4.953,73 dollari registrato il 24 agosto 2025, Ether lascia sul terreno quasi il 53% e dall’inizio dell’anno, quando partiva da 2.967 dollari, il saldo è negativo di circa il 21%. Il 2026 è stato un anno sulle montagne russe, con il massimo di 3.403 dollari a metà gennaio, la caduta fino a circa 1.505 dollari a giugno e un terzo trimestre chiuso con un guadagno del 70,5%, che a settembre aveva riportato le quotazioni sopra quota 2.800. Ottobre sta smontando quel recupero un pezzo alla volta. Cosa si aspettano gli analisti per la fine del 2026?

Perché il prezzo di Ethereum sta scendendo

Il primo motore del calo è la fuga dei capitali istituzionali. Secondo i dati di Farside Investors, fino al 23 ottobre gli ETF spot su Ether quotati negli Stati Uniti hanno registrato deflussi netti per circa 1,18 miliardi di dollari, con raccolta positiva in appena tre sedute su diciassette. La giornata più pesante è stata quella del 6 ottobre, con 201,9 milioni usciti interamente dall’ETHA di BlackRock, che tra il 6 e il 22 ottobre ha perso nel complesso circa 977 milioni. Un’inversione netta rispetto a settembre, quando questi fondi avevano raccolto 832,43 milioni ed erano stati tra i principali sostegni della domanda.

A venire meno è anche l’acquirente più costante degli ultimi mesi. BitMine Immersion, la società guidata da Tom Lee che accumula Ether a bilancio, si sta avvicinando al tetto del 5% dell’offerta che si è data e nelle ultime ore ha fatto sapere di preferire il riacquisto di azioni proprie a nuovi acquisti di ETH.

Sul fronte tecnologico pesa il rinvio di Glamsterdam, il prossimo aggiornamento della rete. Il 22 ottobre la Ethereum Foundation ha sospeso l’attivazione sulla rete di prova Hoodi, prevista per il 26, per verificare come una delle modifiche in programma interagisca con i contratti intelligenti già attivi sulla rete principale, senza indicare una nuova data. Si tratta di un passaggio su una rete di test, che non richiede alcuna azione ai detentori di Ether, ma ha raffreddato chi puntava sull’aggiornamento come catalizzatore del rimbalzo.

Ad alimentare il nervosismo ha contribuito anche la vendita, il 26 ottobre, di 2.785 ETH da parte della stessa Fondazione, convertiti in stablecoin per circa 6,42 milioni di dollari. In termini di volumi è una cifra trascurabile, dato che ogni giorno su Ether passano scambi per miliardi, ma il segnale è stato letto male da un mercato già fragile.

Sullo sfondo resta la politica monetaria americana. A settembre la Federal Reserve ha alzato i tassi di 25 punti base, portandoli nella forchetta tra il 3,75% e il 4%, con un’inflazione salita al 3,7% sulla spinta dei prezzi dell’energia. Rendimenti dei Treasury in crescita e Bitcoin scivolato sotto gli 80.000 dollari hanno trascinato verso il basso tutto il comparto, e il 24 ottobre sono state liquidate posizioni a leva su Ether per oltre 184 milioni di dollari, amplificando la discesa.

Il quadro tecnico

Per la giornata di oggi le resistenze si collocano a 2.323,34 e a 2.343,47 dollari, mentre i supporti sono a 2.290,82 e a 2.278,43. Con il rialzo delle ultime ore il prezzo ha superato la prima resistenza e si muove poco sotto la seconda.

Un riferimento utile arriva dal ritracciamento di Fibonacci calcolato sul rally estivo, partito dal minimo di 1.550,29 dollari di inizio luglio e culminato nel massimo di 2.804,96 di settembre. Il livello del 38,2%, a 2.325,68, coincide quasi esattamente con le quotazioni attuali, e la sua tenuta è il primo banco di prova per chi spera che la correzione si fermi qui. Più in basso si trovano il 50%, a 2.177,62, e il 61,8%, a 2.029,57, che segnerebbe la perdita di quasi due terzi del recupero estivo.

Le medie mobili restituiscono un quadro misto, ma con una prevalenza di segnali negativi. Il prezzo si trova sotto la media a 20 sedute (2.433,57) e sotto quella a 50 (2.538,57), mentre la media a 100 sedute, a 2.319,73, è appena sotto le quotazioni correnti. Diversi analisti guardano inoltre alla media mobile esponenziale a 200 giorni, che passa in area 2.318 dollari, un livello che Ether sta testando da giorni e che molti considerano lo spartiacque tra una correzione e un’inversione di tendenza di più lungo periodo.

Gli oscillatori raccontano una debolezza che arriva da lontano. L’RSI a 14 sedute è a 30,7, a ridosso dell’area di ipervenduto, e lo stocastico segna %K a 8,9 e %D a 16,7, valori che in passato hanno spesso preceduto rimbalzi tecnici senza però garantirli. Il MACD, a -59,474, resta sotto la linea del segnale (-46,490) con un istogramma a -12,985, e l’ADX a 14 sedute, a 25,3, indica un trend ben definito, nel quale il -DI (28,7) domina con decisione il +DI (14,7). In altre parole la pressione dei venditori resta prevalente, anche se il mercato appare ormai molto tirato verso il basso. Le bande di Bollinger (20, 2) confermano questa lettura, con il prezzo appoggiato poco sopra la banda inferiore, a 2.305,52, e quella superiore lontana, a 2.561,62.

Al rialzo, le resistenze ricavate dai massimi relativi degli ultimi mesi si trovano a 2.423,04 e a 2.538,84 dollari, quest’ultima respinta già tre volte. Per gli analisti di Finance Magnates il primo vero segnale di ripresa sarebbe una chiusura giornaliera sopra 2.393 dollari, il supporto di ottobre rotto la settimana scorsa, mentre l’area tra 2.680 e 2.730, dove si è spezzata la trendline rialzista dell’estate, rappresenta l’ostacolo più impegnativo nel medio periodo.

Al ribasso, i supporti ricavati dai minimi relativi sono a 2.280,55 e a 2.221,22 dollari. Secondo 24/7 Wall St una chiusura giornaliera sotto i 2.276 dollari del 24 ottobre metterebbe in gioco la soglia di liquidazione di una grande posizione a leva vicina a 2.182, e sotto quel livello non ci sarebbero supporti rilevanti fino a 1.820 dollari. Finance Magnates indica come obiettivi, in caso di rottura della media esponenziale a 200 giorni, prima i 2.000 dollari e poi l’area compresa tra 1.819 e 1.919, da cui era partito il rally di agosto.

La volatilità, del resto, resta elevata. La variazione media giornaliera delle ultime 20 sedute è dell’1,78%, l’ATR a 14 sedute vale 83,79 dollari, pari al 3,64% del prezzo, e la volatilità storica annualizzata si colloca al 29,35% a 20 sedute e al 33,86% a 60. Escursioni di questa ampiezza spiegano come un rialzo di oltre l’1% possa convivere con un quadro ancora segnato dalle perdite delle ultime settimane.

Le previsioni degli analisti

Le grandi banche restano più ottimiste di quanto suggerisca il grafico, anche se nel corso dell’anno quasi tutte hanno dovuto rivedere al ribasso le proprie stime. La previsione più prudente tra quelle istituzionali è quella di Citi, che il 1° ottobre ha alzato il target a dodici mesi da 2.240 a 3.028 dollari, scommettendo su afflussi negli ETF crypto per circa 5 miliardi di dollari nel prossimo anno. Rispetto al prezzo attuale implica un rialzo di circa il 30% entro l’ottobre 2027, ma le premesse su cui poggiava, a partire dal ritorno dei capitali nei fondi, sono proprio quelle che ottobre ha messo in discussione.

Più ambiziosa la stima di Standard Chartered. Geoffrey Kendrick, responsabile della ricerca sugli asset digitali, a febbraio ha tagliato l’obiettivo per fine 2026 da 7.500 a 4.000 dollari, dopo averlo già ridotto a gennaio da 12.000, e lo ha confermato a fine maggio, mantenendo a 40.000 dollari quello per il 2030. Per arrivarci Ether dovrebbe guadagnare oltre il 70% in poco più di due mesi. Va detto che Kendrick aveva anche anticipato un possibile minimo in area 1.400 dollari prima della ripresa, e il punto più basso dell’anno, toccato a giugno, si è fermato poco sopra i 1.500.

All’estremo opposto si colloca Bernstein, a cui viene attribuito un obiettivo di 5.500 dollari per la fine del 2026, che richiederebbe più che un raddoppio delle quotazioni e il superamento del record storico entro dicembre. Il ventaglio delle stime, insomma, va da un recupero moderato in dodici mesi a un rally senza precedenti in un solo trimestre, e la distanza tra i target e il prezzo di mercato si è allargata settimana dopo settimana.

Più cupe le letture di breve periodo. Diversi analisti tecnici considerano possibile un ritorno verso i 1.850-1.900 dollari se cederanno i supporti attuali, e Moody’s Analytics, in un’analisi diffusa alla vigilia della riunione della Fed, ha inserito un crollo del mercato delle criptovalute tra gli shock economici più probabili dei prossimi 12-18 mesi.

Cosa può muovere il prezzo nei prossimi giorni

L’appuntamento più vicino è con la Federal Reserve, che annuncerà la decisione sui tassi domani, mercoledì 28 ottobre, alle 19 ora italiana. Secondo il FedWatch del CME i mercati assegnano circa il 10% di probabilità a un nuovo rialzo già in questa riunione e oltre l’80% a una stretta entro dicembre, per cui più della decisione in sé conteranno i toni del presidente Kevin Warsh sul percorso dei tassi. Un messaggio più aggressivo del previsto rischierebbe di prolungare la pressione sugli asset più rischiosi, Ether compreso.

Accanto alla Fed andranno seguiti i flussi giornalieri degli ETF, la cui inversione è stata il principale fattore del calo, e la nuova data per l’attivazione di Glamsterdam sulla rete di prova. Sul grafico, la partita si gioca tutta in pochi dollari, tra la tenuta dell’area 2.276-2.300 e il recupero di quota 2.393.

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Articolo revisionato da Flavia Provenzani il

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