Domanda inviata per il bonus mamme? Non tutte riceveranno 720 euro. Ecco chi rischia meno mesi, chi sarà pagata a gennaio 2027, chi potrebbe doverlo restituire e come chiedere il riesame all’INPS prima che scada il termine.
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Chi ha già inviato la domanda per il nuovo bonus mamme 2026 ha fatto la parte più semplice. Da quel momento la pratica entra in una fase che l’INPS gestisce in gran parte in automatico e che può chiudersi in tre modi diversi, con il pagamento pieno a dicembre, con un accoglimento limitato ad alcuni mesi oppure con un rigetto.
Il bonus vale 60 euro per ogni mese, o frazione di mese, di lavoro nel 2026, fino a un massimo di dodici mensilità e quindi di 720 euro. Spetta alle lavoratrici dipendenti e autonome con due figli, se il più piccolo non ha ancora compiuto dieci anni, oppure con tre o più figli, se il più piccolo è minorenne, e con redditi da lavoro non superiori a 40.000 euro. Sono escluse le lavoratrici domestiche. La domanda resta aperta fino al 31 dicembre 2026, o fino al 31 gennaio 2027 per chi matura i requisiti a dicembre. Proprio perché il conto si fa mese per mese, non tutte riceveranno la cifra piena.
Sapere in anticipo cosa succede serve a non restare ad aspettare un accredito che non arriva e, soprattutto, a non lasciar scadere il termine per contestare un esito sbagliato. Le regole sono quelle fissate dalla circolare INPS n. 106 del 16 ottobre 2026 e dal messaggio n. 3343 del 20 ottobre, che ha aperto la procedura.
Conserva il numero di protocollo del bonus mamme
Nel momento in cui la domanda viene inviata, il sistema le assegna un numero di protocollo. Si consiglia di annotarlo subito, perché è il riferimento da dare ogni volta che si chiedono informazioni, al Contact Center come al patronato, e tornerà utile anche nel caso in cui si debba presentare una richiesta di riesame.
La ricevuta e gli altri documenti prodotti dalla procedura restano comunque disponibili nello stesso servizio usato per fare domanda, che si raggiunge dal sito dell’INPS seguendo il percorso «Sostegni, Sussidi e Indennità», poi «Per genitori» e infine «Nuovo Bonus mamme 2026», con accesso tramite SPID, CIE, CNS o eIDAS.
Come seguire lo stato della pratica
È sempre da quella pagina che si controlla lo stato di lavorazione della domanda e che, a istruttoria conclusa, si legge la decisione dell’INPS. Conviene quindi tornarci di tanto in tanto nelle prossime settimane, senza aspettare che sia il conto corrente a dare la risposta. Chi ha poca dimestichezza con il portale può chiedere aiuto al Contact Center, al numero verde 803.164 da rete fissa oppure allo 06 164.164 da cellulare, a pagamento secondo la tariffa del proprio operatore, o affidarsi a un patronato.
Una pratica ancora in lavorazione a fine ottobre non deve allarmare, poiché l’INPS avvia l’istruttoria sulla base della data di presentazione, quindi le domande vengono esaminate più o meno nell’ordine in cui sono arrivate.
Quando arrivano i soldi del bonus mamme
Le mensilità maturate dal 1° gennaio al 31 dicembre 2026 vengono pagate in un’unica soluzione a dicembre, insieme alla quota di quello stesso mese. Il pagamento di dicembre, però, è assicurato solo alle pratiche definite in tempo utile. Se le verifiche non si chiudono prima della fine dell’anno, i soldi arrivano dopo, a partire da gennaio 2027.
Il giorno preciso dell’accredito non è stato ancora indicato e l’INPS ha fatto sapere che eventuali altre tempistiche saranno comunicate con un nuovo messaggio. La cifra arriva per intero. Il bonus non è tassato, non è soggetto a contributi e non conta ai fini dell’ISEE, per cui non riduce le altre prestazioni legate all’indicatore, a cominciare dall’assegno unico. L’unico caso in cui il bonus lascia il posto a un’altra misura è quello delle madri di tre o più figli con contratto a tempo indeterminato, che al suo posto hanno l’esonero dei contributi.
Se ti accorgi di aver sbagliato l’IBAN
È uno degli errori più comuni e anche uno dei più facili da rimediare, perché il servizio permette di aggiornare le modalità di pagamento anche dopo l’invio della domanda. Si può scegliere tra l’accredito su un conto dotato di IBAN e il bonifico domiciliato, da ritirare allo sportello postale. Chi ha un conto in un altro Paese dell’area SEPA deve aver presentato anche il modulo MV70. La correzione va fatta il prima possibile, ben prima di dicembre, perché un pagamento respinto dalla banca allunga i tempi.
Per gli errori sugli altri dati, come quelli sui figli o sul rapporto di lavoro, la strada più sicura è chiedere al Contact Center o a un patronato come intervenire, indicando il numero di protocollo.
I tre esiti possibili del bonus mamme 2026
Al termine dell’istruttoria l’INPS adotta un provvedimento di accoglimento, di accoglimento parziale oppure di rigetto. Il caso che crea più confusione è il secondo, perché il bonus viene riconosciuto ma per meno mesi di quelli richiesti e la cifra in arrivo è più bassa del previsto.
Prima di contestare conviene capire se l’esclusione è corretta. Le verifiche sono automatiche e incrociano, mese per mese, la genitorialità, il numero dei figli e la presenza di un rapporto di lavoro, e il bonus spetta soltanto per i mesi in cui tutte e tre le condizioni sono soddisfatte.
Chi rischia di ricevere meno di 720 euro
Le madri di due figli il cui secondo figlio compie dieci anni nel 2026 vedranno il bonus fermarsi al mese del compleanno. Se il bambino spegne dieci candeline il 15 settembre, i mesi riconosciuti sono nove, da gennaio a settembre, e l’importo scende a 540 euro, 180 in meno della cifra piena. Lo stesso calcolo vale, a rovescio, per chi ha avuto il secondo figlio durante l’anno. Con una nascita il 20 aprile il diritto parte da aprile e arriva a dicembre, per un totale di 540 euro.
Un taglio più netto riguarda le madri di tre o più figli che passano a un contratto a tempo indeterminato, apprendistato compreso. Da quel mese il bonus non spetta più, perché la legge riconosce loro l’esonero totale dei contributi previdenziali a carico della lavoratrice fino al 31 dicembre 2026. Se la trasformazione del contratto avviene a luglio, il bonus copre soltanto i mesi da gennaio a giugno e vale 360 euro. Allo stesso modo una madre di due figli già assunta a tempo indeterminato che ha il terzo figlio a settembre riceve il bonus fino ad agosto, cioè 480 euro. In entrambi i casi, però, dal mese successivo le trattenute in busta paga si alleggeriscono grazie all’esonero.
Pesano poi i contratti che non coprono tutto l’anno. Il bonus segue i mesi di vigenza del rapporto, e basta un solo giorno di lavoro perché il mese venga contato per intero. Una lavoratrice con un contratto a termine da marzo a luglio riceverà dunque cinque mensilità, pari a 300 euro. Restano fuori i periodi in cui il rapporto è sospeso e i mesi trascorsi in NASpI o in DIS-COLL dopo la fine del contratto, perché in quei mesi non c’è un’attività di lavoro in corso. Per le autonome contano i mesi di iscrizione con obbligo contributivo legato all’attività effettivamente svolta, per le professioniste i mesi di iscrizione alla propria Cassa e per chi è nella Gestione separata i periodi di attività di competenza del 2026.
Altre volte il taglio nasce invece da un errore. Un periodo di lavoro non ancora registrato negli archivi dell’INPS, o un figlio senza codice fiscale per cui manca la documentazione che ne prova la nascita, possono far saltare alcuni mesi anche a chi ne avrebbe pieno diritto. In questi casi l’esito si può correggere.
Come chiedere il riesame della domanda
Se la domanda viene respinta, o se alcuni mesi non vengono riconosciuti, si può presentare una richiesta di riesame per le mensilità escluse. Si fa solo online, dalla funzione dedicata che si trova nello stesso servizio della domanda. Nella richiesta si possono aggiungere chiarimenti e allegare i documenti che smontano le motivazioni indicate dall’INPS, per esempio il contratto o le buste paga che dimostrano il rapporto di lavoro in un certo mese, oppure i certificati che attestano la nascita del figlio.
Il termine viene indicato nel provvedimento stesso, quindi l’esito va letto con attenzione fino all’ultima riga appena compare nel servizio. Lasciarlo scadere significa rinunciare ai mesi persi. Per il bonus dell’anno scorso la richiesta andava inviata entro 30 giorni dalla comunicazione dell’esito, e la stessa funzione permetteva anche di correggere i dati inseriti per errore, completare quelli mancanti e aggiungere rapporti di lavoro non dichiarati nella domanda. È probabile che lo schema resti lo stesso, ma per il 2026 fa fede quanto scritto nel provvedimento.
Se anche il riesame non va a buon fine, resta la strada del ricorso davanti al giudice. Prima di imboccarla conviene farsi seguire da un patronato o da un legale, che possono valutare se le motivazioni dell’INPS reggono davvero.
I controlli continuano anche dopo il pagamento
Quello che si dichiara nella domanda ha il valore di un’autocertificazione e resta soggetto a verifica anche dopo l’erogazione. Se emergono dichiarazioni non veritiere, l’INPS revoca il beneficio, recupera le somme e segnala il caso all’autorità giudiziaria, oltre ad applicare le sanzioni previste.
Questo riguarda in particolare chi ha un reddito vicino alla soglia di 40.000 euro, che si riferisce ai redditi da lavoro dell’intero 2026 e quindi a un anno che non è ancora finito. Per le dipendenti il reddito si calcola al netto dei contributi obbligatori trattenuti in busta paga, e comprende anche le indennità ricevute durante il rapporto, come quelle di maternità o di malattia, mentre restano fuori la NASpI e la DIS-COLL.
Chi teme di superare il limite con la tredicesima, un premio o qualche straordinario fa bene a rifare i conti adesso, prima che il bonus arrivi, piuttosto che doverlo restituire più avanti.
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