Perché Ungheria e Polonia hanno bloccato il Recovery Fund? La questione Stato di diritto

L’Ungheria e la Polonia hanno deciso di porre il veto sul Recovery Fund: al centro di tutto c’è la condizionalità che lega l’erogazione dei fondi al rispetto dello Stato di diritto, con Orban e Morawiecki che rischiano di far saltare il Next Generation Ue e i 209 miliardi destinati all’Italia.

Perché Ungheria e Polonia hanno bloccato il Recovery Fund? La questione Stato di diritto

Il Recovery Fund rischia di saltare e con esso anche i 209 miliardi (127 di prestiti e 82 di sussidi) destinati all’Italia, soldi vitali e che in parte sono stati già inseriti nella legge di Bilancio 2021 in qualità di anticipo.

A bloccare il Next Generation UE è il veto posto da Ungheria e Polonia che, dopo le schermaglie dei mesi scorsi con i Paesi frugali, alla fine hanno deciso di passare dalle parole ai fatti.

Al momento di conseguenza la proposta del Recovery Fund da 750 miliardi non può essere trasmessa al Parlamento Europeo, così come resta fermo anche il Bilancio UE 2021-2027 da 1.074 miliardi.

Ma perché Ungheria e Polonia hanno deciso di porre il veto sul Recovery Fund? Tutto ruota intorno alla condizionalità che lega l’erogazione dei fondi al rispetto dello Stato di diritto, un cavillo non di poco conto viste le politiche messe in atto negli ultimi anni da Viktor Orban e da Jarosław Kaczyński.

Recovery Fund: la condizionalità legata allo Stato di diritto

Ci sarà il 10 dicembre il prossimo summit tra i Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea, un lasso di tempo in cui si dovrà cercare di sbrogliare una matassa che al momento appare molto intricata.

Ungheria e Polonia hanno infatti posto il veto al Recovery Fund per la questione della condizionalità legata allo Stato di diritto, con anche la Slovenia che potrebbe presto aggiungersi ai due Paesi.

Ungheria e Polonia - ha spiegato Angela Merkel al termine del vertice - hanno posto il veto alla decisione sul Recovery Fund e hanno detto chiaramente che non possono accettare la condizionalità sullo Stato di diritto”.

A inizio novembre è stata raggiunta una intesa tra il Parlamento e il Consiglio Europeo sulla nuova condizionalità a protezione del bilancio UE: i Paesi che non rispettano lo Stato di diritto correranno il rischio di perdere l’accesso ai fondi comunitari.

Il Consiglio Europeo, votando a maggioranza qualificata e così senza rischio di possibili veti, può decidere di stoppare l’erogazione dei fondi UE a uno Paese membro che non rispetterebbe lo Stato di diritto. Una condizionalità questa fortemente voluta dai frugali.

La situazione in Ungheria e Polonia

Lo scorso gennaio il Parlamento Europeo con 446 voti favorevoli, 178 contrari e 41 astensioni, ha approvato una risoluzione dove si legge che “la situazione sia in Polonia che in Ungheria si è deteriorata sin dall’attivazione dell’articolo 7, paragrafo 1, del Trattato sull’Unione Europea”.

La Polonia è sotto accusa “in considerazione delle minacce percepite relative all’indipendenza della magistratura”. Come si legge sul sito dell’Anm, il problema riguarderebbe “la camera disciplinare della Corte suprema polacca, istituita nel 2017, è composta esclusivamente da giudici selezionati dal Consiglio nazionale della magistratura, composto anche da 15 membri eletti dal Sejm, la camera bassa del parlamento polacco”.

A febbraio poi è stata approvata una legge denominata poi “bavaglio”. Così la descrive Il Mattino: “Con l’entrata in vigore di questa legge i giudici polacchi ritenuti critici verso la maggioranza liberamente eletta potranno essere multati, degradati o licenziati per decisione del ministero della Giustizia. Ai magistrati sarà anche vietato sia criticare operato e scelte di loro colleghi, sia essere attivi in politica”.

Per quanto riguarda invece l’Ungheria, gli europarlamentari “si sono detti preoccupati soprattutto per i rischi relativi a indipendenza giudiziaria, libertà di espressione, corruzione, diritti delle minoranze e per la situazione dei migranti e dei rifugiati”.

Già due anni fa il Parlamento Europeo aveva decretato che l’Ungheria stesse violando lo Stato di diritto, ponendo l’accento sull’indipendenza della magistratura, sulla corruzione e sul pluralismo dei media.

Appare così fuori luogo la difesa di Giorgia Meloni, che ha parlato di una “UE che vuol punire quei Paesi che vogliono difendere le radici classiche e cristiane d’Europa e i propri confini dall’immigrazione illegale di massa”.

Le politiche di Viktor Orban e Mateusz Morawiecki rischiano di essere sanzionate, con uno stop all’erogazione dei fondi, per le loro leggi che avrebbero messo a rischio l’indipendenza della magistratura, non per voler difendere “le radici classiche e cristiane”.

Bruxelles avrà adesso 20 giorni di tempo per sbloccare la situazione, ma non appare facile trovare una soluzione che possa accontentare i rigoristi e chi ha deciso di mettere il veto: in piena pandemia, il Recovery Fund resta in bilico e con esso i 209 miliardi destinati all’Italia, attesi da Palazzo Chigi come una manna per cercare di far ripartire il Bel Paese da mesi in ginocchio a causa del Covid.

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