Goldman Sachs ritocca verso l’alto le sue previsioni sul petrolio proprio nel giorno in cui il mercato sembra andare nella direzione opposta. In una nota firmata dal team guidato dallo stratega Daan Struyven, la banca americana porta la stima sul Brent per dicembre a 105 dollari al barile, contro i 90 indicati in precedenza, e fissa a 94 dollari quella sul WTI, il greggio di riferimento statunitense. Salgono anche le medie attese per il 2027, a 88 dollari per il Brent e a 78 dollari per il WTI, dagli 80 e 73 dollari della previsione precedente.
Alla base della revisione, spiegano gli analisti, ci sono i conflitti in Medio Oriente e tra Russia e Ucraina e una frammentazione geopolitica sempre più spinta, che tengono altissimo il rischio di interruzioni nelle forniture. Indovinare dove e quando arriverà il prossimo stop è un esercizio quasi impossibile, così Goldman ha preferito non puntare su un singolo evento e ha messo direttamente nel suo scenario base per il 2027 una perdita di offerta globale di un milione di barili al giorno, una specie di accantonamento prudenziale che grava in modo costante sui prezzi.
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Dove sono oggi i prezzi del petrolio
Lunedì 2 novembre, alle 12.23 ora italiana, il Brent quotava 108,363 dollari al barile, 5,067 dollari sotto i 113,43 della chiusura di venerdì, con un calo del 4,47%. Ha fatto peggio il WTI, sceso a 99,364 dollari con un ribasso di 4,756 dollari, il 4,57%, e scivolato sotto la soglia psicologica dei 100 dollari. Basta però allargare lo sguardo per ridimensionare la seduta, visto che nell’ultimo mese il Brent guadagna ancora il 7,97% e il WTI l’11,06%, e su base annua i rialzi arrivano al 66,92% e al 62,69%.
Con il Brent a questi livelli, il target di 105 dollari per dicembre si colloca circa il 3,1% sotto il prezzo attuale, e quello di 94 dollari sul WTI circa il 5,4%. La nuova stima mette in conto un greggio destinato a restare molto più caro di quanto la banca stessa immaginasse fino a poche settimane fa, senza per questo prevedere un’altra fiammata. Sul 2027 il discorso cambia, perché la media di 88 dollari implica una discesa di quasi il 19% dai livelli odierni del Brent e lascia intendere che, su un orizzonte più lungo, gli analisti si aspettano un graduale riassorbimento delle tensioni.
Il premio al rischio che il mercato non vuole togliere
Tutto il ragionamento di Goldman ruota attorno al premio al rischio, la parte del prezzo che non nasce dall’equilibrio fisico tra domanda e offerta ma dalla paura che qualcosa vada storto. Secondo la banca gli operatori lo stanno gonfiando perché in molti non credono a una svolta diplomatica capace di reggere nel tempo. Già a metà ottobre, stando a quanto riportato dalla stampa finanziaria internazionale, gli analisti calcolavano che questo sovrapprezzo pesasse per circa 25 dollari al barile sui prezzi spot.
Da fine febbraio, quando è esplosa la guerra con l’Iran, lo Stretto di Hormuz è stato prima chiuso del tutto e poi riaperto a singhiozzo, tra tregue fragili e nuovi attacchi alle petroliere, e da quel collo di bottiglia passa circa un quinto del petrolio mondiale. Nel fine settimana appena trascorso, poi, diverse navi sono state colpite o danneggiate tra il Golfo Persico, lo Stretto e il Golfo di Oman, mentre a est l’Ucraina è tornata a colpire con i droni le raffinerie russe.
Perché oggi il greggio scende
Paradossalmente il ribasso di lunedì nasce proprio da Hormuz, ma per una ragione opposta. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha fatto sapere che, grazie alla mediazione del Qatar, c’è un piano per riaprire lo Stretto in due giorni, contro i sette ipotizzati all’inizio e i cinque chiesti da Doha. Teheran però vuole che sia Washington a muoversi per prima e mette sul tavolo una lunga lista di richieste, dalla fine del blocco dei porti iraniani alla revoca delle sanzioni sulle vendite di greggio, passando per la restituzione dei fondi congelati e una presenza militare americana più leggera nella regione.
Gli Stati Uniti, almeno pubblicamente, non hanno accettato. Il segretario di Stato Marco Rubio ha detto che i contatti vanno avanti, spesso tramite intermediari, e che l’amministrazione è favorevole a una soluzione diplomatica a patto che tenga conto delle preoccupazioni americane sulla sicurezza, a cominciare dal programma nucleare iraniano. Al mercato è comunque bastato intravedere un accordo per sgonfiare una parte del premio accumulato nelle settimane precedenti, e un equilibrio così fragile basta da solo a giustificare la prudenza di Goldman.
Il ruolo dell’Opec+
Sul mercato pesa infine l’Opec+. Nella riunione online di domenica 1 novembre i Paesi del gruppo impegnati nei tagli volontari hanno confermato anche per dicembre gli obiettivi di produzione in vigore, mettendo in fila la terza pausa mensile consecutiva. Nessuna sorpresa, e poco impatto, visto che con la guerra buona parte dei produttori del Golfo estrae comunque meno di quanto le quote permetterebbero. La data da cerchiare in rosso è il 29 novembre, quando tutti i membri dell’alleanza dovrebbero discutere i livelli di riferimento della produzione per il 2027, da cui dipenderà il ritorno graduale dei tagli ancora in essere.
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