L’Opec+ conferma la produzione di novembre, ma il vero taglio resta nel Golfo. Mancano ancora 5 milioni di barili al giorno

Ufficio Studi Money.it

Commenta

I sette paesi Opec+ più attivi hanno lasciato invariate le quote di produzione per novembre, per il secondo mese di fila. Ma dietro la stabilità delle quote si nasconde un divario stimato in 5 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli pre-bellici di febbraio.

L'Opec+ conferma la produzione di novembre, ma il vero taglio resta nel Golfo. Mancano ancora 5 milioni di barili al giorno

Segui Money.it su Google Aggiungici alle fonti preferite per vedere più spesso le nostre notizie nei risultati di ricerca.

Il 4 ottobre, in una riunione virtuale, i sette paesi Opec+ più direttamente coinvolti nella gestione delle quote (Arabia Saudita, Russia, Iraq, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman) hanno deciso di mantenere invariati i livelli di produzione petrolifera anche per novembre 2026, lo stesso obiettivo aggregato di circa 31,01 milioni di barili al giorno fissato per settembre e ottobre. È il secondo mese consecutivo di stabilità, dopo quattro mesi filati di aumenti (giugno-settembre) che avevano progressivamente smontato i tagli volontari decisi a partire dal 2023.

Il comunicato ufficiale del gruppo si limita a una formula asciutta: «I sette paesi partecipanti hanno deciso di mantenere per novembre 2026 i livelli di produzione richiesti per settembre 2026», con il prossimo incontro fissato per il 1° novembre.

Le quote per singolo paese, secondo i dati diffusi dal gruppo e ripresi da più testate specializzate, restano: Arabia Saudita 10,478 milioni di barili al giorno, Russia 9,949 milioni, Iraq 4,431 milioni, Kuwait 2,676 milioni, Kazakistan 1,628 milioni, Algeria 1,007 milioni e Oman 841.000. Circa 2 milioni di barili al giorno di tagli volontari restano invece congelati almeno fino alla fine dell’anno, mentre la revisione della capacità produttiva massima sostenibile dei singoli paesi, il dato tecnico su cui si baseranno le quote del 2027, è slittata da fine settembre a metà novembre: non tutti i membri hanno ancora presentato i dati richiesti.

La vera notizia, però, non è nella conferma delle quote ma nel divario tra ciò che il gruppo potrebbe pompare sulla carta e ciò che arriva davvero ai terminali di carico. Ad agosto 2026 i sette paesi hanno prodotto circa 25 milioni di barili al giorno, circa 5 milioni in meno rispetto ai circa 30 milioni di febbraio 2026, l’ultimo mese prima dello scoppio del conflitto tra Stati Uniti/Israele e Iran. Lo Stretto di Hormuz, da cui transita storicamente circa un quinto del greggio e del gas naturale liquefatto scambiati nel mondo, resta di fatto bloccato dal 28 febbraio, quando sono iniziati i combattimenti; le esportazioni del Golfo, secondo le stesse fonti di settore, oscillano ormai tra il 60% e l’80% dei livelli normali.

In altre parole, oggi le decisioni Opec+ sulla carta contano meno della capacità reale di esportare: il divario tra quota e produzione effettiva, circa 5 milioni di barili al giorno, è di poco superiore all’intera produzione quotidiana assegnata all’Iraq, terzo produttore del gruppo. È anche per questo che la revisione delle capacità 2027 slitta: certificare quanto petrolio i singoli paesi potrebbero davvero immettere sul mercato, se la situazione nel Golfo si normalizzasse, è oggi un esercizio quasi teorico.

Il prezzo riflette la scarsità reale

I mercati lo sanno, e lo scontano nei prezzi: il Brent tratta oggi intorno ai 102 dollari al barile, il WTI intorno ai 90 dollari, livelli ancora largamente sopra i circa 73 dollari di fine febbraio, prima dell’inizio della guerra, un rialzo di circa il 40% in sette mesi, mentre un anno fa il Brent trattava ancora sotto i 70 dollari.

Negli Stati Uniti l’effetto si è scaricato in modo ancora più netto sul diesel, il carburante più esposto alla carenza di prodotti raffinati provenienti dal Medio Oriente: il prezzo medio nazionale ha toccato un record storico di 6,27 dollari al gallone il 15 settembre secondo l’American Automobile Association, un aumento di quasi due terzi rispetto ai circa 3,76 dollari di fine febbraio.

A fare da contrappeso, parziale, ci sono le riserve strategiche rilasciate nei mesi scorsi dai paesi del G7, secondo alcune stime equivalenti a poco più di 800.000 barili al giorno nell’arco di 120 giorni, che però coprono solo una frazione del buco produttivo del Golfo e vengono descritte da più analisti come un cuscinetto temporaneo, non come una soluzione strutturale. Secondo l’analisi di alcuni desk di trading (tra cui Zaye Capital Markets), il petrolio resta oggi intrappolato tra un premio di rischio geopolitico ancora elevato e l’aspettativa di condizioni di offerta meno rigide nei prossimi mesi: una tensione che spiega perché, nonostante la guerra in corso, i prezzi non siano saliti ulteriormente nelle ultime settimane.

Articolo revisionato da Flavia Provenzani il

Commenti

0

Per commentare serve un account Money.it gratuito.

Nessun commento: scrivi tu il primo.

Cerca la tua Azienda su