L’estrema destra dell’AfD vince in Meclemburgo-Pomerania, la sinistra della Linke conquista Berlino e la Cdu di Merz esce per la prima volta da un parlamento regionale.
Inutile partire dalla politica per capire il voto di domenica in Germania. La radice degli esiti è stretta forte al carrello della spesa e al distributore di benzina.
Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Land dell’ex Germania Est affacciato sul Baltico, l’AfD è diventata il primo partito con il 38,2% dei voti secondo i risultati preliminari, più che raddoppiando il consenso rispetto al 2021. I socialdemocratici della governatrice Manuela Schwesig si sono fermati al 35,5%. La Cdu del cancelliere Friedrich Merz si è fermata al 4,9%, sotto la soglia di sbarramento: per la prima volta nella storia della Repubblica Federale, il partito che ha costruito la Germania del dopoguerra resta fuori da un parlamento regionale.
A Berlino il vento soffia dalla parte opposta, ma racconta la stessa storia. La Linke, la sinistra radicale, ha vinto con circa un quarto dei voti, quasi raddoppiando il risultato del 2023, mentre la Cdu, che esprimeva il sindaco uscente, è scesa sotto il 20%. L’AfD, terza, ha guadagnato circa sette punti.
Due elettorati diversissimi, un Land rurale dell’Est e una capitale cosmopolita, comunicano lo stesso messaggio: il centro non convince più.
L’economia al centro del voto
La campagna elettorale si è svolta mentre i prezzi dei carburanti salivano sulla scia del conflitto in Medio Oriente e l’industria tedesca annunciava decine di migliaia di nuovi tagli di posti di lavoro. Il governo federale, alla vigilia del voto, aveva ridotto le imposte sull’energia per contenere il prezzo della benzina. Non è bastato.
Gli estremi hanno offerto risposte semplici a problemi concreti, con l’AfD che ha promesso di riattivare il gasdotto Nord Stream, che approda proprio sulle coste del Meclemburgo e di tornare all’energia russa a basso costo. La Linke ha conquistato Berlino puntando sulla crisi abitativa, proponendo nuove case a prezzi accessibili, riduzione forzata degli affitti superiori di almeno il 20% alla media locale, stretta sugli affitti brevi.
Si può discutere a lungo della praticabilità di queste proposte, ma il punto politico è un altro: hanno parlato di bollette e di affitti, mentre i partiti di governo parlavano di riforme che gli elettori non vedono ancora arrivare.
I flussi elettorali lo confermano. Secondo le rilevazioni di infratest dimap per l’emittente Ard, nel Meclemburgo la Linke ha sottratto 28.000 voti alla Cdu e 45.000 alla Spd. A Berlino la Spd ne ha ceduti circa 36.000 alla sinistra e i Verdi circa 51.000.
Merz, il cancelliere più impopolare di sempre
Per Friedrich Merz è una sconfitta pesantissima. Lui stesso l’ha definita un «disastro», pur annunciando che resterà al suo posto e andrà avanti con il programma di riforme. Il problema è che il tempo gioca contro di lui. A meno di diciassette mesi dall’insediamento, Merz registra il gradimento più basso mai rilevato per un cancelliere tedesco e nel suo stesso partito cominciano le richieste di dimissioni. La promessa di rimettere in moto l’economia tedesca, su cui aveva costruito la vittoria alle elezioni federali, non si è ancora tradotta in risultati tangibili per gli elettori.
È la seconda volta in due settimane che l’AfD vince un’elezione regionale, dopo il successo in Sassonia-Anhalt all’inizio di settembre. Nei sondaggi nazionali il partito è già primo con il 29%.
Governare diventa sempre più difficile
L’AfD, con ogni probabilità, non governerà né nel Meclemburgo né a Berlino. Gli altri partiti continuano ad applicare il cosiddetto «muro tagliafuoco» (Brandmauer), il rifiuto di qualsiasi coalizione con l’estrema destra. Nel Meclemburgo la soluzione più probabile è un’alleanza a tre tra Spd, Linke e Verdi; a Berlino la Linke potrebbe governare con socialdemocratici e Verdi.
Ma il prezzo del muro è la frammentazione, con la Germania, abituata per decenni a governi a due partiti, costretta a coalizioni sempre più larghe ed eterogenee. L’ultimo esperimento a tre a livello federale, la coalizione «semaforo» tra Spd, Verdi e liberali, si è dissolto in meno di tre anni. E più l’AfD cresce, più diventa difficile costruire maggioranze stabili senza di lei.
Perché riguarda anche l’Europa e l’Italia
Sarebbe un errore leggere il voto come un fatto di politica interna tedesca. La Germania è la prima economia dell’Unione europea e un cancelliere indebolito pesa sulla capacità di Bruxelles di prendere decisioni sulla competitività, sulla difesa, sui rapporti con gli Stati Uniti, che si sono sensibilmente raffreddati. Un governo tedesco costretto a guardarsi le spalle in patria tende a diventare più prudente e meno disponibile a compromessi europei.
Per l’Italia la questione è ancora più concreta poiché la Germania è il nostro primo partner commerciale, e la stagnazione dell’economia tedesca si trasmette direttamente alle imprese italiane che lavorano nelle sue filiere, a partire dalla meccanica e dall’automotive. Un’instabilità politica che rallenta le riforme a Berlino rischia di allungare anche la debolezza della domanda tedesca.
Per i mercati, infine, il voto introduce una variabile che finora avevano considerato marginale: il rischio politico nel Paese considerato l’àncora di stabilità dell’eurozona.