Al tavolo del Mimit la multinazionale svedese ha ritirato i licenziamenti unilaterali annunciati a maggio. Al loro posto, uscite volontarie incentivate per un massimo di 650 operai e 600 impiegati. Ma i sindacati frenano: gli esuberi restano e il futuro di Cerreto d’Esi è ancora da scrivere. Accordo atteso il 29 ottobre.
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Dopo cinque mesi di vertenza, Electrolux cambia strada. Al tavolo convocato lunedì 5 ottobre al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), la multinazionale svedese degli elettrodomestici ha annunciato il ritiro dei licenziamenti unilaterali previsti dal piano presentato a maggio, che contava oltre 1.700 esuberi in Italia.
Al loro posto arriva una proposta diversa che prevede uscite volontarie e incentivate per un massimo di 1.250 lavoratori in tre anni, il ricorso agli ammortizzatori sociali, un percorso di reindustrializzazione per lo stabilimento di Cerreto d’Esi e 90 milioni di euro di investimenti.
È una svolta, ma non ancora un accordo. Il governo e l’azienda puntano a chiudere l’intesa al prossimo tavolo, già fissato per il 29 ottobre. I sindacati riconoscono il passo avanti ma avvertono che gli esuberi restano e che su Cerreto d’Esi le posizioni sono ancora lontane. In ballo ci sono circa 4.500 lavoratori in cinque stabilimenti, tra Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna e Marche.
Cosa prevede il nuovo piano Electrolux?
Secondo la nota del Mimit e le ricostruzioni dei sindacati presenti al tavolo, la proposta presentata da Electrolux si articola in cinque punti:
- nessun licenziamento unilaterale: il piano di maggio viene ritirato;
- uscite volontarie incentivate per un massimo di 600 impiegati e 650 operai, distribuite in tre anni;
- ammortizzatori sociali per accompagnare la transizione;
- un percorso di reindustrializzazione e riqualificazione del personale per Cerreto d’Esi, con un tavolo dedicato insieme a istituzioni e parti sociali;
- 90 milioni di euro di investimenti, con una produzione attesa intorno ai 3 milioni di elettrodomestici l’anno in Italia.
Per il ministro delle Imprese Adolfo Urso «si apre una fase nuova». Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, presente al tavolo, ha definito «inaccettabile» il piano originario, che faceva temere delocalizzazioni o la vendita degli stabilimenti, mentre Ciriani ha indicato come priorità mantenere centrale il sito di Porcia, in provincia di Pordenone.
Cosa cambia per i lavoratori?
La differenza principale è la volontarietà perché con il piano di maggio l’azienda avrebbe potuto avviare licenziamenti collettivi anche contro la volontà dei dipendenti: a giugno, a Cerreto d’Esi, le procedure erano pronte a partire. Con la nuova proposta, invece, lascerà l’azienda solo chi accetta l’incentivo.
Secondo la Uilm, le uscite si baserebbero sul principio della non opposizione. È un meccanismo già usato nelle crisi industriali, anche da Electrolux in passato: l’azienda apre una procedura di esubero e il lavoratore che non si oppone esce con un incentivo economico. Formalmente si tratta di un licenziamento, e questo in genere consente di accedere alla Naspi, l’indennità di disoccupazione.
Restano da definire degli aspetti decisivi, dall’importo degli incentivi, che dipenderà dall’accordo finale e di solito varia in base all’età e all’anzianità, alla ripartizione tra gli stabilimenti - il piano di maggio prevedeva tagli in tutti i siti, 338 a Forlì, 310 a Susegana (Treviso), 262 a Porcia, 217 a Solaro (Milano), oltre ai 170 dipendenti di Cerreto d’Esi - e non è ancora noto come si distribuiranno le 1.250 uscite volontarie. Un altro nodo da sciogliere riguarda gli ammortizzatori, cioè quale cassa integrazione verrà usata e per quanto tempo, nei tre anni del piano.
C’è poi una questione di conti. Secondo la Uilm gli esuberi reali sono ancora 1.385: ai 1.250 vanno aggiunti 135 lavoratori a termine il cui contratto non verrebbe rinnovato. Il sindacato ricorda inoltre che 90 contratti sono già scaduti e che 80 dipendenti hanno lasciato l’azienda di propria iniziativa nei mesi della vertenza.
Il nodo Cerreto d’Esi
Il punto più controverso resta lo stabilimento marchigiano, in provincia di Ancona, che produce cappe aspiranti e che il piano di maggio prevedeva di chiudere. Sul suo destino le versioni non coincidono.
Il Mimit parla di «nessuno stabilimento chiuso» e di un percorso di reindustrializzazione. La Fiom-Cgil riferisce che la reindustrializzazione partirà senza interrompere la produzione. La Uilm, al contrario, sostiene che Electrolux abbia confermato la decisione di chiusura, offrendo per ora solo una disponibilità generica a favorire l’arrivo di un nuovo investitore. Il chiarimento su Cerreto sarà uno dei banchi di prova del tavolo del 29 ottobre.
Cosa chiedono i sindacati per firmare?
Fim, Fiom e Uilm hanno accolto la svolta con toni diversi. Fim-Cisl parla di un miglioramento rispetto al piano iniziale e sottolinea che sono stati confermati volumi, investimenti e mantenimento dei prodotti in Italia. Chiede però garanzie sulla gamma dei prodotti. Anche Fiom-Cgil considera il ritiro dei licenziamenti un «cambio di passo importante», ma per firmare chiede il mantenimento della struttura occupazionale, della ricerca e sviluppo e della manifattura, la continuità produttiva a Cerreto d’Esi e nuove assunzioni per sostituire chi esce volontariamente.
La più critica è Uilm. Per arrivare a un accordo bisogna salvare Cerreto d’Esi e ridurre ancora gli esuberi e giudica inoltre troppo stretti i tempi chiesti dall’azienda per chiudere entro ottobre.
Le tappe della vertenza
| Data | Cosa è successo |
|---|---|
| 11 maggio 2026 | Electrolux annuncia ai sindacati circa 1.700 esuberi e la chiusura di Cerreto d’Esi. Fim, Fiom e Uilm proclamano 8 ore di sciopero |
| 25 maggio 2026 | Primo tavolo al Mimit: l’azienda presenta i numeri, 1.719 esuberi in tutti gli stabilimenti |
| 15 giugno 2026 | Tregua di 50 giorni: congelati licenziamenti e chiusure |
| 21 luglio 2026 | Urso chiede un nuovo piano entro ottobre. La trattativa riprende a settembre |
| 3-4 settembre 2026 | Incontri tecnici tra azienda e sindacati |
| 5 ottobre 2026 | Electrolux ritira i licenziamenti unilaterali e presenta la nuova proposta |
Si rimane in attesa del tavolo conclusivo al Mimit, dove si punta a firmare l’accordo, fissato per il 29 ottobre 2026.
Secondo Urso, l’obiettivo è chiudere l’intesa prima della riorganizzazione globale del gruppo, attesa nella prima parte di novembre, così da mettere al riparo gli stabilimenti italiani.
Per sostenere il piano, il governo si è detto pronto a usare strumenti «anche straordinari» con la prossima legge di Bilancio. Quali saranno, però, non è ancora stato chiarito.
È lo stesso schema del caso Beko
L’esito del 5 ottobre ricalca uno schema già visto nelle crisi del settore degli elettrodomestici: nessun licenziamento forzato, esuberi ridotti e gestiti con uscite volontarie incentivate, investimenti promessi dall’azienda e reindustrializzazione per il sito più a rischio.
Il precedente più vicino è Beko Europe, l’ex Whirlpool. Nell’aprile 2025, dopo una lunga mediazione al Mimit, gli esuberi sono scesi da 1.935 a meno di mille uscite volontarie, con incentivi fino a 90mila euro in base all’età e 300 milioni di investimenti nel triennio 2025-2027. Lo stabilimento di Siena ha chiuso la produzione ed è stato poi acquistato da Invitalia e dal Comune per cercare nuovi investitori. A novembre 2025 oltre la metà degli esuberi aveva accettato l’uscita incentivata.
Il modello riduce l’impatto sociale, ma non cancella gli esuberi. I posti di lavoro diminuiscono comunque, solo in modo più graduale e senza licenziamenti forzati. Inoltre la tenuta degli accordi dipende dal rispetto degli investimenti promessi e dal successo delle reindustrializzazioni, che richiedono anni.
Sullo sfondo resta la crisi dell’intero settore in Europa. Secondo Urso, negli ultimi sei anni hanno chiuso 25 stabilimenti di elettrodomestici nel continente, e per questo il ministro ha portato il caso Electrolux al Consiglio Competitività dell’Unione europea di settembre. Electrolux, dal canto suo, indica costi di acciaio, energia e lavoro ormai insostenibili per produrre in Europa.
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