Piero Scaruffi: “L’austerità greca non esiste”. Ma sta sbagliando

Il tuttologo ben noto sul web questa volta mostra di non aver approfondito ciò di cui scrive

Piero Scaruffi è un presunto esperto di tutto: sul suo sito sono presenti migliaia di articoli su qualunque argomento. In particolare Scaruffi è noto al pubblico del web per le sue recensioni e monografie musicali, alcune delle quali molto discusse: segnatamente, la monografia sui Beatles è molto famosa per essere estremamente critica nei confronti della qualità della produzione musicale più famoso quartetto pop rock di sempre, ma molto polemiche sono anche quelle che ha scritto su artisti molto apprezzati quali Elvis Presley, David Bowie, Queen.

Personalmente, sono dell’idea che, a prescindere del gradimento che si può avere per le opinioni espresse nei suoi lavori, Scaruffi sia molto competente in materia musicale.
Ma il matematico italiano residente negli USA va molto oltre ed è uso scrivere, oltre che di musica, di letteratura, di arte in genere, di filosofia e persino di politica. In questo articolo desidero discutere un suo recente intervento (luglio 2015) sulle politiche di austerità in Grecia, che contiene alcune evidenti fallacie che credo vadano evidenziate, vista la visibilità di cui il suo sito gode.

Nel suo post, Scaruffi parte facendo una considerazione di grande buon senso: la banca Lehman Brothers è fallita nel 2008 dopo aver accumulato 613 miliardi di dollari di debito; in Africa, un solo Paese ha nel 2015 un PIL annuo più elevato, la Nigeria. Al netto di possibile ricalcolo del debito della banca americana fallita, correggendo quella cifra per l’inflazione accumulata fino a quest’anno (operazione che difficilmente cambierebbe il senso del ragionamento), con cifre di questo tipo sarebbero in effetti salvabili le vite di centinaia di migliaia di esseri umani nelle zone disagiate del mondo: la contraddizione colta da Scaruffi è in effetti assolutamente reale.

Successivamente, il tuttologo passa a considerare che 400 miliardi di dollari sono stati spesi per il bail-out dello Stato greco, secondo lui troppi, ed inoltre è in sostanza critico sulla spesa effettuata e nega che l’austerità abbia danneggiato l’economia greca, valutando che il Paese è attualmente in ripresa (e non avrebbe senso quindi prendersela contro l’austerità) e che un giornalista di Forbes ha segnalato che in realtà la spesa pubblica in Grecia e in altri Paesi europei è aumentata in questi anni (e dunque di fatto l’austerità nemmeno esisterebbe).

Qui i ragionamenti di Scaruffi sono davvero deboli quando non del tutto infondati. In primo luogo non ha senso constatare che la Grecia sta ora avendo una ripresa economica per sostenere che le politiche di austerita’ non siano state recessive: basta prendere in mano i dati Eurostat per vedere che la Grecia ha avuto dal 2009 fino al 2014, anni di crisi dovuta allo scoppio della bolla finanziaria e di austerità, una costante recessione (con una perdita complessiva di PIL superiore al 20%) e aumento della disoccupazione (nel complesso, il relativo indice è aumentato del 15% circa nel periodo considerato). Prendere il solo dato dell’ultimo quarto del 2014 per sostenere quanto afferma Scaruffi è davvero insensato.

In secondo luogo, sono doverose considerazioni su come quei 400 miliardi (in realtà se ne calcolano circa 320 tra i salvataggi del 2010, 2012 e 2015) siano stati spesi: non certo per la ripresa economica del Paese. Occorrerebbe qui una valutazione sul funzionamento del sistema capitalista contemporaneo per rispondere a tutte le possibili obiezioni a quanto appena detto, che per ora rimandiamo ad altra occasione.

In terzo luogo, va criticata la fonte esterna richiamata da Scaruffi. Tralasciando il fatto che il blogger utilizza un articolo del 2013 per un suo post a luglio 2015, il problema vero è che il giornalista di Forbes Jeffrey Dorfman, citato da Scaruffi, utilizza i dati riguardanti la spesa totale del governo in maniera impropria, perché per fare delle considerazioni sull’austerità occorre prendere i dati da quanto essa è cominciata, ovvero nel 2010; e non, come fa Dorfman, dal 2008, anno in cui tutta Europa faceva deficit spending (ovvero, gli Stati intervenivano con il loro potere di spesa) per tamponare gli effetti della crisi finanziaria, proseguendo anche nell’anno successivo. Altrimenti è inevitabile che tra il 2008 e il 2012 la spesa pubblica risulti in aumento, considerando che nel 2008-09 e’ stata in effetti ingente!! Peraltro sarebbe opportuno capire quali cifre ha davvero preso Dorfman, visto che prendendo il rapporto spesa pubblica/PIL dalla banca dati di Eurostat esso risulta in effetti in aumento nel periodo da lui considerato, ma in percentuali minori di quelle da lui segnalate, e prendendo invece il valore assoluto di spesa pubblica, esso risulta in diminuzione in tutti i Paesi (tranne la Spagna) da lui considerati anche tra il 2008 e il 2012.

Ripetiamo uno degli esercizi fatti da Dorfman per mostrare come le sue conclusioni variano cambiando l’arco temporale considerato: si vedrà che nel 2010 la percentuale sul PIL di spesa pubblica era in Grecia del 52,2%, mentre nel 2014 è scesa al 49,3%. In ogni caso, con un PIL in discesa per tutto l’arco temporale che stiamo analizzando, è più opportuno prendere il valore assoluto di spesa pubblica piuttosto che la sua percentuale sul PIL, visto che nel rapporto spesa pubblica/PIL la discesa del denominatore non rende una corretta idea di cosa succede al numeratore (infatti il rapporto appare in crescita tra il 2011 e il 2013). Così facendo vedremo che la spesa pubblica greca è costantemente scesa dal 2010 in avanti (salvo il lieve aumento del 2013), passando dai 128 milioni di euro del 2009 agli 88 del 2014, e simile è tale andamento negli altri Paesi in crisi di debito pubblico.

Le conclusioni di Dorfman risultano completamente diverse anche nel suo esercizio riguardante la correlazione tra spesa pubblica e crescita (che in questo caso limita al 2011): basta fare un giro in rete per vedere che la sua è l’unica prova econometrica che non mostra una correlazione tra austerità e andamento del PIL (le altre infatti utilizzano campioni diversi).

In conclusione, consiglierei al buon Piero Scaruffi un’analisi personale dei dati, prima di scrivere di economia.

Iscriviti alla newsletter Economia e Finanza

Condividi questo post:

Trading online
in
Demo

Fai Trading Online senza rischi con un conto demo gratuito: puoi operare su Forex, Borsa, Indici, Materie prime e Criptovalute.

\ \