Se ho oro e argento da vendere, meglio aspettare o sbrigarsi a monetizzare prima che i prezzi scendano ancora?

Flavia Provenzani

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Dopo il crollo dai record di gennaio, chi ha gioielli o monete in casa si chiede se vendere subito o aspettare. Il rimbalzo atteso dagli analisti però non ha una data. Ecco come decidere.

Se ho oro e argento da vendere, meglio aspettare o sbrigarsi a monetizzare prima che i prezzi scendano ancora?

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Chi ha in casa vecchi gioielli, monete o piccoli lingotti d’oro e d’argento sta vivendo settimane di dubbi. Dopo i record di inizio anno, le quotazioni sono scese in modo marcato e mercoledì 14 ottobre hanno subito un nuovo scossone, con l’oro (XAU/USD) che ha perso il 2% in una seduta, scendendo a 4.075 dollari l’oncia, mentre l’argento (XAG/USD) ha ceduto circa il 6%. Conviene vendere subito, prima che i prezzi scendano ancora, oppure aspettare un rimbalzo che molti analisti considerano probabile?

Nessuno può dire con certezza dove andranno i prezzi nelle prossime settimane. Si può però capire che cosa sta muovendo il mercato, quanto vale oggi il metallo che si ha nel cassetto e quali errori evitare al momento della vendita, che spesso pesano quanto il momento scelto.

Quanto valgono oggi oro e argento

Alle 10:30 di giovedì 15 ottobre l’oro quota 4.156,99 dollari l’oncia (+1,26%), in recupero dopo il calo della seduta precedente. L’argento è a 56,84 dollari l’oncia.
Convertiti in euro al cambio di chiusura del 14 ottobre (1,1158 dollari per euro), significa circa 119,8 euro al grammo per l’oro puro e circa 1,64 euro al grammo per l’argento puro.

Per chi vende gioielli conta però il titolo del metallo, poiché un grammo di oro a 18 carati contiene il 75% di oro puro e vale quindi, come metallo, circa 89,8 euro, mentre un grammo di oro a 14 carati circa 70,1 euro. Per l’argento 925, quello più diffuso in posateria e gioielleria, il valore del metallo è di circa 1,52 euro al grammo. Sono valori di riferimento e chi acquista paga sempre qualcosa in meno, per coprire costi e margini.

Perché i prezzi di oro e argento sono in discesa

Rispetto ai massimi storici toccati a fine gennaio, 5.589,38 dollari per l’oro e 121,67 dollari per l’argento, la discesa è profonda, con l’oro che ha perso circa il 26%, l’argento oltre il 53%.

Il colpo più recente è arrivato dai dati sull’inflazione americana, che hanno mostrato come a settembre i prezzi al consumo negli Stati Uniti siano saliti dello 0,6% in un mese, l’aumento più rapido da aprile, spinti dai costi dell’energia legati al conflitto con l’Iran. Su base annua l’inflazione è al 3,7%. I mercati hanno così alzato a circa il 30% la probabilità di un nuovo rialzo dei tassi della Federal Reserve nella riunione del 27 e 28 ottobre. Tassi più alti rendono più attraenti le attività che pagano interessi, come le obbligazioni, mentre l’oro non rende nulla. Inoltre rafforzano il dollaro e un dollaro forte rende il metallo più caro per chi lo compra con altre valute. Austan Goolsbee, presidente della Fed di Chicago, ha definito i dati sull’inflazione «scoraggianti».

L’argento ha sofferto di più perché, oltre a essere un bene rifugio, è un metallo industriale e risente sia delle aspettative sui tassi sia di quelle sull’economia. Per questo oscilla sempre in modo più ampio dell’oro, al rialzo come al ribasso.

Perché molti analisti restano ottimisti

Accanto ai fattori di breve periodo, ce ne sono altri che continuano a sostenere l’oro nel lungo termine. Secondo quanto riportato dal Financial Times, diversi gestori di fondi prevedono che il metallo tocchi nuovi massimi storici entro 24 mesi.

Intervenendo mercoledì al Precious Metals Symposium organizzato dal quotidiano britannico, Charlotte Yonge, gestrice di Troy Asset Management, ha previsto un nuovo record entro 12-18 mesi. Per Yonge l’oro è la copertura ideale contro il peggioramento dei conti pubblici, a partire dal debito crescente degli Stati Uniti, e contro l’aspettativa che le banche centrali tornino a stampare moneta «la prossima volta che entreremo in recessione». «L’oro non può essere stampato allo stesso modo», ha aggiunto.

Sulla stessa linea Paul Carne, responsabile degli investimenti per Europa, Medio Oriente e Africa di Aon Investments, che vede nuovi massimi entro due anni. Il suo ragionamento riguarda il ruolo del dollaro: «Quando trasformi il dollaro in un’arma, non sorprenderti se le persone smettono di usarlo. Che cosa useranno al suo posto?». La risposta, per Carne, è l’oro.

Un sostegno importante viene proprio dalle banche centrali, in particolare quelle dei Paesi emergenti, che cercano un’alternativa al dollaro come valuta di riserva. Secondo i dati provvisori del World Gold Council, elaborati su dati delle banche centrali e del Fondo monetario internazionale, a settembre i loro acquisti hanno raggiunto circa 63 tonnellate, il livello mensile più alto da novembre 2024. La banca centrale cinese continua ad aumentare le proprie riserve, arrivate a circa 2.410 tonnellate, pari al 9% del totale.

Suki Cooper, responsabile globale della ricerca sulle materie prime di Standard Chartered, ha ricordato al Financial Times che la domanda delle banche centrali resta «molto forte», ma che quest’anno alcune hanno anche venduto oro per raccogliere liquidità dopo lo scoppio della guerra con l’Iran.

Le voci prudenti, del resto, non mancano. A luglio Bank of America segnalava il rischio di un’ulteriore correzione dell’oro, dopo il peggior trimestre degli ultimi 13 anni, mentre UBS indicava per l’argento una possibile area di acquisto fra 48 e 50 dollari, sotto i livelli attuali. E le previsioni delle grandi banche formulate a inizio anno, che indicavano l’oro oltre i 6.000 dollari a fine 2026, si sono rivelate finora troppo ottimistiche.

Il rimbalzo del prezzo di oro e argento è imminente? Nessuno può saperlo

Che l’oro possa tornare a salire nel lungo periodo è un’opinione diffusa, che lo faccia nelle prossime settimane è tutt’altra questione. Nel breve termine le quotazioni dipendono soprattutto dai dati sull’inflazione e dalle decisioni della Fed, e la prossima riunione potrebbe spingerle in entrambe le direzioni.

Anche fra gli operatori più ottimisti nessuno indica una data. Ian Cockerill, amministratore delegato del produttore Endeavour Mining, ha spiegato al Financial Times che il contesto macroeconomico e la perdita di fiducia nelle valute tradizionali offrono un sostegno «molto forte» al prezzo. Ma sul punto di svolta è stato prudente: «I 4.000 dollari sono il pavimento? Non lo so. Ma se non lo sono, ci siamo molto vicini».

Per tornare ai massimi di gennaio l’oro dovrebbe salire di circa il 34%, l’argento dovrebbe più che raddoppiare, con un rialzo di circa il 114%. Chi aspetta «il ritorno ai massimi» potrebbe dover attendere anni, o non vederli affatto.

Vendere ora o aspettare?

Più che indovinare il mercato, conviene partire dalla propria situazione, e in particolare dal bisogno di liquidità. Chi vende perché ha bisogno del denaro per una spesa certa ha poco margine per scommettere sui prezzi, con un ulteriore calo del 10% che peserebbe più di quanto un rialzo dello stesso importo aiuterebbe. Chi invece non ha fretta può permettersi di aspettare, sapendo però che l’attesa è a sua volta una scommessa.

Per capire se tenere il metallo abbia davvero senso, può aiutare una domanda semplice: se oggi avessi in contanti il valore di quei gioielli, li userei per comprare oro? Se la risposta è no, conservarli solo nella speranza di un rimbalzo equivale a fare un investimento che da zero non si farebbe.

Anche la quantità cambia il ragionamento. Vendere tutto in un solo giorno significa legare il risultato a una sola quotazione, mentre chi ha un patrimonio in oro significativo può valutare di vendere in più tranche, nell’arco di alcune settimane o mesi. Non si ottiene il prezzo migliore, ma si evita di vendere tutto nel giorno peggiore.

C’è poi un aspetto che spesso si trascura, ovvero il valore affettivo e quello di fattura. Un gioiello venduto a un compro oro viene pagato a peso, come metallo, e la lavorazione, la firma o il valore storico non contano. Per un pezzo di pregio può valere la pena chiedere una valutazione a un gioielliere o a una casa d’aste prima di fonderlo.

Come vendere senza farsi penalizzare

Il momento della vendita conta, ma spesso conta altrettanto a chi si vende. Gli operatori più seri pagano fra il 90% e il 95% del valore del metallo contenuto. Prendiamo 50 grammi di oro a 18 carati: ai prezzi di oggi il metallo vale circa 4.490 euro, e fra un’offerta al 90% e una al 95% ballano circa 225 euro, circa la metà dell’effetto di una variazione del 10% del prezzo dell’oro.

Prima di vendere conviene verificare:

  • che l’operatore sia iscritto al registro degli operatori compro oro dell’OAM, l’Organismo agenti e mediatori, come previsto dal decreto legislativo 92 del 2017;
  • che il titolo del metallo venga verificato davanti a sé e che la ricevuta riporti peso, titolo e importo;
  • che, per importi pari o superiori a 500 euro, il pagamento avvenga con strumenti tracciabili come bonifico o assegno non trasferibile;
  • quale quotazione del giorno viene usata e quale percentuale viene riconosciuta.

E le tasse?

Il trattamento fiscale cambia a seconda di che cosa si vende. Secondo l’interpretazione prevalente, la vendita di gioielli usati da parte di un privato non genera imposte, perché non si tratta di oro da investimento.

Per lingotti e monete da investimento, invece, la plusvalenza, cioè la differenza fra il prezzo di vendita e quello di acquisto, è tassata al 26% e va indicata nella dichiarazione dei redditi. Se non si ha la documentazione del prezzo pagato, la plusvalenza si calcola in modo forfettario sul 25% del corrispettivo e l’imposta equivale quindi al 6,5% dell’incasso. Per questo conviene sempre conservare fatture e ricevute d’acquisto.

Questo articolo ha finalità esclusivamente informative e non costituisce consulenza finanziaria o fiscale né sollecitazione all’investimento. Le performance passate non sono indicative di quelle future. Per la propria situazione fiscale è opportuno rivolgersi a un professionista.

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